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I lacci stringono i miei
poveri polsi, mi tagliano il sangue se tento d’alzarmi. Ma poi perché
dovrei tentare? Se io l’ho voluto e invocato per giorni? Essere qui
distesa sul letto, vestita di sera con i capelli raccolti, col mio corpo
in penombra che chiede che suda, perché poco prima qualcuno per bene, l’ha
preparato con cura per questo martirio, per ampliare i miei sensi dai
piedi ai capelli, senza finirlo del tutto e lasciarlo in sospeso.
Di là si sentono chiare le voci, di un uomo e una donna che parlano fitti,
lei ride svampita e lui s’accalora, a dirle che mai ha vissuto una sera, e
mille ti amo sarebbero niente, a spiegare l’ardore che sente e che vuole,
nei baci che dà e quelli che tiene, nei bicchieri che sento tintinnare
all’evento. E poi gridarle quasi sincero: “Cecilia sei un sogno, ma dove
sei stata finora?”, in tutti questi anni che mi sentivo da solo, che
cercavo quest’anima di carne e di pelle”, che ora la tocca e la tocca per
bene, sopra il vestito che s’è fatto di carta, nel punto preciso dove
sgorga il bisogno.
E lei smarrita non sa cosa dire, s’interroga muta sul divano che accoglie,
il vapore d’un fiato che s’è fatto più denso, la voglia che sale come la
gonna, che ad arte si spacca alla mano che copre, con quel vezzo di donna
che ci sta sempre bene.
So come è vestita per filo e per segno, quanto è grande il suo seno che si
mostra rigonfio, morbido agli occhi di chi vorrebbe baciarlo, sfiorarlo
tra i pizzi tra l’effimero e il certo, sul ricamo che corre lungo l’abito
nero. Perché per giorni con lui ci siamo promessi, quale era poi il modo
per sentirmi gelosa, per provare fin dove riesco a inoltrarmi, nei meandri
di cuore che si ribella e ribolle, fino a sentire nel ventre un rigurgito
intenso, e convincermi tutta che nonostante i miei sforzi, mai e poi mai
sarò amata davvero, se l’anima in fondo non suda e non vibra.
Conosco le scarpe col filo di oro, conosco le gambe civette e leziose, col
laccetto sfrangiato che scende sul tacco, il piede 40 le mani di guanti,
che sfiorano intatti la seta che fruscia, sulla onde di luce che filtra da
fuori. So come sorride e come mette le labbra, che ha adagiato la giacca
sopra la sedia, senza sapere che ad un passo soltanto, dietro la porta
proprio davanti ai suoi occhi, c’è una donna che ora immagina in parte, la
scena che adesso s’è fatta più calda. Perché lui galante le offre da bere,
mi pare di vederlo come si scalda, fa sempre così quando ci prova per
bene, quando sa che la meta è tra quel nylon nero, che s’arriccia e
s’increspa e non finisce ai fianchi, ma lascia scoperto quel regalo che
ora, non avrebbe alcun senso tenerlo coperto. Sento il suo cuore che batte
e ribatte, la vedo ci siamo che ora s’arrende! Mancano solo le parole
nutrite, da quella passione che cambia ogni senso, e mai e poi mai si
faranno volgari, se bruciano insieme alla voglia che ora, si fa rantolo
caldo tra gli sguardi che incontra.
Sarà che ogni tanto mi viene da dire, perché mai mi riduco nei cunicoli
stretti, dove sento il bisogno di sentire l’amore, tra il cuore che brucia
geloso e impotente, e sentirmi umiliata perché non conto poi niente, e se
anche volessi sarebbe inutile andare, se anche volessi i miei polsi
legati, mi ricordano stretti che non c’è nulla da fare. Sarà che ogni
tanto mi viene da urlare, perché ci ripenso e non sono convinta, che
quello che faccio fa bene all’amore, al nostro rapporto insaporito dal
sogno, dal suo sesso voglioso che ora si inoltra, o aspetta secondi per
essere certo, che quello che trova è un taglio già aperto, un nido
d’uccelli lasciato da poco, un rifugio d’inverno dove trovi già il fuoco,
di legna che arde e chiudi la porta.
