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Adamo Bencivenga
Signor Giudice

Signor Giudice io non so che fine abbia fatto, certo sì, era lì seduta,
ecco vede, lì in quell’angolo vicino al camino, proprio dove il marmo fa
la curva ed il muro s’abbandona. Mi disse che aveva freddo ed io misi un
altro ciocco, un faggio stagionato che profuma e sa di buono, lei mi
ringraziò appena come se non le importasse, fece un cenno con la testa
tornando ai suoi pensieri. Era venuta qui da sola e da sola poi è andata.
Certo che me la ricordo, portava un cappello nero e grigio, due labbra
esagerate, tinte di rossetto, e poi gli occhi, vedesse Signor Giudice, due
lampi a cielo aperto, due lune nella notte. Come si fa a non ricordarla,
come si fa poi a non sognarla, una così non passa indifferente, signor
giudice lei mi capisce, vero? Lei è uomo di mondo, scusi se mi permetto,
lei sa annusare il fascino oltre l’evidenza, sa riconoscere una femmina
non solo dall’aspetto. Ebbene sì, una così, non puoi dimenticarla, lascia
sempre l’amaro in bocca, un sapore di incompleto, un velo di rimpianto per
quello che non si è colto, una così, quando si saluta, fa pensare ad
un’occasione persa, una cartolina appesa sulla credenza in cucina, una
così è un treno quando non si prende, una coincidenza, persa per un
niente, anche se poi non si ha voglia di partire, anche se poi si è alla
fine di un lungo viaggio.
Signor Giudice non ricordo esattamente l’ora, so che era tardi ed il
locale ormai vuoto, forse le undici passate, forse anche mezzanotte, i
camerieri erano da poco andati via ed io avevo spento la luce
dell’insegna. Sì certo lo confermo, c’era qualcosa di strano, nei suoi
modi e nei suoi occhi, forse un’amarezza sopportata con decoro,
sinceramente ho pensato ad un addio, sì certo anche ad una fuga, ma sempre
per passione, sempre per amore. Per un attimo anche a un tradimento,
perché Signor Giudice era bella per davvero, e le donne belle, non so
quale sia il motivo, s’accompagnano da sempre con uomini infedeli. La
prego Signor Giudice, la mia è solo una congettura, non mi faccia dire ciò
che non ho detto, no, in quel momento non ho pensato ad altro.
Signor Giudice mentre parlo cerco di ricordare, mi faccia le domande così
non tralascio nulla, esatto, ero in cucina lavando pentole e stoviglie,
beh sì, in tempo di crisi faccio un po’ di tutto, oltre il cuoco e il
cameriere, il lavapiatti e il titolare, a volte anche l’inserviente che
poggia le sedie sopra i tavoli e spazza e lava il pavimento. Ecco il
contesto era esattamente questo. Vuole ricreare la stessa situazione?
Aspetti spengo la luce fuori ed abbasso la serranda. Ecco sì, credo adesso
vada bene. Come le dicevo sentii la porta aprirsi e uscii dalla cucina,
vidi una donna avvolta nel calore del cappotto, un’ombra della notte che
si scrollava da dosso il freddo, come fosse nebbia, come fosse neve. Mi
guardò senza interesse, come fossi una brocca sopra il tavolino, ed è a
questo che pensai, quando lei, con fare disinvolto, appoggiò sciarpa e
cappotto sopra questa sedia. Signor Giudice ci stavo arrivando, vero, non
si tolse il cappello e non proferì parola, almeno così ricordo, forse un
accenno di sorriso, come fosse anche normale entrare in un locale e
pretendere a quell’ora un servizio ed una cena.
Signor Giudice le confesso che non rimasi indifferente, mia moglie era già
a casa, pensai ad un premio del destino, ricevere quel dono come fosse un
compleanno, portarmi quel regalo senza mai averlo chiesto. Dio, Signor
Giudice, cosa penserà di me… quasi mi vergogno, ma che ci posso fare? Io
amo quel tipo di femmina fatale, adoro quei dettagli, le unghie rosse e
ben curate o una pietra che riflette la pelle morbida del seno. Non lo
nascondo, lei sapeva d’altri tempi, di cappelli a cloche e scarpe con il
cinturino, sapeva di gonna stretta sopra il ginocchio, ma sapeva anche di
storia recente e vissuta intensamente, di folle corsa per sentirsi più
distante, come se scappasse da un dolore, esatto, d’addio in mezzo ad un
strada, sì perché un addio all’aperto è molto più romantico, sa di dramma
e sa di pianto, sa di storia ormai finita, sa di pioggia e sa di notte,
anche se fosse giorno in pieno sole. Giuro, Signor Giudice, questo ho
pensato, sì è vero, era seduta qui su questa sedia, con il viso verso il
caminetto, ed io da dietro le guardai le gambe, le calze fino dove la
trama si fa rada, e fanno immaginare che sotto quel vestito, ci sia un
circo ed una giostra, patatine e popcorn aspettando i pagliacci.
