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Angelo & Demone
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Angelo demone, angelo maledetto,
lui le dice a voce roca tradendo la parvenza, d’uomo serio e
navigato, d’uomo adulto e protettivo, mentre la sua mano si fa
strada lentamente, tra la trama delle calze, sotto la sua gonna,
fra le cosce obbedienti, umide in attesa, che avvenga al più
presto quel sogno mai domato, quel racconto che per mesi vi ha
legati di piacere.
Lei lo guarda e lui la guarda, già pronta se volesse, seduta
sulle gambe sente un brivido che sale, la sua voglia consistente
che lievita al contatto, mentre bacia l’altra barba sconosciuta
fino allora. Lui ride soddisfatto contento del regalo e un suo
dito ad uncino entra nella bocca, socchiusa quanto basta perché
lui la possa aprire, perché lui ne faccia preda, saccheggio e
scorreria, anche se non c’è ardore ora nei suoi occhi, ma solo
la certezza d’essere essenziale, amante distaccato, strumento di
passione, indispensabile alla smania che guida e sa guidare,
perché lei non abbia dubbi, di ciò che sente tra le gambe, nei
punti dell’intesa che lui tocca e sa toccare.
Angelo demone, angelo maledetto, lei ti guarda sul divano mentre
li osservi allibito, distante quanto basta con una tempesta
dentro il cuore, come fossi dentro il sogno rapito ed estasiato,
quando lei scivola aiutata dalla mano che la spinge, verso
quella meta pattuita poco prima, quando il suo ardore incontra
la passione e si stringe a ventosa china al dovere, e sono baci
e sono succhi che rassodano il piacere, e sono gemiti di uomo,
che la guidano più brava, a cadenzare i suoi respiri, sincroni e
perfetti, a chiedersi cosa provi mentre guardi la tua donna, a
carpire in lontananza un guizzo di dolore, il prezzo che si paga
per la sfida e la contesa, la voglia mai finita di sentire quel
possesso, per amarla più di prima fin dentro le sue ossa, dentro
quella bocca che lui svuota e poi riempie, nel gioco senza fine
d’essere la linfa, dei desideri più segreti che nascono di
notte, e di notte s’aggrovigliano e diventano reali, come ora in
questo posto, uno studio d’architetto, come ora questo uomo che
s’è fatto più sicuro e reclama senza indugio d’esserne il
padrone.
Angelo demone, angelo maledetto, le viene in mente quella sera,
quando tu glielo hai proposto, seduti al ristorante in una
terrazza sopra Roma, una spigola al cartoccio con un bianco
siciliano, e il gioco mano mano che s’è fatto consistenza, un
amico tu le hai detto, un amante ti ha risposto, un anonimo
signore che sappia cosa fare, scartare quattro carte e
dichiararsi poi servito, nel filo di quel gioco, d’azzardo e
raffinato, maturo al punto giusto, esperto quanto basta. Poi
mesi, giorni e poche ore, poi s’è fatta solo attesa, un trucco
più pesante per calarsi nella parte, come fosse una di quelle
almeno a parole, con un 12 di tacco che bucava il tuo cuore,
come in auto poco prima, i tuoi dubbi consistenti, la voce
tremolante, i suoi ripensamenti, ma è stato solo un attimo, un
banale contrattempo, un soffio a poco a poco che s’è fatto
evanescente, il tuo braccio che cingeva i suoi fianchi
impauriti, per sentirsi più protetta, per darle sicurezza,
qualunque cosa avesse fatto o fosse poi successa.
Angelo demone, angelo maledetto, l’altro ripete a voce roca come
un mantra all’infinito, lei distesa che lo accoglie come sposa
al primo fiore, sta tremando e tu lo noti ma è un attimo
soltanto, poi sente il suo calore e pensa “ora ci siamo”,
l’attesa che diventa un flebile secondo, e sente quella bocca
avida di miele, identica al sapore di quel sogno senza fine,
bramato tante volte quando nel letto la baciavi, o lei digiuna
ti chiedeva d’enfatizzare quell’attesa, lasciandola intatta,
stregata dal miraggio. Ed ecco la tempesta, il diluvio e la
bufera, nell’onda del piacere tra due braccia sconosciute,
nell’onda che travolge e la risacca poi trascina, scorie d’altri
lidi portati dalla brezza, brame d’un passato dove mai si era
spinta, a sentirsi amante vinta e femmina più persa, pertugio
senza fine che chiede e ne rivuole, crepa lungo il muro che
scorre e fa rumore, perché lei ora è carne, femmina fatale, è
occhi che ti cercano sbarrati al desiderio. Perché lui è un mero
arnese, oggetto di piacere, è marmo duro e freddo che la cerca
ovunque vuole, è maschio consapevole che ha voglia di godere, di
essere il pittore di quella rosa schiusa, e il maestro di quel
canto di gemiti e parole, di esibirla alla finestra mentre
dietro si fa spazio, di chiamare un’amica mentre sputa fiato
caldo, di strofinarla su ogni muro come gatta in calore, di
stenderla per terra finché lui riempia a secchi, quel pozzo
senza fine dove non si vede il fondo.
Angelo demone, angelo maledetto, si sente nel silenzio il
rantolo del maschio, svuotato d’ogni forza, d’ogni minimo
vigore, si sente il suo respiro soddisfatto di piacere, e tu ti
alzi e le vai incontro, le asciughi il sudore, la lecchi con la
lingua come un cane obbediente, le spalle, il collo e il seno, e
poi scendi tra le gambe, che lindi e ripulisci perché sia di
nuovo fiore, perché sia di nuovo intatta da cogliere ed offrire.
E sono grazie e carezze, baci buoni sulla bocca, lusinghe e
promesse d’amore per la vita e tu padrone e lei Regina lungo
un’alba che dirada, i fumi della notte, le nebbie dentro il
cuore, ed una luce all’orizzonte la illumina più bella, come
sposa sulla spiaggia che strascica il suo velo, come vergine
illibata o ninfomane mai sazia, avendo la certezza che ogni
brivido che sente, sia un alito dell’anima che ora ti
appartiene.
FINE
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