Ridi Cecilia ridi per bene, lasciati andare perché finisca presto il
tormento, ridi dai, seduta ti vedo che accavalli le gambe, che spalanchi i
tuoi occhi e mordicchi le labbra, senza sapere che lui è il mio amante, ed
io sono qui legata che aspetto, perché tu mi credi una donna felice, e mai
e poi mai potresti pensare, che è un gioco pensato da mesi di voglie, ogni
volta nel letto che facciamo l’amore, lui mi prende e mi dice di
regalargli un sogno, fatto di seno di carne e d’incanto, d’una qualunque
che s’offre per strada. Ma poi ci ripensa e nel gioco più fitto, mi chiede
di te che t’ha vista una volta, e perché a trent’anni sei ancora da sola,
e se in una sera cederesti all’amore. E poi giù parole che è un test una
prova, per conoscerci a fondo per sapere chi siamo, e quanto vale l’amore
che diamo e ci prende, quanto è denso un respiro che strozza la gola,
sapendo che un’altra ha preso il mio posto, sapendo che questa è la mia
amica migliore.
Ridi Cecilia ridi per bene, come quando l’altra sera per l’imbarazzo, mi
hai chiesto gli anni e se era impegnato, ed io di rimando ti convincevo
che era un ragazzo, a modo e piacente con tanta voglia d’affetto,
sfortunato in amore ed ora da solo, aspettava da tempo d’incontrare una
donna, “come te Cecilia” ti ho ripetuto più volte, “come te Cecilia” che
sei bella di dentro, finché ti ho convinta a darmi il permesso, di dargli
il tuo numero per un invito. Ora saprei dirti quante volte davvero, vi
siete sentiti e ti ha chiamata di giorno, per filo e per segno cosa ti ha
sospirato, perché io ero lì e gli suggerivo parole, per aprirsi la strada
nelle tue difese infiacchite. L’ultima volta è stato di notte, quando hai
ceduto e gli hai dato il consenso, sei stata tu a chiamarlo ed io non
c’ero, ma lui poco dopo mi ha mandato un messaggio, con scritto “Urrà, ci
siamo, che bello”, perché sai lui mi dice tutto davvero, come ora mi
aspetto che mi dica i dettagli, e cosa è successo da mezz’ora a sta parte,
che non vi sento parlare e m’immagino altro.
Immagino il caldo dei vostri respiri, vedo i suoi occhi ridotti a fessura,
ed i tuoi Cecilia li conosco da tempo, da quando bambine giocavamo in
cortile. Ricordo tua madre che ci chiamava per cena, quando contente
giocavamo a campana, e poi il tuo cane che ci aspettava alla porta, il tuo
primo diario la mia prima conquista. Oddio se sapessi quanto sono cambiata
d’allora, quanto l’amore m’ha resa egoista, e quando ieri sul tardi t’ho
rivista felice, nella tua stanza mi hai chiesto s’era lecito o meno. Mi
hai chiesto consiglio come quando bambine, ci truccavamo per bene prima di
andare alle feste, ma ieri gia sapevo come ti saresti vestita, perché io e
lui avevamo deciso, ed io ti ho detto “So cosa gli piace, cosa l’attira di
una donna elegante!” E tu come una allieva accettavi i consigli, ti
guardavi allo specchio e mi chiedevi “Sto bene?”. Ti ho fatta vestire di
nero e mistero, perché non c’è altro colore nel tradimento, perché sapevo
che anche le scarpe, le calze e nell’intimo tutto, non avresti optato per
un colore diverso. Perdonami Cecilia, ma in quel momento non ho pensato
per niente, che eri una cavia nelle mie mani, e che eravamo tutte e due in
balia di un altro, che ora sta lì ed affonda le mani, nell’intimo nero e
nel seno più bianco, che scopre che tocca perché ama il contrasto.
Perdonami Cecilia se non ho scelto un’altra, se sapevo che con te non
avrei perso tempo, e ti ho offerta a lui su un piatto d’argento, per
misurare se l’amo e quanto davvero, per misurare se m’ama e quanto di
questo, è frutto del fatto che mai fino ad ora, ha conosciuto oltre me una
donna nel letto. So che ora sta giocando coi tuoi seni, notando stupito
che li hai più grandi, che mentre li succhia io sto zitta e tu ridi, e
sorpreso s’interroga mentre affonda il suo naso, perché mai non distingue
un odore diverso. Perdonalo Cecilia, lui non sa che nel momento di voglia,
abbiamo tutte la stessa fragranza, che è voglia che nasce e trasuda la
pelle, essenza di femmina pronta per l’uso. Perché io so che tu ora
convinta, hai socchiuso le gambe per dargli un segnale, perché io t’ho
istruita quando mi hai chiesto a che punto, se al primo incontro o al
secondo o al terzo, e quando poi mai e come e quanto, se uno sguardo più
intenso sarebbe bastato.
