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Kiki che parla sotto un
cappello rosa di paglia, è vestita d’estate, di bianco e celeste, il suo
viso aggraziato sa di impressionismo e d’Orsey, i suoi occhi profondi di
figlia illegittima, d’Olympia che aspetta, di stazione rifatta. E’ bella
Kiki, modella e cantante, ballerina di fila, giarrettiere e cancan, seduta
sul bordo di Ile de la Citè, dove la Senna apre le gambe e sembra una
donna che ignara s’impregna, d’avanzi d’umori a passeggio per caso, d’arte
e cultura del centro del mondo. Niente a che vedere con l’arte ufficiale,
quella a comando di artisti ruffiani, di ritratti rifatti e seni ripieni,
duchi a cavallo e stivali lucenti, quella del Louvre, ricco opulento, dei
tanti Luigi al Palais de Royal.
Mi guarda, la guardo…
all’ombra dei portici, Place des Vosges le fa da contorno, le sue labbra
di seta si schiudono appena ed affondano dentro un gelato al pistacchio,
più che leccare lo succhia, l’aspira e lo ciuccia, come poppa lo munge,
come pene lo nutre, e parla, parla Kiki, dondolando il suo tacco, di
quando a dieci anni anneriva i suoi occhi passando la punta dei fiammiferi
spenti, o di quando sua madre la cacciò via di casa, tirandole dietro
quattro stracci sgualciti, chiamandola troia e sbattendo la porta. Già,
troia, Kiki lo era davvero, quando ostentava il suo sesso senza mutande,
quando di giorno seduta a un bistrot, adocchiava la preda e si faceva
seguire, ancheggiando il sedere senza voltarsi, perché era certa che li
avrebbe trovati, dritti, eccitati, duri dentro un portone, affamati di
donne, di buchi bagnati. Per pochi spiccioli scopriva il suo seno e per
un’altra manciata si faceva toccare, da quelle mani sudate, adulte di
maschio, dietro, davanti, risalendo le gambe, senza però concedersi dove,
da poco di un mese s’era tinta di rosso.
Era bella Kiki, illibata per poco,
perché sapeva che sarebbe successo, ogni angolo buio il posto più adatto,
dall’alba al tramonto il minuto più giusto, e lo volle maturo per
abbandonarsi del tutto, e lo scelse vecchio convinta da Eva, la sua amica
del cuore che le ripeteva ogni volta, che i vecchi in amore fanno male lo
stesso, ma accompagnano il sesso con baci e carezze, come quando s’annusa
un bocciolo di rosa e le mani insecchite lo stringono a pugno.
Così accadde e fu un pittore, per farsi
ammirare come un’opera d’arte, ma non fece cenno quale fosse il suo fine,
non fece cenno che quel tesoro lì in mezzo, fosse l’unica fonte del suo
guadagno, per questo voleva prepararla a dovere, come un pennello intinto
nell’olio aspetta il suo turno, la mano d’artista. Entrò nel suo studio,
silenziosa e sfacciata, entrò trionfante da esperta puttana, con le dita
infilate nel rosso perfetto, della sua bocca già pronta per l’uso, e lo
invitò con orgoglio muovendo i suoi fianchi, e lo invitò con parole dette
di gusto, e senza aspettare si tolse il cappotto, sotto era nuda, senza
mutande.
Mi guarda, la guardo,
maliziosamente sorride, davanti a me non c’è Alice, lei è morta e sepolta,
fuggita un giorno dalla nonna materna, per amore dell’Arte senza saperlo.
Qui c’è Kiki la cornice, Kiki la tela senza mutande, l’Arte che nutre i
bassifondi di carne, la chiave dell’anima e del sesso a buon prezzo. Lei,
Kiki, modella e puttana dal labile segno, la regina indiscussa di
Montparnasse, lo scandalo fuori e la purezza di dentro, la voglia di
riuscire a qualsiasi costo, di essere sempre nel posto più giusto, che poi
erano letti, freddi d’inverno, soffitte roventi da giugno a settembre, che
poi erano muri intrisi di muffa, sveltine di bocca per meno di un franco.
Era bella Kiki d’una bellezza sincera, a tratti volgare, a tratti
indecente, come s’ama una donna di tutti e nessuno, quando si è certi
d’avere l’anima intatta, di modella in balia dell’arte a pretesto, per
scoprire le gambe, per un letto accogliente, per scoprire i suoi seni, per
un brodo più caldo. E’ lei la regina dei primi anni Venti che infiamma le
voglie della Paris bohéme, finendo dentro quadri e pièce teatrali, dentro
poesie, film e soprattutto lenzuola, di gente comune e di artisti famosi,
di porci di sesso e innamorati davvero come Picasso, Prévert, e Man Ray,
che la ritrasse come un violoncello, perché lei era la musica, il cognac,
l’assenzio, una cassa armonica da riempire di note, un corpo stupendo da
non lasciare mai vuoto, la colonna sonora della passione sfrenata, il
fiore del male, la rosa più pura, sovversiva di leggi e regole imposte,
anarchica dentro, dal cuore alle gambe...
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