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Ma che
dico? E’ questo quello che andavo cercando? Un figlio che ancora piange
alle due di notte, un marito che ha perso l’aereo, sempre lo stesso alla
solita ora, ed è rimasto fuori a dormire, in un‘altra città, forse.
Davvero non c’era niente di meglio? Stasera è dura andarsene a letto,
convincersi che il giorno sia finito da tempo ed un altro sta per nascere,
identico, come sempre. E’ dura davvero lasciarsi alle spalle una giornata
di niente, dove nulla è ricordo o vale la pena di tornarci a pensare.
Seduta sul divano piego ancora calzini, spero Dio che non finiscano, che
il tempo mi passi fino a che non cada nel sonno.
Stanotte è difficile andare a dormire, accendo la tivù senza audio, vedo
figure slegate senza una storia, come me del resto che vivo nell’attesa
che succeda qualcosa, come se il presente non m’appartenesse. Sento la
smania che sale. Guardo le mie mani, sono gonfie. Che brutte! Sembrano
mani di vecchia. Ma che dico? Che vado a pensare? Che qualcuno mi chiami,
che bussi a quest’ora di notte. Chi mai potrebbe?
Se ricordo bene, qualcuno potrebbe, ma chissà se ricorda almeno il mio
nome, il telefono dato di fretta per strada con il solo labiale. Portava
un cappello ed un cappotto a tre quarti. Quando l’ho visto non so perché,
avevo la sensazione che presto l’avrei rivisto. Lui mi fissava con i suoi
occhi verde smeraldo. Chissà di che colore vedevano le mie gambe, l’incavo
del seno che sempre ostento per gonfiarmi l’orgoglio d’essere ancora
piacente.
“Buongiorno Signora.” Siamo entrati nella casa. “Mio marito verrà a
momenti.”
“La casa è su tre livelli, la sala hobby è al piano di sotto, sopra ci
sono tre stanze da letto, il giardino circonda tutta la casa, laggiù un
piccolo bosco di faggi e castagni.” Lui parlava, apriva porte e finestre,
ma io non afferravo i concetti. La casa era un sogno, immersa in un parco
che m’immaginavo già da contorno al primo approccio che di lì a poco
sarebbe avvenuto. Per dire qualcosa gli ho chiesto dettagli sulla cucina,
ma sinceramente non me ne fregava nulla.
Mentre salivamo al primo piano pensavo che sotto quella mansarda non avrei
avuto scampo. Improvvisamente si era formato un magnetismo che m’ha
lasciata di stucco. Dietro la porta del piccolo bagno m’ha sfiorato una
spalla, e poi con una naturalezza estrema l‘ho sentito armeggiare dalle
parti del seno. “La prego!” Ma era inutile, aveva già letto nel mio
respiro quello che voleva sapere. I colori del mio reggiseno rosa e lilla
erano già dentro i suoi occhi verdi. “La prego.” Ma non lo pregavo di
niente fino a quando il campanello della bella casa ha ristabilito
distanze e misura.
“Mia
cara, credo che ci si possa fare un pensierino, vero?” Mio marito
trafelato sorrideva raggiante. Non risposi, non avrei saputo come
imbastire una frase. Siamo scesi nella sala hobby con mio marito davanti e
lui al mio fianco che cercava ancora un improbabile contatto. Poco dopo
siamo usciti, lui mi guardava, mi mangiava come un affamato senza
masticare. Mi sono trattenuta facendo finta di ammirare il parco ed una
piccola fontana senza acqua. Con mio marito già in macchina ho cadenzato
il mio numero.
“Ma io sono una donna sposata! Cosa vado cercando?” Mi ripetevo entrando
in macchina. Lui galante e sicuro di sé ha chiuso lo sportello guardandomi
fissa negli occhi.
Appunto cosa cerco qui alle 2 di notte mentre mio figlio s’è deciso a
dormire. Senza pensare accendo il cellulare. Oddio due chiamate senza
risposta! Due chiamate dallo stesso numero che non conosco! Questa notte
all’una e un’altra dopo mezz’ora. Chi può essere? Chi può avermi chiamato
fuori dalla cerchia di numeri d’amici e parenti memorizzati? La luce del
piccolo schermo invade la stanza. E’ simile ad un faro che acceca i miei
pensieri. Penso. Quell’incontro è avvenuto Sabato ed oggi è Mercoledì.
Avrebbe potuto chiamare prima e non l’ha fatto, perché proprio oggi,
proprio stanotte? Ma non può essere qualcuno che ha sbagliato a mezz’ora
di distanza! Faccio il numero, mi convinco che è solo curiosità. E se poi
è davvero lui cosa gli dico? No, lascio stare, aspetto. Aspetto che
richiami. Mi metto in cerca del biglietto da visita che aveva dato a mio
marito. Lo trovo, ma il numero non corrisponde. Passa mezz’ora, un’ora.
