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Adamo Bencivenga
Il vento
Di giorno non sono nulla, non riesco a dire parole, nasco di notte e ad
ogni alba poi muoio, sparsa nel buio di tenebre fitte, che penetrano
dentro questo vuoto di casa, questo lembo di terra che non trova mai pace,
quest’enclave di montagna dove tira sempre il vento. Mi s'intreccia il
respiro se solo mi penso, spalancata al piacere in attesa che un soffio,
di vento che tira, di brezza che s’alza, m’illuda di essere alcova del
mondo. Perché è vento che porta rumori lontani, sapori di muffa di gole
profonde, di voci e bestemmie contaminate dal giorno, piccole onde
strascicate di suoni, che la notte attutisce e li vela leggeri, che la
notte ingrandisce di bufere e frastuoni. E’ vento che lascia un brivido
caldo, che passa e rimane e fa mulinello, di carezze e lusinghe, di nobile
corte, di voglia che preme e mi lascia il sapore, di tetti e di case, di
sentieri scoscesi, di funghi seccati al sole a Novembre, di comignoli neri
e di legna che arde, di pioggia in autunno che bagna i sambuchi, i cani
randagi ed i vecchi in veranda, che il vento poi asciuga e passa di
fretta, tra i filari di uva per il Novello a dicembre.
E’ un vento che soffia e sbatte deciso, laggiù contro un muro d’ortiche e
di muffa, dove una luce fioca ci danza, su quattro lamiere che chiamano
casa e si sentono grida e rutti stranieri, con l’alito forte di aglio e di
vino. E’ vento che porta voci lontane, si sentono urla di giochi
d’azzardo, di giochi di morra, di carte e di soldi, qualcuno che esce e
piscia sul muro, perché è un vento notturno chiassoso e silente, su questa
collina dove osservo l’intorno, su questa finestra dove appoggio le gambe,
e unisco le mani come una donna in preghiera, che apre il suo cuore e
s’affida per caso, agli odori che sente, al vento che soffia, dove gli
anni trascorsi hanno fatto condensa e un uomo a quest’ora farebbe fatica,
a trovarne l’entrata e risalir la corrente come trote di fiume che cercano
sassi per deporre le uova nell'acqua sorgiva. Lo sento che penetra ed
ansima fiato, perché è vento che entra e maschio s'impone, ed arriva e
s’illude e crede sia meta, ma è solo l’inizio e lo prego di stare, di
avere pazienza, vigore e misura, di bucarmi la pelle di quest’anima
stretta, che intatta s’illude d’essere bella, di far poesia con le mani ed
i pugni, che premono maschi davanti alla luna, alla casa di fronte di
rutti e bestemmie, su questa finestra dove spalanco l’essenza e un lampo
rischiara a giorno il bisogno.
Come vorrei essergli foce, grotta e spelonca dove stanco riposa, oppure
anche l’ombra di luce e di luna, che scurisce la strada e prende una
forma, calpestata dai passi che sotto il lampione, m’allungo e m’accorcio
al vento che sbatte. Perché davvero non ci siano dubbi, quando entra e poi
esce e sibila e ringhia, e quanto all’interno sia fatta di vuoto, quanto
all’esterno mi offra più persa, per essere il nulla, per essere sgombra,
perché non ho polmoni né fegato o milza, ma solo il ricordo di amori
passati, che m’hanno negli anni scaricato l’ardore, voglie bollenti che
ancora stasera, m’ardono dentro e il fiato che esce, assomiglia alle
bocche di quei cani fumanti, al vapore più fitto di acque sulfuree. Nel
sogno succede che non ho occhi né forma, perché non serve all’amore uno
sguardo profondo, e mai questo vento mi ha chiesto dell’altro, nemmeno il
riflesso di un tramonto rossastro, né aghi di pino quando cadono a grumi.
Di giorno non sono altro che una donna normale, che porta a spasso i
nipoti e gioca col cane, se solo sapessero cosa mi prende a quest’ora,
cosa si prova a stare in finestra, a strusciare sul marmo come le gatte in
calore, che invitano il maschio alzando la coda, come me che nel sogno
alzo la gonna, al vento che soffia e prende una forma, perché nessun altro
potrebbe capire, che l’amore che cerco è un impalpabile niente, sono versi
che snocciolo a questa natura, e il sesso di carne, quello duro e
imbecille, lo lascio a quei cani che stanno giù in strada, a quest’ora
indecisi se pisciare su quel muro, o farsi la cagna che in posa reclama.
