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Fammi sentire davvero infedele, mentre succhi la pelle di
fragola e miele e ti sazi e m’affami in un vortice denso tra boccate di
vuoto e il gusto più forte dell’anima liquida che calda s’aggruma in un
fiotto di lava che cola e che sbocca come fossi un vulcano che ha dormito
da sempre, e fiera mi mostro incandescente al bisogno fino a farti sentire
una donna spergiura, che ha in casa suo figlio che piange e l’aspetta, ed
una più grande che studia latino, dentro una villa arredata con cura, tra
mobili antichi e divani di pelle ed un giardino scosceso che lambisce la
riva, del lago che piatto calma il mio cuore tra i meli frondosi e i
vigneti d’annata, tra gli aranci d’inverno e la magnolia fiorita.
Dimmi che sono soltanto una bocca, due gambe gemelle che si
snodano al tatto, ed il cuore è un dettaglio che non serve all’amore, e
quello che dico non è niente di vero, perché non sono parole ma fiati
affamati, e s’è t’amo o non t’amo non c’è differenza, rimarrebbe sospeso
senza senso nell’aria, mentre urlo alla voglia di lasciarmi in attesa.
Perché non voglio che questo, non voglio che altro, di farmi sentire una
donna bugiarda, che anche il mio cane s’accorgerebbe sicuro, quando in
giardino mi travolge d’affetto, m’abbaia e m’annusa sotto la gonna, ed
odora lo strascico d’alone che lascio, sulle gambe insicure che mi lasci
intatte, sui miei seni che ora servirebbero ad altro, a sentirmi una madre
che nutre suo figlio, e le copre discreta con un fazzoletto di seta,
quando allatta e qualcuno potrebbe vedere, su una panchina nel parco, in
una stazione di treni. Invece sono qui che servono ad altro, e
s’ingozzano di baci, di strette e di morsi, e tu le impregni d’odori di
muschio di maschio, perchè mio marito se ne accorga stasera, ed accetti
supino che sua moglie di giorno, appaghi il suo ardore da un amante focoso
e disseti l’arsura che mi prende la notte.
Lo vuoi vero? Ti brillano gli occhi al solo pensarlo! Lo
vedo che vuoi, che lui mi baci nel punto, dove ora mi stringi e forte mi
premi, ed obbediente ti seguo, ti giuro e prometto, che fino a domani
resterò così intatta, senza farmi una doccia o lavarmi le mani, perché sia
mai che il desiderio lo copra, questo odore d’amore che scende e che
sgorga e sa di suddita e sguattera china per terra, e sa di lumaca che
lascia la scia, e sa di donna infedele che tradisce e s’appaga, quando
promette convinta che il gioco continui, per nutrire il suo sogno anche a
distanza.
Lo prometto sai, non mi cambio e rimango vestita, perché
durante la cena mio marito possa ammirarmi, e pensare davvero che ho fatto
l’amore, con l’intimo rosso e la camicia scollata, e gridavo convinta
d’averne quaranta, perché uno soltanto serve a poco la sera, perché quello
che vale è la somma e la conta, quando allo specchio mi guardo e mi
spoglio, quando nel letto sembro una vergine intatta, con la camicia da
notte e i capelli raccolti, ed il seno sopito è tornato al suo posto.
Non chiamarmi per nome non serve all’amore, chiamami come
t’è naturale al cospetto, d’una femmina pronta ad essere foce, di scorie e
d’avanzi, di ritagli che m’offri, di detriti di voglia che porta l’amore
negli antri scoscesi dove ribollono caldi, fumi e vapori di brame
sulfuree. Sono delta di fiume, enclave di mare, dove ognuno che entra si
sente straniero, per poi apprezzare durante il soggiorno, il servizio, la
stanza, la vista sul mare. Perché non dico che t’amo e non ti guardo negli
occhi, e quello che serve lo troveresti più in basso, se solo io fossi una
donna normale, se solo tra un niente ti inviterei a farlo. Baciami ora,
fammi sentire il disagio, di parole blasfeme che m’entrano fitte, come
quelle volgari che mi sporcano dentro, e mi fanno pensare ad una femmina
persa, che non fa nulla per apparire diversa, che fa tutto per essere
uguale, al feticcio di donna che cerchi di notte, nei bordelli dell’anima
d’infima classe.
