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I RACCONTI DI LIBERAEVA
 
     
 
 
 
 

Ho pensato che fosse meglio lasciarsi senza un addio

 
 

di LiberaEva

 

Foto Anna Koudella

 
 
 

Ho pensato che fosse meglio lasciarsi senza un addio. Non avrei avuto il coraggio di rivederti, di sentire il rumore del treno che parte e vederti salire aiutata dal capostazione con la gonna stretta e la valigia pesante, che smarrita domandi il posto e il vagone.
Ho pensato che fosse meglio lasciarsi senza un addio perché è triste vedere un treno che parte, è triste rimanere senza parole, ma poi quali delle tante già dette che rimangono dentro a girare nel vuoto, nell’infinita incertezza che mi lasci partendo, che ti lascio restando.
Che triste un treno che fischia, che triste un capotreno che grida, lui non sa che recide un amore, che se aspettasse ancora un secondo, spunterebbe un uomo col fiatone di corsa, ma poi non so se ci credi che vengo, non so se ci credo che arrivo, e vedo il tuo cappello sporgersi dal finestrino e grido più del capotreno, grido di non andare, ma tu lo sai che non è vero, mai lo farei… Testa dura, dicevi.
Troppi giorni passati a parlare di me, di te, delle nostre distanze. Siamo stati bravi a riempire quei vuoti con le nostre incomprensioni. E poi perché dovrei vederti per l’ultima volta? A che serve? Dirti riproviamo, dirti che ti amo. E tu che fai scendi o rimani? Se scendi ci sazieremmo di promesse, vuote come le nostre distanze, vane come le altre a chiederci scusa a dire “Hai ragione!”

Ho pensato che fosse meglio lasciarsi senza un addio. Perché è triste una donna su un treno, è triste il suo cappello che sporge, la gonna stretta e la valigia pesante nel dubbio perenne del fare e non fare, nel dubbio insistente di aver preso ogni cosa, e non aver scordato nemmeno un indizio, già è patetico ricordare!
Chissà dove arriva quel treno, chissà se c’è una cugina ad aspettarti? Un uomo ti ho chiesto, al mare mi hai detto, ma mi hai lasciato nel dubbio, nella finita certezza d’averti perso per sempre. Che triste un treno che fischia, che triste una donna da sola, un uomo con gli occhi che cerca, tutta la sua vita dentro un abito scuro.
Certo che c’è stata tempesta, tuoni e lampi d’amore e follia, quante volte ho sbattuto la porta, quante altre hai aspettato il mattino, ma ora sei tu che vai e questa stanza senza il tuo odore è una stanza qualunque di muri e di crepe, d’un lavandino che goccia e spacca il secondo. Hai dimenticato il portacipria sul letto, ora è lì inutile come me che non t’ho voluto accompagnare. Ti seguo e mi domando quanto manca ancora o se hai già preso quel treno, che triste un treno che fischia, che triste una donna da sola.

Mio amore, mio dolce meraviglioso amore, dove stai fuggendo? So tutto di te, delle tue intimità, delle tue bugie, di come fai l’amore. Hai avuto degli amanti, hai avuto delle occasioni, ma poi la notte m’abbracciavi dentro questa culla calda, questo letto mai rifatto. Ho avuto dei ripensamenti delle puttane a poco prezzo per passare un po’ di tempo e sentirmi ancora vivo. Mio amore, mio dolce meraviglioso amore, ci vuole del coraggio a diventare adulti, come adesso che non ci sei, come ora che spero che tu apra quella porta, e mi stringi e ti disperi ed io urlo il tuo nome.
Mi hai chiesto scusa tante volte, t’ho chiesto amore senza motivo, per non arrenderci a noi stessi, alle miserie d’aver ragione, alle paure d’avere torto. Amore mio, mio dolce meraviglioso amore, ti amo ancora sai, ti amo tanto.

Ma a cosa serve? Tanto tu non puoi sapere, se grido non t’arriva, ti rimane solo la mia faccia, quella dura prima di andare. Mi hai detto un timoroso addio, ti ho lasciato il mio silenzio, e quella foglia morta che conservi nel tuo libro. Già, Morte a Venezia, così ci siamo conosciuti. Dio quanto eri bella seduta in quel bar davanti alla Fenice, e poi le scale e i ponti, le tue foto ed i miei spartiti, tuo marito e le mie delusioni. Tutto quel tempo a guardarci negli occhi. Le parole sono inutili, dicevi. Che serve ora ricordare? Le tue mostre e i miei concerti, letti e città sconosciute, quel figlio mai voluto, i tuoi primi pentimenti. Quelle notti passate a sfidarci, ero geloso sai, sentivo i tuoi lamenti, ma mai l’avrei ammesso, mai avrei aperto quelle porte dei tanti troppi alberghi… Ero io che volevo, eri tu che obbedivi. Già è patetico ricordare…

Ho pensato che fosse meglio lasciarsi senza un addio. Mi chiedo se faccio ancora in tempo, potrei trovare un taxi e venirti a cercare, potrei trovare una scusa, magari il portacipria, già il mio vizio di non cedere, di non ammettere a me stesso, che già mi manchi, cavolo quanto mi manchi!
Mio amore, mio infinito amore, è triste un treno che fischia, una donna che parte, ma sono una testa dura, quante volte me lo hai detto? Ma sorridevi e m’abbracciavi, ora invece tu stai fuggendo. Ed è patetica una donna che parte, è più solo un uomo che arriva e davanti a sé solo un binario vuoto e un treno lontano che fischia. Che triste un treno che fischia…

 

 
     
 
 
 
 
 
 
     
 
COMMENTI DALLA RETE


Leggo, mi calo nell'atmosfera che si forma con una spirale di frasi ed emozioni. Mi piace, mi accingo a scrivere un commento: accidenti! nessuno ancora. Forse è presunzione, ma possibile che nessuno riconosca una bella cosa? Per me lo è, e ti assicuro che ne ho scritte di cose. Bravo. MyAnimus

 
 

     
 

 
 
 

 

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   pubblicazione luglio  2008 

 
 

       

 
 
 
 

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