Sento il sudore lo sento che cola, tra i nodi stretti che non posso
slacciare, oddio come vorrei adesso gridare, ma il bavaglio mi stringe e
non esce che un filo, di fiato di rabbia di un inutile corpo, preso dai
morsi che mi tranciano il ventre. Ecco ora sarà questo il momento! Non mi
importa se tu sei inginocchiata davanti, sopporterei davvero qualsiasi
bocca, che brava che esperta s’aprisse al piacere, d’un uomo che chiede
d’un sesso che spinge. Non mi importa se ora ti sta guardando da dietro,
se tu cammini e lui t’apprezza, se tra un attimo solo quei baci si
fondono, in un unico fiato di passione e d’amore.
Sono allo stremo dentro
un incubo folle, vorrei unire le mani e pregare davvero, perché non ti
prenda almeno stasera, perché non succeda senza il mio consenso. Magari
un’altra volta magari domani, perché già so che acconsentirò se lui vuole,
perché già so che non potrei sopportare i suoi occhi, che languidi mi
chiedono ancora una volta, perché m’ama e m’adora ed io ne sono convinta,
perché dopo stasera lo amerò per sempre. Ma giuro e prego che non sia
stasera, che per qualche motivo tu debba andare via di corsa, che ne so
tua madre sta male, un ricovero urgente un incidente stradale. Ma non
sento il tuo telefono che squilla, sento solo dei colpi diretti, dei tonfi
grassi profondi contro un muro di stoffa, come fosse il divano o la sua
poltrona imbottita, la sua preferita per farci l’amore. Oddio non può
farmi questo! Eravamo rimasti che le sue mani leggere, quelle mani calde
che ora bramo sul seno, si fossero fermate ad un centimetro esatto, da
quando convinte di non avere barriere, perché m’ha giurato che il resto
non conta, perché non era un’altra tana che andava cercando, ma solo il
potere di sentirsi più maschio.
Ma i colpi ci sono e non posso ignorarli, sono quelli d’amore d’un secondo
e poi un altro, e dopo un minuto una pausa breve, e poi che riprendono più
intensi di prima. Li sento veloci non posso sbagliare, sono colpi di sesso
secchi e più duri, d’un uomo che entra d’una donna che accetta, che prona
e supina s’arriccia e s’incurva, per sentirsi l’alcova più ampia e
capiente, come una villa sul mare arredata con gusto. Se avessi almeno le
mani slegate! Almeno le dita per accompagnare quei colpi, potrei sentire
cosa provi mentre lui si accanisce, nel punto preciso dove ora ti prende,
e m’illudo che questa voragine dentro, possa esser colmata dai rumori che
sento.
D’improvviso il silenzio.
Mi sveglio e non c’è nessun laccio, che mi lega le mani che mi stringe la
bocca, nessuna corda all’altezza del cuore, nessun uomo che dorme
tranquillo e la parte di fianco è fredda ed intatta. Mi alzo e sono tutta
sudata, vado in cucina a bere un po’ d’acqua, in sala da pranzo non c’è
traccia d’amore, di Cecilia che ride ed accavalla le gambe, della poltrona
di fiori che sbatte sul muro. Rido, rido sollevata pensando, che anche
stanotte era un sogno soltanto, ed ogni notte lo penso perché puntuale poi
torna, compresa Cecilia che non vedo da tempo, compreso quell’uomo che
somiglia perfetto, ad un altro che mi chiama soltanto a Natale.
Guardo di fuori e l’alba è già alta, scuoto la faccia e stringo le spalle,
e non riesco a capire perché ogni volta, devo arrivare fino in fondo a
quel sogno, fino a quel vortice di colpi e lamenti, fino ad attendere
quando mi bacia la fronte, e mi dice “Amore, era solo uno scherzo”, mi
lecca il sudore e piano mi slega, come se ogni volta per conquistarmi
l’amore, debba andare più a fondo e sentirmi uno straccio, scavandomi dove
il mio cuore resiste, affidandomi ad un uomo che mi fa male davvero, che
mi protegge ed a suo modo mi ama, sottoponendomi a prove che in partenza
rifiuto, come se ciò che offro non fosse mai abbastanza, come se valessi
meno di nulla, e in confronto alle altre che sono femmine belle, devo
superarmi ogni volta convinta, che dentro i miei occhi non ci vedono
laghi, che sopra i capelli non si adagia la luce, e l’anima dentro non
suda e non vibra.
Perché un uomo lo avevo e se ne è andato col vento, senza mai farmi
accorgere cosa covava di dentro, se l’avessi saputo se l’avessi intuito,
non mi sarei sentita come ora mi sento, che non ho fatto abbastanza che
non ho fatto poi niente, per questo ci provo a legarmi nel letto, per
questo lo sogno dentro un’altra che gode, per sentire lo strazio della
carne e del cuore, finché la mia mente non s’avviluppa convinta, finché il
mio cervello non recepisca il dolore, e s’abitui al peggio che chiamano
amore.
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