Niente. Sono quasi le tre. Improvvisamente uno squillo, lo schermo
s‘illumina, stesso numero. “Pronto, pronto.” Ma nessuno risponde. La
curiosità si trasforma in angoscia che sale, che mi gonfia. Chiamo, mi
faccio forza e chiamo.
Dall’altra parte una voce tremolante di uomo che cammina, un rumore di
vento. “Pronto.” E’ lui, lo riconosco. “Buonasera, anzi buonanotte,
buongiorno, che piacere sentirla. Spero di non disturbarla. Sto girando
per Roma aspettando il destino. E il destino ha chiamato e sono contento.”
Sorrido. “Per caso sono sola, mio marito è stato trattenuto a Milano.”
Caccia un urlo di gioia. “Allora vengo, tra dieci minuti sono da lei,
sicuro! Dovesse anche abitare d’altro polo del mondo.” Alzo la voce. “M’ha
è pazzo! C’è mio figlio che dorme!” Ma lui non mi dà tregua. “La prego,
almeno un minuto, magari scende ed io l’aspetto.”
Dentro la mia testa un turbine di colpe e pensieri. Mi guardo e sono in
vestaglia. “Facciamo, un’altra volta, sono impresentabile.” Non si
arrende. “Ma lei signora è stupenda, la prego inventi un altro pretesto.”
Non parlo e ripenso, faccio tacere ogni paura che bussa. “Va bene due
minuti soltanto, mi aspetti in macchina. Via del Calice 7.”
Oddio, ma sono pazza!
Corro in bagno, mi lavo, m’asciugo, mi metto il rossetto. Mi pettino. Non
c’è più decenza dentro questa faccia, un minimo di correttezza verso mio
figlio che dorme. Ma davvero mi sono ridotta a cercare attenzione da chi
non mi conosce? Un incontro alle tre di mattina per dimostrare a me stessa
che sono ancora piacente? Che negli occhi di estranei sono ancora la donna
sensuale, che per anni li ha fatti impazzire nell’incanto del seno che ora
lascio appena scoperto. Ma sono ridicola! Metto un paio di orecchini a
goccia. La smania sale pensando a quell’uomo che sta correndo per strade e
piazze per il solo desiderio di incontrare una donna a quest‘ora, e magari
ci sta! Sale la voglia, ma giuro non è sesso! Tra l’altro come potrei aver
desiderio di un uomo che non conosco, di un sesso che al solo vederlo
proverei vergogna! No non è questo. E’ sentirsi desiderata, apparire
femmina ed emanare l’odore come una gatta che lascia le sue tracce, come
una scimmia che si mostra da dietro. Scelgo un paio di mutandine, quelle
nere di seta con i laccetti davanti e le trasparenze di fianco. M’infilo
una gonna, m’illudo a caso, la prima, ma ha uno spacco che arriva a metà
della gamba. Ecco sono pronta. Mi guardo di nuovo allo specchio e slaccio
un altro bottone. Scendo, trattengo il fiato per non fare rumore. In una
mano le chiavi e la voglia di non essere sola, nell‘altra il telefono e il
sacchetto dell‘immondizia, non si sa mai. Non è sesso, mi ripeto lungo le
scale guardando lo spacco che d’incanto materializza il merletto della
calza. Non è sesso mi convinco ricordando a malapena l’ultima volta che
mio marito ha spento la luce. Mi viene quasi da ridere pensando alle scuse
se qualcuno m’incontrasse a quest’ora ed a quante non basterebbero per far
tacere il mio cuore, il mio seno che vola come un uccello che ha trovato
aperta la gabbia. Perché non potrei?
La notte fuori m’avvolge, dentro questo silenzio è lecita ogni voglia con
mio figlio che dorme, mio marito lontano. Lui è già lì che mi aspetta
dentro la sua bella macchina nera. Butto l’immondizia nel cassonetto. Non
scende, non mi apre lo sportello, ha fretta. Fretta di me! Salgo. Accende
il motore e non parla, fa cento metri e si ferma, mi guarda, soltanto mi
guarda. Lo prego di andare oltre, di fermarsi dove non ci sono lampioni.
Riparte come un razzo e si ferma di nuovo dietro una siepe. E’ impaziente,
sappiamo tutti e due perché siamo lì. S‘avvicina e m‘accarezza, dapprima
il collo e poi scende. Scende senza riguardo nei miei abissi. Dentro
questa macchina ora solo un fibrillare di mani. Sento il suo fiato caldo,
ma nessuna parola. A cosa servirebbe dirmi qualcosa? Magari che m’ama?
Magari che non ha fatto altro in questi quattro giorni che pensare a me!
