|
Che notte stanotte qui
sotto la pioggia, dentro questa cabina una stufa mi scalda, tra i vetri
che sgocciolano e fanno riflesso, al faro che muovo per guardare di fuori.
Che notte stanotte se non smette e poi tuona, e i rami di lampi si
spaccano lilla, e rischiarano a giorno questo piazzale d’asfalto, e questi
fusti preziosi che contengono olio. Dentro questa cabina ogni sera
controllo, che tutto sia a posto e non ci siano intrusi, perché io sono
qui che faccio la guardia, mentre tu sei a casa e t’immagino a letto, con
un fascio di luna che corre lungo la schiena, e s’adagia e poi splende
dall’orlo ai capelli, perché tu dormi riversa ed io guardo nel vuoto,
perché tu dormi che sogni ed io lavoro.
Qui vengono coppie segrete e notturne, ed io come un ladro
rubo gli amori, e vengono in tante e s’infilano strette, tra i bidoni che
alti le coprono in parte. Non ci sono parole dentro questo silenzio,
perché mute le vedo che si lasciando andare, quando girano in fretta la
chiave del quadro, e a memoria già sanno cosa devono fare. Sono amori
indecenti di donne sposate, con la faccia d’attrici e i capelli arruffati,
e le labbra dipinte che sanno di cena, con un tono di rosso spalmato a
secchiate. Sono amori finiti che non c’è tempo di dire, perché l’ultima
frase ruoterà nel cervello, leggera e violenta che ti molesta per sempre,
ovunque tu sia qualunque cosa tu faccia. Sono coppie immorali ai miei
occhi curiosi, di donne viziose nell’occhio del faro, che discreto
s’insinua tra le gambe che danno, come porte di hangar sempre aperte di
notte.
Amori che sbocciano tra quei vetri appannati, di parole e
parole perché mai si è sicuri, che quello è il momento e stringerla dove,
le parole non dette hanno sempre più effetto. Amori scaricati che
vorrebbero urlare, appendersi ad un ramo del pino di fronte, ma non per
morire ma per illudersi ancora, che un gesto eclatante possa davvero
bastare. Sono ombre sfumate senza anima e cuore, e alle volte davvero non
riesco a capire, chi è l’uomo la donna chi tutte e due, chi cerca la bocca
e chi si lascia baciare.
Perché il mio mestiere è vedere le ombre, e come un cane da
guardia trascrivo ogni cosa, il minimo appunto che abbia un colore
diverso, da questo nero di pesto che entra nel faro. Ma le coppie che vedo
le lascio tranquille, annoto soltanto l’orario e la targa, perché
inoffensive hanno altro da fare, e non ruberebbero certo quei fusti di
olio. Vanno e vengono senza nessuna ragione, chi cauto perché è la prima
volta, chi decisa perché sa di mestiere, e gli indica il posto per fare
più in fretta.
Sono amori slavi che restano il tempo, per comprarsi una
casa al centro di Mosca, e l’italiano che sanno gli serve per poco, per
dire cinquanta d’amore o di bocca. Sono amori di gente che cerca il
tesoro, dentro due seni strafinti e rifatti, che rimangono dritti
nonostante l’ardore, di chi lecca e s’illude che sanno di latte. Sono
amori fottuti di bambine già adulte, che fanno bene l’amore come fossero
esperte, che lo fanno davanti e di dietro è lo stesso, in un gioco
infinito tra infermiera e dottore. Si vendono a pezzi e ogni parte ha un
prezzo, perché dentro un letto sarebbe diverso, ma rimangono serie e non
si danno per niente, nemmeno un sorriso se non hai pagato la bocca.
Coppie insaziabili d’ogni genere e razza, con le labbra che
s’aprono per tapparsi in un bacio, ed avide assorbono gli umori del cuore,
ed ingorde si scambiano quelli del sesso. Sono amanti sorpresi da un
marito geloso, che piano s’acquatta e li spia discreto, e nel faro lo vedo
che fuma impaziente, e nel faro la vedo che lei si dimena, e poi avida
stretta si blocca e s’ingozza, fino ad urlo scomposto sguaiato d’amore.
Lui la sente che grida, li senti i richiami, dell’altro che affonda e lei
che li tiene, nella voglia che ghiotta espelle e trattiene, nell’amante
che grida troia per bene.
Ma c’è una coppia che viene quasi tutte le notti, con
un’auto cabrio rossa fiammante, quatta quatta parcheggia vicino al
recinto, poco distante da dove li guardo. Lei porta un cappello sempre
diverso, vestita di nero raramente di rosso, lui è alto abbronzato con
pochi capelli, due occhi di ghiaccio e un ghigno di maschio. Mai l’ho
visti lasciarsi rapire, da baci e carezze promesse e lo giuro, mai l’ho
visti scambiarsi un sorriso, una carezza sincera di tenerezza e d’affetto.
Lei esce superba e fa tre passi nel buio, lui col motore acceso la punta
coi fari, lei cammina e ostenta il suo dietro rigonfio, si muove adagiando
i fianchi nell’aria, come fosse un tutt’uno con l’intorno in penombra, una
preda di notte che si lascia agguantare.
S’innalza tra i cocci e i rifiuti dei cani, fuma e
s’appoggia al primo tronco che incontra, scopre la gonna con l’altra mano
che sale, ed io che la guardo sorpreso pensando, quanta devozione s’annida
dentro quel gesto, quanto il desiderio di essere altro, la stessa che lui
sta ora bramando, dentro quella macchina che si concede da solo, dentro la
voglia che rimane distante, da quelle sue unghie che s’infilano piano, nei
pizzi che dà e quelli che tiene, mentre punta i suoi tacchi e s’appoggia
sul tronco. Lo chiama lo invita scoprendo il suo sesso, poi con la mano si
cerca il piacere, affonda decisa in un attimo intenso, quel poco che basta
per vederla salire, dentro la macchina e ripartire sgasando.
Che notte stanotte se non smette e poi tuona, e i rami di
lampi si spaccano lilla, e rischiarano a giorno questo piazzale d’asfalto,
e queste macchine scure che si muovono a tempo. Che notte stanotte se ci
penso davvero, che non ho mai fatto l’amore fuori da un letto, e Sonia
ogni volta che spegne la luce, e s’accoccola al buio in un sussurro
d’amore. Ma penso che infondo anche questo è amore, nell’affannata ricerca
di non sentirci mai soli, di bisogno d’affetto e disperate miserie, dentro
questo via vai fino alle prime ore dell’alba, che senza questo faro che
l’illumina a giorno, sarebbero intatte segrete preghiere, di
un’invocazione infinita che chiamano amore.
|