I RACCONTI DI LIBERAEVA
 
     
 
 

La fan

 

Foto di scottchurch

 
 
 

Stanotte il vento soffia sulla vecchia strada, migliaia di ragazze stanno già ballando, le guardo ad una ad una sono magre e sono belle e nelle loro vene scorre musica e birra. Portano gonne strette che riflettono alle luci, i trucchi un po’ pesanti, le facce aggressive, ma ballano e sono bionde qualcuna anche dove, la gonna è troppo corta e di altre stoffe non c’è traccia. Altre sono al bar che aspettano impazienti, bevono Negroni sedute sopra i trespoli, accavallano le gambe ma non sono le più belle, le scoprono quel tanto perché sarebbe un delitto, lasciarle chiuse e intatte proprio il sabato a quest’ora.

I ragazzi sui divani sono tutti attenti, hanno lo sguardo languido e i pantaloni a vita bassa, a branchi o a due a due non perdono un movimento, qualcuno poi si alza, qualcuno è ubriaco, altri fuori tra le sterpaglie hanno già conquistato, le ragazze inesperte venute qui da sole. Sono ragazzine appena adolescenti, e stasera per qualcuna sarà la prima volta, si lasciano andare al ritmo della musica, hanno fretta e si vede che il tempo non è tanto, si lasciano frugare, si lasciano toccare, da sotto le magliette e le gonne arrotolate, perché il tempo sta scadendo, forse mezzanotte e qualche genitore è già appostato, parcheggiato in doppia fila sulla vecchia strada, e gracchia un clacson muto per richiamarle al dovere.

Sto bevendo una birra scura, seduta su un muretto, il fianco mi fa male, ma i medici dicono che non è niente, solo una forte contusione, un osso ammaccato e qualche livido sulle cosce e qualcuno sulla faccia. A mia madre ho detto che sono caduta, proprio ad un tuo concerto, c’era tanta gente, una bolgia, ma non è vero, non è vero niente. Tu adesso stai cantando una canzone, la nostra strofa ti ricordi? “Ti voglio come sei”. La band non è male, vedo che mi hai dato ascolto, hai cambiato il tastierista ed il tecnico del suono.

Sulla strada soffia il vento lassù tra i pali storti, qualche lampione è fuori uso, tra poco il temporale. Guardo i tiranti, ho paura per il tendone, poi mi guardo intorno, qualcuno balla, qualcuno fuma, qualcuna ti manda baci, qualcuno fa l’amore… sono solo io a preoccuparmi? Sulla strada sfrecciano le moto che si sfidano rombando e sgasano ed urlano prima della curva della morte.

Urlo le tue parole, le conosco a memoria. “Dove andrai? Che farai? Dove dormirai questa notte?” Hai lasciato crescere la barba, stai bene sai, hai la faccia impertinente. La tua voce mi dà brividi, ma canti e non mi guardi, ignori che ci sono, ho fatto centinaia di chilometri per venirti ad ascoltare, i soldi per il biglietto l’ho rubati a mia sorella. Mia madre mi ha detto pazza, mio padre… niente, peggio di uno sputo dentro il cuore.

Mi sento un po’ ridicola, mi sento stupida e infantile. Tanto cosa mai potrò sperare? Questa sera o altre ancora… Dove andrai? Che farai? Dove dormirai questa notte? Ci sarà un’altra scema, come me quella volta, che ti farà una proposta, dopo il concerto beninteso, e tu la guarderai dai piedi ai capelli, e scruterai le sue tette e come muove i suoi fianchi. Perché io lo so quali sono le tue manie e come vivi il sesso e la donna e i suoi annessi.

Lei sarà felice di farti compagnia, conoscerà i tuoi testi a memoria, e ne ripeterà qualcuno sottovoce, canterà le tue canzoni e i ritornelli a squarciagola, per essere sicura che stasera ha vinto lei, per non perdere l’espressione del tuo sguardo, che sicuramente è intenso, languido, perché non vedi l’ora tra un’ora dopo l’ultima canzone.