Dimmi davvero che mi hai trovata in quel posto, oppure per
strada ferma in attesa, e m’hai chiesto per quanto di sesso e di bocca, ed
ora mi urli di superare me stessa, di essere brava e guadagnarne
cinquanta, cinquanta davvero come una straniera sul viale, che mostra le
tette vendendole a chili, che mostra il didietro perché non ci siano
dubbi, che quello che smercia è un servizio completo, dietro una fratta in
piedi veloce, col sole che cala e filtra insulso l’alloro, perché non c’è
poesia in quello che offre, non c’è ragione per guardare il tramonto.
Gridami dai che non c’è più tempo stasera, che sono le sette e tua moglie
t’aspetta, con una vestaglia scucita e le ciabatte da casa, e dentro ci
trovi il bisogno che ora, non riesco ad offrirti vestita d’organza,
vestita di niente di luce che filtra, e mi illumina bella coi capelli
raccolti, e sembro davvero un’onesta signora, che quando rincasa saluta il
portiere, e lui che le dice buonasera avvocato, e servile si raccomanda
per la causa in corso, di suo figlio sorpreso in un ammanco di cassa.
Rido e mi chiedo che direbbe se mi vedesse che ora, su
questo tavolo non ci sono cartelle, e su questo divano non c’è gente in
attesa, ed il mio studio è un’alcova dove mi prendi, mi cerchi e mi vizi
le mani e la bocca. Condannami dai ad esser tua schiava, fatti giudice di
questo piacere, perché in amore non esiste eguaglianza, e la legge che
chiedo non è uguale per tutti. Urlami che stamani sei stato con un’altra,
ed ora non ti riesce perché la vorresti al mio posto, una collega nel bagno
che ha aperto la toga, era senza mutande e la gonna sui fianchi, e poi ha
goduto aprendo l’acqua corrente, nascondendo i tuoi colpi, i suoi gemiti
caldi.
Oppure dimmi che sono troppo diretta, e così non ti tira
perché troppo evidente, ed ogni uomo s’appaga col vedo e non vedo, che
l’erotismo non è fatto di carne, ma di scialli di seta che m’avvolgono
incerta, ed io che mi nego e tu che mi prendi, in un gioco infinito di
cacciatore e di preda, perché tu lo sai che ne sono capace, che in altri
momenti potrei essere gatta, ma ti prego ora è tardi saranno le sette,
gridami forte che quello che chiedo, è una condanna esemplare che mi
merito tutta, che mi lasci intatta ad aspettare domani, e la brama che
lievita mi gonfi l’attesa.
Condannami ti prego a contare le ore, a camminare per
strada e pensare ad altro, a vestirmi tre volte per essere certa, che
quello che metto ti garba e t’intriga, e invasata pretendo di rabbonirmi
le gambe, mentre tu prendi tempo e mi lasci sospesa, perché la sentenza
abbia corso da ora, e domani sia giorno d’attesa e sudore, dove i sensi di
carne non hanno ragione. Fammi sentire almeno infedele, che asciugo il mio
sesso con documenti importanti, sentenze d’accusa e danni di vita, di
gente che spera, s’affida e ci crede, d’essere assolta con formula piena!
Ti prego non smettere d’impregnarmi d’odore, perché domani in pretura sarò
ancora al tuo fianco, e mio marito stasera mi baci la fronte, e mi dica
apprensivo che lavoro poi troppo, per una causa che non ne vale la pena,
senza sapere che questa volta è diverso, che sono io l’imputata e non
posso essere assolta, perché domani di nuovo sarà ancora reato, sarà la
mia bocca, il mio sesso, le labbra, che chiedono avide una giusta
condanna.
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