Sorrido. Vorrei dirgli che sono scesa soltanto per una sigaretta, perché
fumare contro la luna ti fa sentire più sola. Ma io non fumo da anni e lui
ha altro a cui pensare. Chissà se mi capisce? Posso solo immaginare quello
che pensa. E intanto le sue mani salgono sotto la gonna. Mi bacia, mi
scopre, m’annusa. Tocca e ritocca il merletto, poi sale. Dice che sono il
paradiso, che mai gli era capitata una femmina calda, mai così
disponibile, così come ora mi mostro, come ora mi sente. “La prego,
facciamo in fretta. Ho lasciato mio figlio in casa da solo, se si sveglia
vuole sua madre, se si sveglia ha bisogno d’amore.” Ma che dico? Che frase
infelice! Io non sono uscita per questo, per farmi consumare in cinque
minuti. Oddio, ma allora perché sono uscita?
Non mi lascia il tempo di rispondermi, eccolo ora è ad un niente da quello
che offro, gratis senza nemmeno una cena, un mazzo di fiori o fiumi di sms
per darmi il pretesto di non provare vergogna domani. In fin dei conti non
potevo aspettarmi altro se non questa passione scomposta che ora senza
chiedermi nulla mi abbassa le mutandine. Neanche le ha viste! Ora sale
sopra di me, apre la lampo quel tanto che basta, senza sforzo, come se
tutto gli fosse dovuto, come se avesse prima concordato un prezzo. Ecco lo
sento, sta entrando, respira ed io che mi ripeto che non è sesso. Lo
sento, mi spacca in due la notte dall’alba come se quello che faccio fosse
già ieri, fosse solo un ricordo. Perché io non godo, non voglio godere!
Perché il piacere di quest’uomo sarebbero gocce dentro il mio mare.
Lo sento s’affanna, entra ed esce sorpreso che i miei respiri non abbiano
toni diversi, che la mia mente rimanga a pensare che questo non è sesso
perché in questo momento sono a casa, sono mamma apprensiva, timorosa che
mio figlio si possa svegliare, moglie che aspetta e ci crede che suo
marito ha perso l’aereo. Lui si ferma e riparte, testardo mi cerca negli
anfratti d’un sesso che tace, nelle anse più liquide d’un’anima secca,
smette e mi gira per cercarmi di nuovo, spinge e mi fotte, fotte la villa
a tre livelli, la fontana senz’acqua e il boschetto di faggi e castani, le
mutandine con i laccetti adagiate sul sedile di fianco. Urla parole
incomprensibili, gemiti caldi sul collo e sul seno e intanto preme ed
entra ed esce dalla noia e dai calzini, da mio marito che perde
puntualmente l’ultimo aereo disponibile, dai miei sogni bollenti, dal mio
personal trainer gay dichiarato. Lo vedo, lo sento, ha gli occhi chiusi e
mi sbatte, ha le mani grandi e mi prende, incredulo senza più remore,
sorpreso che una donna qualunque, una donna borghese tutta forma ed
apparenza, a quest’ora di notte, possa uscire di casa e farsi scopare,
possa abbandonarsi senza chiedere nulla, neanche piacere, perché questo
maschio che preme non è sesso, questa voglia che cola non è seme. Ecco la
sento. Ancora un urlo, poi piano si sgonfia e sento tutto il suo peso. Mi
schiaccia e lo allontano. Si sposta, si ricompone. Dio che squallido
vedere un uomo che tira su la chiusura lampo, che volgare una donna che si
rimette le mutande, anche se sono con i laccetti, le trasparenze di fianco
e costano un occhio. Silenzio, tutto tace. Ora ha le mani sul volante,
guarda fisso fuori, non c’è la luna e non fuma, è solo pronto a partire,
io sono di troppo, io non ci sono, non ci sono mai stata.
Scappo. Sono di nuovo in casa dopo neanche 10 minuti, neanche il tempo di
darci del tu, di chiamarci per nome. Ripongo le chiavi dentro il cassetto,
mi guardo allo specchio. La mia faccia è identica a quella di prima quando
mi mettevo il rossetto, sono la stessa! Mi rassicuro, mio figlio dorme ed
io mi rimetto sul divano a piegare calzini. “Ma Dio Santo, avessi almeno
goduto! Perché non l’ho fatto, perché ora tremo?” Lo penso che vola
leggero, che corre e fischia perché stanotte s’è fatto una donna, gratis e
senza nemmeno inventarsi due frasi d’amore; mentre io sono qui più pesante
di prima che penso e ripenso che non è stato sesso, che stasera non ho
conosciuto nessuno, che mio marito ha preso il treno perché non riusciva a
passare un’altra notte senza di me ed io sono scesa un attimo, un attimo
solo, giusto il tempo di buttare l’immondizia.
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