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Ho pensato che fosse
meglio lasciarsi senza un addio. Non avrei avuto il coraggio di rivederti,
di sentire il rumore del treno che parte e vederti salire aiutata dal
capostazione con la gonna stretta e la valigia pesante, che smarrita
domandi il posto e il vagone.
Ho pensato che fosse meglio lasciarsi senza un addio perché è triste
vedere un treno che parte, è triste rimanere senza parole, ma poi quali
delle tante già dette che rimangono dentro a girare nel vuoto,
nell’infinita incertezza che mi lasci partendo, che ti lascio restando.
Che triste un treno che fischia, che triste un capotreno che grida, lui
non sa che recide un amore, che se aspettasse ancora un secondo,
spunterebbe un uomo col fiatone di corsa, ma poi non so se ci credi che
vengo, non so se ci credo che arrivo, e vedo il tuo cappello sporgersi dal
finestrino e grido più del capotreno, grido di non andare, ma tu lo sai
che non è vero, mai lo farei… Testa dura, dicevi.
Troppi giorni passati a parlare di me, di te, delle nostre distanze. Siamo
stati bravi a riempire quei vuoti con le nostre incomprensioni. E poi
perché dovrei vederti per l’ultima volta? A che serve? Dirti riproviamo,
dirti che ti amo. E tu che fai scendi o rimani? Se scendi ci sazieremmo di
promesse, vuote come le nostre distanze, vane come le altre a chiederci
scusa a dire “Hai ragione!”
Ho pensato che fosse meglio lasciarsi senza un addio. Perché è triste una
donna su un treno, è triste il suo cappello che sporge, la gonna stretta e
la valigia pesante nel dubbio perenne del fare e non fare, nel dubbio
insistente di aver preso ogni cosa, e non aver scordato nemmeno un
indizio, già è patetico ricordare!
Chissà dove arriva quel treno, chissà se c’è una cugina ad aspettarti? Un
uomo ti ho chiesto, al mare mi hai detto, ma mi hai lasciato nel dubbio,
nella finita certezza d’averti perso per sempre. Che triste un treno che
fischia, che triste una donna da sola, un uomo con gli occhi che cerca,
tutta la sua vita dentro un abito scuro.
Certo che c’è stata tempesta, tuoni e lampi d’amore e follia, quante volte
ho sbattuto la porta, quante altre hai aspettato il mattino, ma ora sei tu
che vai e questa stanza senza il tuo odore è una stanza qualunque di muri
e di crepe, d’un lavandino che goccia e spacca il secondo. Hai dimenticato
il portacipria sul letto, ora è lì inutile come me che non t’ho voluto
accompagnare. Ti seguo e mi domando quanto manca ancora o se hai già preso
quel treno, che triste un treno che fischia, che triste una donna da sola.
Mio amore, mio dolce meraviglioso amore, dove stai fuggendo? So tutto di
te, delle tue intimità, delle tue bugie, di come fai l’amore. Hai avuto
degli amanti, hai avuto delle occasioni, ma poi la notte m’abbracciavi
dentro questa culla calda, questo letto mai rifatto. Ho avuto dei
ripensamenti delle puttane a poco prezzo per passare un po’ di tempo e
sentirmi ancora vivo. Mio amore, mio dolce meraviglioso amore, ci vuole
del coraggio a diventare adulti, come adesso che non ci sei, come ora che
spero che tu apra quella porta, e mi stringi e ti disperi ed io urlo il
tuo nome.
Mi hai chiesto scusa tante volte, t’ho chiesto amore senza motivo, per non
arrenderci a noi stessi, alle miserie d’aver ragione, alle paure d’avere
torto. Amore mio, mio dolce meraviglioso amore, ti amo ancora sai, ti amo
tanto.
Ma a cosa serve? Tanto tu non puoi sapere, se grido non t’arriva, ti
rimane solo la mia faccia, quella dura prima di andare. Mi hai detto un
timoroso addio, ti ho lasciato il mio silenzio, e quella foglia morta che
conservi nel tuo libro. Già, Morte a Venezia, così ci siamo conosciuti.
Dio quanto eri bella seduta in quel bar davanti alla Fenice, e poi le
scale e i ponti, le tue foto ed i miei spartiti, tuo marito e le mie
delusioni. Tutto quel tempo a guardarci negli occhi. Le parole sono
inutili, dicevi. Che serve ora ricordare? Le tue mostre e i miei concerti,
letti e città sconosciute, quel figlio mai voluto, i tuoi primi
pentimenti. Quelle notti passate a sfidarci, ero geloso sai, sentivo i
tuoi lamenti, ma mai l’avrei ammesso, mai avrei aperto quelle porte dei
tanti troppi alberghi… Ero io che volevo, eri tu che obbedivi. Già è
patetico ricordare…
Ho pensato che fosse meglio lasciarsi senza un addio. Mi chiedo se faccio
ancora in tempo, potrei trovare un taxi e venirti a cercare, potrei
trovare una scusa, magari il portacipria, già il mio vizio di non cedere,
di non ammettere a me stesso, che già mi manchi, cavolo quanto mi manchi!
Mio amore, mio infinito amore, è triste un treno che fischia, una donna
che parte, ma sono una testa dura, quante volte me lo hai detto? Ma
sorridevi e m’abbracciavi, ora invece tu stai fuggendo. Ed è patetica una
donna che parte, è più solo un uomo che arriva e davanti a sé solo un
binario vuoto e un treno lontano che fischia. Che triste un treno che
fischia…
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