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I RACCONTI DI LIBERAEVA
 
     
 
 
 

Che c'è di male?

di LiberaEva

Foto anna koudella

 

 

 
 
 

Senti, che c'è di male se mi nutri l'anima e mi fiacchi le gambe, al solo pensare che le mie parole di oggi, abbiano aperto uno spiraglio di luce, allettanti di un sogno che torna e s’avvera, nel desiderio mai domo di sentirti oscillare, per farti tentare e lasciarti sedurre.

Senti, che c'è di male se sono come te, e per pudore non scrivo ma guardo la posta, perchè come te ho tanta paura, di rovinare ogni cosa per un’inezia, un nonnulla, di risultare invadente, intempestivo, inadatto, se per caso non vuoi che sia questo il momento.

Senti, che c'è di male se ora ti chiedo, che dopo tante parole mi piacerebbe sapere, se un giorno distante o magari domani, potessi di nuovo rivedere i tuoi occhi, specchiarmi alle rive del tuo sguardo di lago. E’ vero reale che mi fissa e si vela, come nei ricordi della nostra prima volta, quando ti dissi che passavo per caso, invece era tuo fratello che mi dava le dritte, invece erano mesi che t’aspettavo in quel posto, e poi lungo il viale dove passeggiammo tranquilli, e poi seduti in quel bar a parlarci di niente.

Senti sarà pure vero che il mondo fa schifo, e tutto intorno c’è guerra e macerie fumanti, ma un incontro insperato mi farebbe pensare, che in fondo davvero non è poi così male. Ed allora m’illudo d’averti vicina, di baciarti le labbra e annusarti i capelli, ma poi mi ritraggo perché non sei altro che aria, perché i tuoi baci non li ricordo per niente, e come un cane ti cerco tra i muri di casa, fino a rendermi conto che il ricordo non ha sapore, e l’odore che sento m’inganna e mi truffa.  

Senti, sarà pure vero che non è il modo più giusto, per riscoprirci di dentro e riprendere un filo, perchè tutto questo non fa poesia, ed è un modo vigliacco per dire e non dire. Rido sai per questo gioco poco sottile, perchè in fondo è quello che penso da tempo, sentirti la voce apprezzarti il profumo, guardarti il vestito al primo incontro che metti. Ma davvero non mi viene di meglio, e se queste parole le lavi e l'asciughi, non resta che un modo netto e diretto, di chiederti quando, e dove, a che ora.

Senti che c’è di male se già ti rivedo, tra quelle colline che s’adagiano verdi che sembrano rapirti nel ventre materno e che bello che voglia lasciarsi cullare! Perché noi ci siamo stati vero? In quei grembi di madre e puttane ammiccanti, in quei nodi di viali di una camera a vista, e scrivere, eh già scrivere, perché io ancora lo faccio sai? E perdermi tra le case e i tetti più rossi, come in un quadro di Ottone Rosai come nel fuoco che ci scaldava d’inverno, in quel ristorante alla quercia del pino.

Senti che c’è di male se ancora ti vedo, che sorseggi la terra di quel velluto più rosso, a volte Chianti a volte Brunello, a volte il ricordo di quei lunghi filari, e tu che cammini con la gonna che ammicca, ed io che ti seguo con un grappolo in mano.

Ci siamo stati sai, ma  andavamo di fretta, perché a quell’età non si ha pazienza d’aspettare, e nutrirsi gli occhi di dettagli che ora, passano opachi e il tempo li scolora. Mi dici che sei dimagrita, che porti i capelli come un tempo a caschetto! Oddio come vorrei rivederti, sapere che in fondo tutto è cambiato, nella certezza che non è cambiato poi niente, che l’amore che senti è lo stesso di prima, nonostante gli anni e gli altri tuoi amori, che tuo fratello ogni tanto ammetteva, leggero discreto per non farmi del male.

Senti che c’è di male se faccio poi finta, se camminando t’incontro al primo sole di marzo, e davvero c’illudiamo che sia la prima volta, che dietro di noi non c’è il buio dei tanti litigi, di una porta che sbatte ed urla e pianti, la tua voce convinta: “Me ne vado per sempre”.

Eh già poi così è successo, anni, secoli senza più vederti, senza più cercarti. Quella frase che stride che rimbomba e fa male. Che alle volte sta zitta e poi ritorna più forte, “Me ne vado stasera, me ne vado per sempre!”

Ma stasera è diverso, so che ci sei, so che mi stai ascoltando, quando dico: “Senti che c’è di male, se domani all’alba mi metto in viaggio, tra le insenature della Cassia che mi culla e m’avvolge.” E tu mi aspetti alla Quercia del pino, che guardi distratta fuori dai vetri, e magari piove perché certo poi piove, sulle colline già verdi e i tetti più rossi, ed il cameriere discreto ed il camino che scalda, il mio ghigno diverso e il tuo nuovo foulard.” Eh già che c’è di male?

 
     
 
 
 
 
 
 
 
 

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   pubblicazione Gennaio 2008 

 
 

       

 
 
 
 

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