Non esistono racconti morali o immorali.  Ci sono solo racconti scritti bene o racconti scritti male. Questo è tutto. Oscar Wilde

 

 

Angelo & Demone
 

 

 

 

Angelo demone, angelo maledetto, lui le dice a voce roca tradendo la parvenza, d’uomo serio e navigato, d’uomo adulto e protettivo, mentre la sua mano si fa strada lentamente, tra la trama delle calze, sotto la sua gonna, fra le cosce obbedienti, umide in attesa, che avvenga al più presto quel sogno mai domato, quel racconto che per mesi vi ha legati di piacere.

Lei lo guarda e lui la guarda, già pronta se volesse, seduta sulle gambe sente un brivido che sale, la sua voglia consistente che lievita al contatto, mentre bacia l’altra barba sconosciuta fino allora. Lui ride soddisfatto contento del regalo e un suo dito ad uncino entra nella bocca, socchiusa quanto basta perché lui la possa aprire, perché lui ne faccia preda, saccheggio e scorreria, anche se non c’è ardore ora nei suoi occhi, ma solo la certezza d’essere essenziale, amante distaccato, strumento di passione, indispensabile alla smania che guida e sa guidare, perché lei non abbia dubbi, di ciò che sente tra le gambe, nei punti dell’intesa che lui tocca e sa toccare.

Angelo demone, angelo maledetto, lei ti guarda sul divano mentre li osservi allibito, distante quanto basta con una tempesta dentro il cuore, come fossi dentro il sogno rapito ed estasiato, quando lei scivola aiutata dalla mano che la spinge, verso quella meta pattuita poco prima, quando il suo ardore incontra la passione e si stringe a ventosa china al dovere, e sono baci e sono succhi che rassodano il piacere, e sono gemiti di uomo, che la guidano più brava, a cadenzare i suoi respiri, sincroni e perfetti, a chiedersi cosa provi mentre guardi la tua donna, a carpire in lontananza un guizzo di dolore, il prezzo che si paga per la sfida e la contesa, la voglia mai finita di sentire quel possesso, per amarla più di prima fin dentro le sue ossa, dentro quella bocca che lui svuota e poi riempie, nel gioco senza fine d’essere la linfa, dei desideri più segreti che nascono di notte, e di notte s’aggrovigliano e diventano reali, come ora in questo posto, uno studio d’architetto, come ora questo uomo che s’è fatto più sicuro e reclama senza indugio d’esserne il padrone.

Angelo demone, angelo maledetto, le viene in mente quella sera, quando tu glielo hai proposto, seduti al ristorante in una terrazza sopra Roma, una spigola al cartoccio con un bianco siciliano, e il gioco mano mano che s’è fatto consistenza, un amico tu le hai detto, un amante ti ha risposto, un anonimo signore che sappia cosa fare, scartare quattro carte e dichiararsi poi servito, nel filo di quel gioco, d’azzardo e raffinato, maturo al punto giusto, esperto quanto basta. Poi mesi, giorni e poche ore, poi s’è fatta solo attesa, un trucco più pesante per calarsi nella parte, come fosse una di quelle almeno a parole, con un 12 di tacco che bucava il tuo cuore, come in auto poco prima, i tuoi dubbi consistenti, la voce tremolante, i suoi ripensamenti, ma è stato solo un attimo, un banale contrattempo, un soffio a poco a poco che s’è fatto evanescente, il tuo braccio che cingeva i suoi fianchi impauriti, per sentirsi più protetta, per darle sicurezza, qualunque cosa avesse fatto o fosse poi successa.

Angelo demone, angelo maledetto, l’altro ripete a voce roca come un mantra all’infinito, lei distesa che lo accoglie come sposa al primo fiore, sta tremando e tu lo noti ma è un attimo soltanto, poi sente il suo calore e pensa “ora ci siamo”, l’attesa che diventa un flebile secondo, e sente quella bocca avida di miele, identica al sapore di quel sogno senza fine, bramato tante volte quando nel letto la baciavi, o lei digiuna ti chiedeva d’enfatizzare quell’attesa, lasciandola intatta, stregata dal miraggio. Ed ecco la tempesta, il diluvio e la bufera, nell’onda del piacere tra due braccia sconosciute, nell’onda che travolge e la risacca poi trascina, scorie d’altri lidi portati dalla brezza, brame d’un passato dove mai si era spinta, a sentirsi amante vinta e femmina più persa, pertugio senza fine che chiede e ne rivuole, crepa lungo il muro che scorre e fa rumore, perché lei ora è carne, femmina fatale, è occhi che ti cercano sbarrati al desiderio. Perché lui è un mero arnese, oggetto di piacere, è marmo duro e freddo che la cerca ovunque vuole, è maschio consapevole che ha voglia di godere, di essere il pittore di quella rosa schiusa, e il maestro di quel canto di gemiti e parole, di esibirla alla finestra mentre dietro si fa spazio, di chiamare un’amica mentre sputa fiato caldo, di strofinarla su ogni muro come gatta in calore, di stenderla per terra finché lui riempia a secchi, quel pozzo senza fine dove non si vede il fondo.

Angelo demone, angelo maledetto, si sente nel silenzio il rantolo del maschio, svuotato d’ogni forza, d’ogni minimo vigore, si sente il suo respiro soddisfatto di piacere, e tu ti alzi e le vai incontro, le asciughi il sudore, la lecchi con la lingua come un cane obbediente, le spalle, il collo e il seno, e poi scendi tra le gambe, che lindi e ripulisci perché sia di nuovo fiore, perché sia di nuovo intatta da cogliere ed offrire. E sono grazie e carezze, baci buoni sulla bocca, lusinghe e promesse d’amore per la vita e tu padrone e lei Regina lungo un’alba che dirada, i fumi della notte, le nebbie dentro il cuore, ed una luce all’orizzonte la illumina più bella, come sposa sulla spiaggia che strascica il suo velo, come vergine illibata o ninfomane mai sazia, avendo la certezza che ogni brivido che sente, sia un alito dell’anima che ora ti appartiene.



 

 

 

FINE

 

 

 

 

 
 
 

 

Foto di Beatrice Morabito

 

 

 

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