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I RACCONTI DI LIBERAEVA
 
     
 
 

Fotoromanzo

di LiberaEva

Foto Erica Fava

 
 
 

Dentro un foto romanzo mi lascio rapire, nei vicoli stretti di una Roma sparita, come quando bambina m’immergevo in segreto, nel bianco e nero d’amanti di storie a fumetti.

Vorrei nel sogno sfidare me stessa, per dimostrare che non occorre l’amore, perché quello che indosso ha bisogno di mani, di occhi e passanti che m'additano bella. Alle volte mi chiedo perché solo nel sogno, mi trucco la faccia da ballerina di circo, lasciando che il vento mi scoperchi la gonna, ed un uomo qualunque s'accontenti di un prezzo.

Vorrei essere giudicata per le scarpe che porto, sono alte chanel d'un nero deciso, come la trama della mia calza di pizzo, che esce vezzosa dalla gonna più stretta. A volte mi chiedo dove sono finiti i maschi d’un tempo, quelli che non hanno bisogno di scuse, ti seguono e ti fanno sentire regina, ti fischiano dietro e ti dicono bella.

C’è uomo che guarda e a caso e s’accorge, che sto cercando un portone per essere bella, mentre fingo la parte che guarda altrove, stringendo una busta di pane di frutta.

Non cerco un amante un signore distinto, perché quello lo trovo ogni sera nel letto, lo trovo che legge che dorme e poi russa, e se a volte succede che è soltanto un marito. Non cerco qualcuno che mi chieda permesso, o mi faccia sentire una signora borghese, che mai ha confuso il sesso all’amore, e lo chiami d’istinto con un nome volgare.

Lui mi guarda e mi segue, ha capito qualcosa, o è solo il cappello che l'imbroglia e lo truffa, oppure i miei tacchi che strascico appena, mentre salgo le scale e fanno rumore. Perché lui non sa che il tailleur che mi fascia, o il cappello, il rossetto e questo paio di calze, è un’immagine presa da un servizio di foto, di un giornale di moda per signore di classe.

Lo sento che è dietro perché io non mi volto, perché tanto lo so quando apro la porta, che l’istinto di maschio non può certo aspettare, vedermi che sfumo nella penombra di casa. Ed io indugio per via della spesa, perché ora è il momento che non sente ragioni, un attimo solo per non sentirmi già persa, un ricordo velato di voglia rappresa. 

Ecco la mano che decisa mi prende, che stringe il mio braccio e mi fingo sorpresa, e l’illudo e l’inganno che cedo alla forza, di un fascino maschio e non posso negarmi. Ecco la mano che io ho guidato, e nessuna ragione può più trattenerla, perché il desiderio diventa una sfida, ed una donna una preda che cede e s'arrende.

Lo guardo e non dico perché non serve nient’altro, ai miei occhi che soli gli hanno dato il consenso, e si eccitano al brivido d’un antro di scale, o un luogo più adatto di croste di muri. La sento la mano che risale la gamba, premurosa si ferma e poi riparte decisa, stringendo la pelle per sentirla più soda, per misurare il tempo che manca alla meta.

Sarà che cammino dentro questo vicolo stretto, in fretta per quanto possa andare sui tacchi, perché quello che voglio è ad un passo, una meta, dentro il mio sogno che mi rincorre ogni notte. Perché non cerco amori che si sfilacciano al tempo, che dolciastri mi lasciano appiccicosa la pelle, cerco altro zaffate d’odori, che mi colpiscano intensi ed evadano presto.

Perché l’uomo poi viene, sicura che viene! Mentre aspetto seduta e mi sento regina, e mi sfioro la gonna e vibro al contatto, di labbra di mani di forme che offro. Perché l’uomo poi viene, sicura che viene! E compongo il mio viso da finta inesperta, di fronte a chi guarda e non pensa davvero, che il piacere che sento è solo potere.

Mi guarda mi fissa e poi s’affoga deciso, lo vedo che non sta più nella pelle, che vorrebbe vedere cosa c’è sotto, che odore può avere una fica borghese. Respiro l’odore e mi pare menzogna, di questo profumo che fruttato gli lascia, lo strascico finto di chissà quale donna, che ha ceduto all'ardore d'uomo mai visto.

Fruga e mi cerca sotto la gonna di Fendi, poi mi bacia e capisce che sono diversa, perché quello che chiedo è la bellezza che offro, è il potere che sento tra le mie gambe gemelle.

Le sento le mani che mi stringono forte, che sanno d’abuso e d’insulto che voglio, che mi trascinano forti tenendomi ferma, senza accortezze per guadagnarsi fiducia. Lui mi spinge mi preme mi dice che m’ama, ma come può amarmi se mi conosce da poco, mentre giocavo col vento per mostrare le gambe, e m’impigliavo nei ferri delle grate di Roma.

Ancora le sento le mani ad artigli, mentre in un angolo cala il mio seno di voglia, bianco e riflesso lo lascio toccare, avido d’essere ingordo al piacere. Sussurra parole come se fossimo amanti, eccitato e confuso mi tocca le tette, prima una, poi l’altra e poi ci ritorna, come un gelato, dai gusti diversi.

Mi prende, mi bacia, sorpreso da tanto splendore, mi preme mi schiaccia sui miei tacchi che punto, per essere stabile nel momento che entra. Eccolo lo sento, sa di incuria e di sporco, di sudore che lecco, di femmina munta che si lascia bagnare,  di sogno che viene puntuale ogni notte, che fisso ogni giorno dentro questo romanzo.

Mi ricompongo i capelli le labbra il cappello, m’abbasso la gonna e riaggiusto le calze, convinta che nulla sarebbe servito, se dovessi voltarmi per chiedere amore. Amore! Ma che dico? Amore di niente. Che stronza parola mi infarcisce la bocca, e m’illude le vene per il solo motivo, di esser regina che regola umore.

Perché quello che faccio ha un senso comunque, quando apro la borsa e tiro fuori il compenso, la misura e l’essenza di quello che voglio, che una femmina è femmina quando prova piacere. Ma è ancora più femmina se il gioco che sente, è nido che invoglia e culla d'inverno, che guida gli uccelli come il porto le navi, che ignari l'attira e ne usa l'ardore.

Sarà che ora mi riaggiusto il cappello, mi riassetto la gonna che leggera mi fascia, cammino orgogliosa come se nulla è successo, signora per bene che ha sbagliato la strada. Cammino strusciando lungo i muri più zuppi, come gatta in calore che ha lasciato le tracce, perché qualcuno  s'è illuso d'ingozzarmi d'odore,  di rivoli a grumi che si spaccano a gocce.

Contenta ritorno sui miei passi di sempre, con la mia aria di donna sognatrice e vagante, come se nulla fosse accaduto, perché il mio vestito di Fendi, non si è sgualcito per niente. C’è solo un pensiero che sottile m’angoscia e mi lascia sospesa a sudare nel dubbio, quale gonna domani abbellirà le mie gambe, quale merletto stavolta aggrazierà i miei seni.

Sarà che aspetto la sera per immergermi ancora, per leggere una pagina di questo fotoromanzo e un desiderio lontano si scioglie e m’imbroglia, tra un uomo che fischia e l’altro che guarda, e corre tra le sponde e bonifica terre, foce di fiume che si deposita in mare, mentre il vento che soffia m’asciuga le pieghe, ed io chiudo il mio libro e ricomincio a sognare.

 
     
 
 
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   pubblicazione Novembre 2007 

 
 

       

 
 
 
 

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