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Adamo Bencivenga
UN GIORNO
SPECIALE
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Oggi è un giorno speciale, di quelli che dicono si ricordano sempre, un
ragazzo che torna contento da scuola, un padre che aspetta e legge il
giornale ed una madre seduta con una pentola in braccio, che pulisce
cicoria ed erba di campo. Fuori fa freddo, d’autunno inoltrato, la pioggia
che picchia sulle tegole rotte, un attimo smette e poi ricomincia, un
secchio di plastica in mezzo alla stanza, in una casa qualunque di una
borgata di Roma.
Il ragazzo cammina avrà 13 anni, sottobraccio dei libri di media
inferiore, stretti legati da un elastico verde, scarabocchiato
d’inchiostro Forza Roma ed un cuore, con le iniziali dei nomi che l’acqua
scolora, nonostante l’ombrello la pioggia le lava, come tutto pulisce,
come tutto finisce, come tutto è precario nelle borgate di Roma.
Pulisce gli odori di immondizie all’aperto, lo sterco di cani vagabondi e
randagi, che si muovono a branchi per sentirsi più forti, ed una cagna li
segue a fatica distante, sempre pronta ed incinta per non sentirsi mai
sola. Tutt’intorno miseria, baracche e tuguri con le pareti a bandoni di
lamiera e cartone, tutt’intorno del fango, canali per l’acqua, un cartello
sbiadito che ti invita in oriente, un gatto seduto su una sedia spagliata,
in mezzo alla strada di una borgata di Roma.
Dentro le case odori di muffa, nemmeno una lampada, nemmeno una stufa, ci
vivono in tanti e si scaldano stretti, in un’unica stanza dove si mangia e
si dorme, si fanno dei figli e qualche volta l’amore. Sono gli anni
sessanta di Roma che avanza, di calabresi e lucani, contadini emigranti,
di Adelmo che vende le alici e le triglie, ha un cassetta di legno sopra
la ruota, e grida alle donne di assaggiare il suo pesce, che è fresco e
bello ed oggi a buon prezzo.
Il ragazzo è contento perché la sua casa, ha i muri in mattoni ed un
piccolo bagno, un filo di acqua comunque corrente, suo padre è in pensione
per via della gamba, sua madre che a ore porta a casa miserie, e lui unico
figlio se si escludono gli altri, i fratelli più grandi morti d’aborto. Da
queste parti non servono libri, ma abili mani per imparare il mestiere,
impastare la calce e tirare su un muro, e tirare su case come quei
palazzoni, che si vedono in fondo e fanno paura.
Ma lui testardo ha voluto studiare, e i suoi sogni resistono caparbi e più
netti, più fermi di un pilastro in cemento portante, perché la scuola
serve a leggere e scrivere, per fare domani il bidello o il custode,
perché lui è un ragazzo e tutt’intorno miserie dentro un giorno che nasce
ed un altro che muore, dentro un giorno qualunque in una borgata di Roma.
Ma oggi è un giorno speciale ed il padre l’aspetta, alle sei in punto
cambierà la sua vita, da ragazzo ad ometto per quello che vale, per dire
ai compagni che ora è più grande. Stringe tra le labbra una sigaretta con
filtro, suo padre da tempo gli ha dato il permesso, qualche pelo di barba
rada e rossiccia, una voce più roca, i pantaloni più lunghi e oggi lui
pensa che sia l’ultimo atto, in una casa vicina di una borgata di Roma.
La casa di Nilde rimane un po’ fuori ed il lampione davanti è spento da
sempre, sulla porta un pennacchio viola ed azzurro, come dire che ora è
possibile entrare. Il giardino fiorito di belle di notte, ha le finestre
socchiuse coi mattoncini celesti, un cartello che dice “Attenti a
Samantha” che poi è una cagna la stessa di prima, innamorata perenne del
cane da caccia, senza coda e né razza ma è il capo del branco, che ogni
giorno alla cinque passa e si struscia, al recinto di rete, al tronco di
pino, poi si ferma ed abbaia a Samantha che arriva, col fiatone di corsa
smorfiosa e contenta.
Il ragazzo è nervoso e si ferma da Bianca dove compra i pescetti, i lacci
e le more, ma ride pensando a quand’era più bimbo e pensava che Nilde
fosse una strega, per via di quel trucco sempre abbondante, per via della
casa senza bambini, le finestre socchiuse e le stanze in penombra, i
capelli carbone che toccavano il seno.
