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Senti,
che c'è di male se mi nutri l'anima e mi fiacchi le gambe, al solo pensare
che le mie parole di oggi, abbiano aperto uno spiraglio di luce,
allettanti di un sogno che torna e s’avvera, nel desiderio mai domo di
sentirti oscillare, per farti tentare e lasciarti sedurre.
Senti,
che c'è di male se sono come te, e per pudore non scrivo ma guardo la
posta, perchè come te ho tanta paura, di rovinare ogni cosa per un’inezia,
un nonnulla, di risultare invadente, intempestivo, inadatto, se per caso
non vuoi che sia questo il momento.
Senti,
che c'è di male se ora ti chiedo, che dopo tante parole mi piacerebbe
sapere, se un giorno distante o magari domani, potessi di nuovo rivedere i
tuoi occhi, specchiarmi alle rive del tuo sguardo di lago. E’ vero reale
che mi fissa e si vela, come nei ricordi della nostra prima volta, quando
ti dissi che passavo per caso, invece era tuo fratello che mi dava le
dritte, invece erano mesi che t’aspettavo in quel posto, e poi lungo il
viale dove passeggiammo tranquilli, e poi seduti in quel bar a parlarci di
niente.
Senti
sarà pure vero che il mondo fa schifo, e tutto intorno c’è guerra e
macerie fumanti, ma un incontro insperato mi farebbe pensare, che in fondo
davvero non è poi così male. Ed allora m’illudo d’averti vicina, di
baciarti le labbra e annusarti i capelli, ma poi mi ritraggo perché non
sei altro che aria, perché i tuoi baci non li ricordo per niente, e come
un cane ti cerco tra i muri di casa, fino a rendermi conto che il ricordo
non ha sapore, e l’odore che sento m’inganna e mi truffa.
Senti,
sarà pure vero che non è il modo più giusto, per riscoprirci di dentro e
riprendere un filo, perchè tutto questo non fa poesia, ed è un modo
vigliacco per dire e non dire. Rido sai per questo gioco poco sottile,
perchè in fondo è quello che penso da tempo, sentirti la voce apprezzarti
il profumo, guardarti il vestito al primo incontro che metti. Ma davvero
non mi viene di meglio, e se queste parole le lavi e l'asciughi, non resta
che un modo netto e diretto, di chiederti quando, e dove, a che ora.
Senti
che c’è di male se già ti rivedo, tra quelle colline che s’adagiano verdi
che sembrano rapirti nel ventre materno e che bello che voglia lasciarsi
cullare! Perché noi ci siamo stati vero? In quei grembi di madre e puttane
ammiccanti, in quei nodi di viali di una camera a vista, e scrivere, eh
già scrivere, perché io ancora lo faccio sai? E perdermi tra le case e i
tetti più rossi, come in un quadro di Ottone Rosai come nel fuoco che ci
scaldava d’inverno, in quel ristorante alla quercia del pino.
Senti
che c’è di male se ancora ti vedo, che sorseggi la terra di quel velluto
più rosso, a volte Chianti a volte Brunello, a volte il ricordo di quei
lunghi filari, e tu che cammini con la gonna che ammicca, ed io che ti
seguo con un grappolo in mano.
Ci siamo
stati sai, ma andavamo di fretta, perché a quell’età non si ha pazienza
d’aspettare, e nutrirsi gli occhi di dettagli che ora, passano opachi e il
tempo li scolora. Mi dici che sei dimagrita, che
porti i capelli come un tempo a caschetto! Oddio come vorrei rivederti,
sapere che in fondo tutto è cambiato, nella certezza che non è cambiato
poi niente, che l’amore che senti è lo stesso di prima, nonostante gli
anni e gli altri tuoi amori, che tuo fratello ogni tanto ammetteva,
leggero discreto per non farmi del male.
Senti
che c’è di male se faccio poi finta, se camminando t’incontro al primo
sole di marzo, e davvero c’illudiamo che sia la prima volta, che dietro di
noi non c’è il buio dei tanti litigi, di una porta che sbatte ed urla e
pianti, la tua voce convinta: “Me ne vado per sempre”.
Eh già
poi così è successo, anni, secoli senza più vederti, senza più cercarti.
Quella frase che stride che rimbomba e fa male. Che alle volte sta zitta e
poi ritorna più forte, “Me ne vado stasera, me ne vado per sempre!”
Ma
stasera è diverso, so che ci sei, so che mi stai ascoltando, quando dico:
“Senti che c’è di male, se domani all’alba mi metto in viaggio, tra le
insenature della Cassia che mi culla e m’avvolge.” E tu mi aspetti alla
Quercia del pino, che guardi distratta fuori dai vetri, e magari piove
perché certo poi piove, sulle colline già verdi e i tetti più rossi, ed il
cameriere discreto ed il camino che scalda, il mio ghigno diverso e il tuo
nuovo foulard.” Eh già che c’è di male? |