La zona è piena di alberghi, ti avranno scelto il migliore, forse il nostro proprio qui davanti, quello con piscina per alleviare la tua sbronza, perché ti vedo e hai gli occhi piccoli, perché le gambe non ti tengono, e sei fatto fatto ma canti bene, Dio questa poi è tra le mie preferite: Dove andrai? Che farai? Dove dormirai questa notte?. Quante volte ho fatto l’amore con la tua voce, quante volte prima di incontrarti. Ma poi tutto è cambiato, il mese scorso dentro quella stanza, ventotto giorni questa sera, e nessuna poesia, solo vomito di birra. Sento ancora le tue parole, “Io sono un artista, mi faccio una fan ogni notte.” Ma io ero innamorata, pazza, e non capivo, oppure sì capivo, ma ti avevo tra le braccia, respiravo le tue parole. “Dove andrai? Che farai? Dove dormirai questa notte?”

Avrei fatto qualunque cosa, ma non c’è stato il bisogno, divoravi il mio seno, e del resto poco e nulla. Poi come un ossesso hai cominciato ad aggredirmi, non so è scattato qualcosa nella tua testa, urlavi che in amore non c’è violenza e non si è volgari. Ho cercato di scusarti, forse il vino, forse i fiumi di Negroni, ho cercato di calmarti ma tu urlavi e mi picchiavi, sul viso e sulle cosce, sul seno e dentro il cuore. Mi riparavo e mi chiedevo, come poteva un uomo che scriveva tutto questo, trasformarsi in una bestia? Urlavi come un invasato, non ricordavi il mio nome, mi chiamavi cagna e vacca, peggio di uno sputo dentro il cuore. Ho avuto paura e sono fuggita prendendo al volo i miei vestiti. Tu eri fatto forse nemmeno ti sei accorto, che correndo sono inciampata ed ho sbattuto il fianco contro lo stipite della porta. Eri disteso sul letto e gridavi e t’agitavi: “Io sono un artista, mi faccio una fan ogni notte.”

Fuori la notte mi ha avvolto di tristezza. Il tendone era vuoto, lì proprio lì dove mi dedicavi le tue canzoni. Ho provato a cantarle, un tonfo dentro il cuore, ho alzato lo sguardo al cielo ed ho visto la tua finestra. Non erano passati che minuti e già ero pentita. Sono tornata su, ho bussato ma tu non mi hai aperto. Ho dormito su un divano nella hall dell’albergo, il portiere alle sei mi ha portato un caffè caldo. “Tutto bene?” Mi ha sussurrato. “Sì, tutto bene gli ho risposto.” Nonostante la faccia gonfia e lo sputo dentro il cuore. Fuori l’alba non era ancora giorno, ho preso un taxi giallo, come le rose che ti avevo regalato, come il sole che spuntava all’orizzonte, lungo la strada, dietro la curva della morte.

Stanotte il vento soffia sulla vecchia strada, migliaia di ragazze stanno ancora ballando, le guardo ad una ad una sono magre e sono belle e nelle loro vene scorre musica e birra, e scorre il desiderio di passare una notte, con te che canti e le convinci che l’amore è poesia. Mi chiedo come ho fatto a conquistarti, tra le tante sotto il palco, proprio me, che poi non sono appariscente a parte le tette grosse ed un piercing che non si può vedere. “Dove andrai? Che farai? Dove dormirai questa notte?”

Chissà perché sono qui, sì amo le tue canzoni, forse se mi fossi fatta rivedere…… ma è solo un’idea, stupida e infantile, perché ora sono certa che né mai e né stanotte farò più l’amore con chi si crede un artista.

La lattina di birra è vuota, il vento si è calmato, i ragazzi sulla strada hanno smesso di sfidarsi, qualcuno sarà finito contro il muro, ma è sabato e tutto è permesso. Guardo la ragazza sotto il palco non sta più nella pelle, ha i capelli bagnati di sudore, eccitata  canta, urla e balla, sembra il mio riflesso allo specchio e come me non sa cosa l’aspetta, cosa c’è dietro le tue quinte, dietro quelle parole. Ora vado, tu hai smesso di cantare, scendi dal palco e la prendi sottobraccio, già tu sei un artista e ti fai una fan ogni notte.

 

 
     
 
 
 

  Pubblicazione marzo 2009

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