Sua madre racconta che durante la guerra, le hanno tagliato tutti i
capelli, ricorda il suo pianto e la testa rasata, il cappello di lana che
copriva che niente, perché Nilde è bella ed è stata con tutti, i tedeschi
cattivi e gli inglesi alleati, perché Nilde è grassa e ci ha creduto
davvero alle tante promesse finite nel letto.
Dentro la casa con l’acqua corrente, il ragazzo ora è pronto vestito da
festa, sua madre lo guarda ed ha gli occhi di pianto, “E’ proprio un
ometto”, pensa in silenzio, mentre gli aggiusta i capelli e il colletto, e
suo padre agitato cammina nervoso e gli dice e ripete che è ora di andare.
La strada è breve fino da Nilde, ma sembrano distanze di fango infinite,
la pioggia che batte quanto il suo cuore, per la sua prima volta, per il
suo primo sole. Perché Nilde è un sole quando la sogna, o quando la pensa
nei giorni di pioggia, come oggi che è un giorno davvero speciale, e
nessuno dei suoi amici per quanto ne sappia, ha varcato la soglia di
quella casa celeste.
Suo padre in ingresso si toglie il cappello, si pulisce le mani sopra la
giacca, il ragazzo che nota la sua cortesia e Nilde gentile gli accarezza
i capelli, gli chiede discreta se ha già fatto l’amore, suo padre sorride
e risponde più in fretta che quella davvero è la sua prima volta, che
quello davvero è un giorno speciale, e con fare discreto lo spinge per
poco, e lo affida alle grazie come fosse un tesoro a Nilde che ora lo
prende per mano e sottovoce gli dice che è ora di andare.
Nella stanza in penombra c’è il velluto sui muri e una lampada fioca
velata di viola, tutt’intorno un profumo di fiori d’arancio e un catino in
ceramica per lavarsi le mani. Nilde si spoglia e il ragazzo la guarda, si
toglie le calze, le giarrettiere, la gonna, il ragazzo è stupito non ha
mai visto una donna, con quel seno davanti opulenta e matrona, con quello
spicchio di nero dove nulla ci pende. Nilde s’adagia sul letto ed aspetta,
forma una conca di materasso e lenzuola, sottovoce lo chiama, lo invita
fin dove, odora più forte di succo di miele, ed il ragazzo seduto avvicina
la mano.
Suo padre di fuori è in trepida attesa, s’accanisce nervoso su un mezzo
toscano, dà boccate di fumo e il ricordo riaffiora, tornando nel tempo a
quarant’anni passati, dentro una casa nella Suburra di Roma, con un via
vai sulle scale di donne e soldati, che gridavano doppia o singola sola,
che gridavano amore come se davvero lo fosse. Ed ora lui è lì ad aspettare
suo figlio, chissà se già uomo o manca un nonnulla, sulla soglia che suda,
sulla donna che annaspa, ed accosta l’orecchio ma non sente lamenti,
quelli di lei aperta al mestiere, quelli di lui che cerca e che vuole,
onorare al meglio il cognome che porta.
Perchè dentro la stanza c’è Nilde che ascolta, un patto di sangue che
giura e promette che mai uscirà da quella stanza d’alcova, che mai uscirà
da quel seno gigante, perché il ragazzo si è fermato alla soglia e con
fare da grande si è rimesso seduto, sul letto di Nilde a forma di conca, e
ora domanda quanto tempo ci vuole perché suo padre non abbia il sospetto,
e lei che risponde che c’è tempo davvero, per essere uomo, per essere
maschio, e lui che ora esce dalla stanza in penombra e finge contento che
è andata alla grande, suo padre lo abbraccia e lo vede più adulto,
orgoglioso e più fiero di avere quel figlio.
Oggi è un giorno speciale, di quelli che dicono si ricordano sempre, un
ragazzo sul letto che guarda il soffitto, un padre che dorme sereno in
cucina, una madre che pensa e guarda suo figlio, fuori fa un freddo
d’autunno inoltrato, la pioggia che picchia sulle tegole rotte, un attimo
smette e poi ricomincia, un secchio di plastica in mezzo alla stanza, in
una casa qualunque di una borgata di Roma.
FINE
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