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Dentro
un foto romanzo mi lascio rapire, nei vicoli stretti di una Roma sparita,
come quando bambina m’immergevo in segreto, nel bianco e nero d’amanti di
storie a fumetti.
Vorrei
nel sogno sfidare me stessa, per dimostrare che non occorre l’amore,
perché quello che indosso ha bisogno di mani, di occhi e passanti che
m'additano bella. Alle volte mi chiedo perché solo nel sogno, mi trucco la
faccia da ballerina di circo, lasciando che il vento mi scoperchi la
gonna, ed un uomo qualunque s'accontenti di un prezzo.
Vorrei
essere giudicata per le scarpe che porto, sono alte chanel d'un nero
deciso, come la trama della mia calza di pizzo, che esce vezzosa dalla
gonna più stretta. A volte mi chiedo dove sono finiti i maschi d’un tempo,
quelli che non hanno bisogno di scuse, ti seguono e ti fanno sentire
regina, ti fischiano dietro e ti dicono bella.
C’è
uomo che guarda e a caso e s’accorge, che sto cercando un portone per
essere bella, mentre fingo la parte che guarda altrove, stringendo una
busta di pane di frutta.
Non
cerco un amante un signore distinto, perché quello lo trovo ogni sera nel
letto, lo trovo che legge che dorme e poi russa, e se a volte succede che
è soltanto un marito. Non cerco qualcuno che mi chieda permesso, o mi
faccia sentire una signora borghese, che mai ha confuso il sesso
all’amore, e lo chiami d’istinto con un nome volgare.
Lui mi
guarda e mi segue, ha capito qualcosa, o è solo il cappello che
l'imbroglia e lo truffa, oppure i miei tacchi che strascico appena, mentre
salgo le scale e fanno rumore. Perché lui non sa che il tailleur che mi
fascia, o il cappello, il rossetto e questo paio di calze, è un’immagine
presa da un servizio di foto, di un giornale di moda per signore di
classe.
Lo
sento che è dietro perché io non mi volto, perché tanto lo so quando apro
la porta, che l’istinto di maschio non può certo aspettare, vedermi che
sfumo nella penombra di casa. Ed io indugio per via della spesa, perché
ora è il momento che non sente ragioni, un attimo solo per non sentirmi
già persa, un ricordo velato di voglia rappresa.
Ecco la
mano che decisa mi prende, che stringe il mio braccio e mi fingo sorpresa,
e l’illudo e l’inganno che cedo alla forza, di un fascino maschio e non
posso negarmi. Ecco la mano che io ho guidato, e nessuna ragione può più
trattenerla, perché il desiderio diventa una sfida, ed una donna una preda
che cede e s'arrende.
Lo
guardo e non dico perché non serve nient’altro, ai miei occhi che soli gli
hanno dato il consenso, e si eccitano al brivido d’un antro di scale, o un
luogo più adatto di croste di muri. La sento la mano che risale la gamba,
premurosa si ferma e poi riparte decisa, stringendo la pelle per sentirla
più soda, per misurare il tempo che manca alla meta.
Sarà
che cammino dentro questo vicolo stretto, in fretta per quanto possa
andare sui tacchi, perché quello che voglio è ad un passo, una meta,
dentro il mio sogno che mi rincorre ogni notte. Perché non cerco amori che
si sfilacciano al tempo, che dolciastri mi lasciano appiccicosa la pelle,
cerco altro zaffate d’odori, che mi colpiscano intensi ed evadano presto.
Perché
l’uomo poi viene, sicura che viene! Mentre aspetto seduta e mi sento
regina, e mi sfioro la gonna e vibro al contatto, di labbra di mani di
forme che offro. Perché l’uomo poi viene, sicura che viene! E compongo il
mio viso da finta inesperta, di fronte a chi guarda e non pensa davvero,
che il piacere che sento è solo potere.
Mi
guarda mi fissa e poi s’affoga deciso, lo vedo che non sta più nella
pelle, che vorrebbe vedere cosa c’è sotto, che odore può avere una fica
borghese. Respiro l’odore e mi pare menzogna, di questo profumo che
fruttato gli lascia, lo strascico finto di chissà quale donna, che ha
ceduto all'ardore d'uomo mai visto.
Fruga e
mi cerca sotto la gonna di Fendi, poi mi bacia e capisce che sono diversa,
perché quello che chiedo è la bellezza che offro, è il potere che sento
tra le mie gambe gemelle.
Le
sento le mani che mi stringono forte, che sanno d’abuso e d’insulto che
voglio, che mi trascinano forti tenendomi ferma, senza accortezze per
guadagnarsi fiducia. Lui mi spinge mi preme mi dice che m’ama, ma come può
amarmi se mi conosce da poco, mentre giocavo col vento per mostrare le
gambe, e m’impigliavo nei ferri delle grate di Roma.
Ancora
le sento le mani ad artigli, mentre in un angolo cala il mio seno di
voglia, bianco e riflesso lo lascio toccare, avido d’essere ingordo al
piacere. Sussurra parole come se fossimo amanti, eccitato e confuso mi
tocca le tette, prima una, poi l’altra e poi ci ritorna, come un gelato,
dai gusti diversi.
Mi
prende, mi bacia, sorpreso da tanto splendore, mi preme mi schiaccia sui
miei tacchi che punto, per essere stabile nel momento che entra. Eccolo lo
sento, sa di incuria e di sporco, di sudore che lecco, di femmina munta
che si lascia bagnare, di sogno che viene puntuale ogni notte, che fisso
ogni giorno dentro questo romanzo.
Mi
ricompongo i capelli le labbra il cappello, m’abbasso la gonna e
riaggiusto le calze, convinta che nulla sarebbe servito, se dovessi
voltarmi per chiedere amore. Amore! Ma che dico? Amore di niente. Che
stronza parola mi infarcisce la bocca, e m’illude le vene per il solo
motivo, di esser regina che regola umore.
Perché
quello che faccio ha un senso comunque, quando apro la borsa e tiro fuori
il compenso, la misura e l’essenza di quello che voglio, che una femmina è
femmina quando prova piacere. Ma è ancora più femmina se il gioco che
sente, è nido che invoglia e culla d'inverno, che guida gli uccelli come
il porto le navi, che ignari l'attira e ne usa l'ardore.
Sarà
che ora mi riaggiusto il cappello, mi riassetto la gonna che leggera mi
fascia, cammino orgogliosa come se nulla è successo, signora per bene che
ha sbagliato la strada. Cammino strusciando lungo i muri più zuppi, come
gatta in calore che ha lasciato le tracce, perché qualcuno s'è illuso
d'ingozzarmi d'odore, di rivoli a grumi che si spaccano a gocce.
Contenta ritorno sui miei passi di sempre, con la mia aria di donna
sognatrice e vagante, come se nulla fosse accaduto, perché il mio vestito
di Fendi, non si è sgualcito per niente. C’è solo un pensiero che sottile
m’angoscia e mi lascia sospesa a sudare nel dubbio, quale gonna domani
abbellirà le mie gambe, quale merletto stavolta aggrazierà i miei seni.
Sarà
che aspetto la sera per immergermi ancora, per leggere una pagina di
questo fotoromanzo e un desiderio lontano si scioglie e m’imbroglia, tra
un uomo che fischia e l’altro che guarda, e corre tra le sponde e bonifica
terre, foce di fiume che si deposita in mare, mentre il vento che soffia
m’asciuga le pieghe, ed io chiudo il mio libro e ricomincio a sognare. |