Perché è vento che viene dal mare, sapori di sale e di abissi profondi,
piccole onde strascicate di suoni, che la notte attutisce e li vela
leggeri, che la notte ingrandisce di bufere e frastuoni, e lasciano tracce
di un brivido caldo, che s’insinua deciso tra il seno che dono, e danza
leggero come un aliante che plana, e si ferma e mi sfiora e s’incanala
discreto, e prende la forma dei miei profili di carne, e mi fascia e mi
vizia come amante lezioso, poi passa e rimane e fa mulinello, di carezze e
lusinghe, di nobile corte, di voglia che preme e mi lascia il sapore, di
baci e saliva e scie sulla pelle, di tetti e di case, di sentieri
scoscesi, d’erbe e d’aromi per il sugo a Natale, di comignoli neri ed un
ceppo che arde, che serve a scaldarmi per tutta la notte, e fuori la
pioggia vela la malva, che il vento poi asciuga e passa di fretta, tra gli
ombrellini da sole di donne per bene, che arrossiscono a un niente e per
un niente si danno, tra i labirinti d’alloro e la caccia alle volpi, tra i
filari di uva e le pergole nane dei rossi francesi già pronti a dicembre.
Perché è tramontana che spira a cielo sereno, è bora che spazza a raffiche
e refoli, alle volte maestrale che scende diretto, dalla valle del Rodano
e porta bel tempo, oppure un grecale, secco d’inverno, che lascia sapori
dell’Est lontano, di quando bambina giocavo in cortile, di quando mia
madre aveva altro da fare, e si insinua fitto dentro i portoni, e scorre
ringhiere e sale le scale, le pareti scrostate e le scritte più oscene,
tra le porte socchiuse nei mattini di festa, con la musica alta ed un
vociare di bimbi, tre passi da leone e due da formica, e i capelli lavati
asciugati in balcone, i capelli schiariti con la chiara dell’uovo, di
partite alla radio e il circo in piazza, d’infiorate e ginestre alla festa
del santo, d’amori appartati poco fuori al paese. Perché è vento che in
grembo porta tutti i tramonti, di tegole rosse e cupole d’oro d’ogni dove
si posa s’incurva e riparte e corre veloce lungo la strada, e corre più in
fretta per venirmi a cercare, tra fango e miseria, tra i pini marini, e
soffia sui fuochi che scaldano merce, di gambe straniere illuminate dai
fari, di ville stupende sul lago d’Albano, di sogni svaniti e gli anni in
collegio, di convitti femminili, di suore e novizie, o d’alberghi in
stazione con il bagno di fuori, negli hotel di provincia, nei motel per
due ore, nei letti più caldi disfatti d’amore, e la padrona con i rolli
che t’affida la chiave, come fosse l’accesso del paradiso terrestre, e ti
guarda e ti scruta le gambe e le tette, per sapere per quanto impegni la
stanza.
E’ vento che soffia sui pioppi di Roma, sui rami pendenti attirati
dall’acqua, sul fiume che increspa la palude di costa, di melma e di
sterco di borgate romane, di bulli da poco e bande assassine, d’antenne e
di croci, di preti e bambini, perché è vento di tutti e ne prende l’odore,
e porta ingiustizie e governi e regimi, arriva ovunque e raccoglie le
voci, d’aiuti straziati, di cesarei freschi, d’amanti segreti e ferite di
cuore, di parti e d’aborti di cassonetti ripieni, che niente e poi niente
potrebbe guarire, che il sole d’agosto non asciuga e non secca. E’
libeccio sabbioso libico caldo, clandestino e immigrato su carrette di
mare, è vento di speranza affogata per sempre, di nuvole basse che si
squarciano a pioggia, che pulisce miserie e fazzoletti di carta, residui
d’amore per contrattare due tette, che smunte che vecchie non danno più
latte e calano molli come pere stracotte.
Perché è vento che torna ogni notte a quest’ora, e lo sento lontano che
curva e si torce, e come un amante mi sazia e mi sfama, e sale e si infila
e sottile m’asciuga, come se m’offrisse in dono tutti quei sessi, di valli
e montagne, d’ogni angolo in terra, che ha attraversato portando l’odore,
sfidando il mondo per farmi godere, tra queste pieghe di pelle che offro
alla notte, tra quest’anima in fiamme aperta al bisogno, di sentirmi
scomposta dentro ogni letto, perché soltanto la somma avrebbe un senso,
soltanto la conta m’appagherebbe del tutto.
FINE
Foto GIORGIO CONTI |
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