Signor Giudice vengo al dunque, se non ricordo male si alzò di scatto e mi
chiese dove fosse la toilette, ecco sì, lì sentii la sua voce, calda e
delicata, e se la risentissi potrei riconoscerla all’istante. Dio che
andatura e come camminava, Dio che portamento e come era bella, uscita
poco prima da un film in bianco e nero, come una modella in una sfilata di
Chanel. Quando tornò dal bagno, guardai i suoi occhi attentamente, erano
rossi e cerchiati, di freddo e di pianto, notai l’abito a tubino, semplice
lineare senza la cintura… Mi scusi, Signor Giudice, lei ha ragione, farò
in modo di essere più preciso, in effetti era un soprabito e non un
cappotto, anzi pensai che fosse leggerino, sa qui nei giorni della merla
andiamo sempre sottozero. Aspettai qualche secondo, che si rilassasse e si
mettesse comoda, poi come ho detto all’inizio misi un ciocco nel camino.
Questa volta mi sorrise ed io non feci altro che volare. Ha presente un
volto triste che sorride? Come dire? Mosse solo le labbra rosse, anzi no,
le strinse come un cenno, mentre il resto della faccia rimase immobile e
dolente.
Sì esatto, Signor Giudice, pensai che avesse avuto un diverbio, forse
anche un pugno o uno schiaffo, pensai a parole grosse cadute facilmente.
La prego non mi creda pazzo, oppure ossessionato, qui ne vengono spesso di
donne sole, oppure con un uomo che è solo un pretesto, e non sono il tipo
che ogni volta si innamora, e non sono il tipo che ogni volta poi ci
prova, perché si sente maschio, perché si sente uomo, perché si sente in
obbligo di farsi sempre avanti, come una missione, un ordine dall’alto!
Qui vengono donne d’ogni specie, attrici affermate e signore da salotto,
comparse affamate e stelline da ribalta, disposte a tutto per una
scrittura, per un minimo compenso, qui vengono donne sposate al primo
incontro clandestino, donne incinte alcolizzate, sobrie e timorate,
qualcuna fa il mestiere per hobby o per campare, altre per scambiare qui
dentro due parole o semplicemente per far passare un po’ di tempo.
Signor giudice, lei conosceva il mio locale vero? Ma non l’ho mai vista da
queste parti! Forse qualche suo collega, ho due, tre clienti ma non
ricordo i nomi, e non so precisamente se sono magistrati, oppure avvocati,
oppure poliziotti, a volte chiedono informazioni altre mangiano soltanto.
Sa, questo locale esiste dai primi del Novecento, come ristorante è molto
conosciuto, in tanti anni di sacrifici s’è guadagnato apprezzamenti ed io
ho messo da parte una discreta somma, per vivere tranquillo, per godermi
la pensione. Avrei molti posti dove andare, avrei molte donne per far
l’amore, ma mi capisca, quella sera vidi entrare il paradiso, lei era
diversa dalle altre, aveva un alone da svelare, un mistero da spogliare,
non so come dire, lei che sa di donne di certo può capire.
Signor giudice, come vede mi faccio prendere dal discorso, perché sono
sincero, ok non mi dilungo, rimango ai fatti come vuole, ed i fatti dicono
che m’avvicinai, lei mi chiese vino rosso da allungare, con un po’ di
acqua del rubinetto, mi chiese un po’ di verdura cotta senza secondo e
senza primo e poi una fetta enorme di torta con le mele. Fu un secondo o
forse meno, quando mi diede modo di vedere, tra il contorno di mascara,
l’ombra di un amore perso chissà dove. Fu un attimo soltanto, poi mi
chiese se per caso avessi un giornale. Le portai il Messaggero e lei lo
aprì sulle pagine interne, le divorò freneticamente, lesse ogni notizia,
ogni trafiletto, finché di colpo si fermò su un titolo e una foto. Senza
chiedermi il permesso ritagliò la pagina con il coltello, notai che lo
fece con estrema cura, poi piegò la carta in quatto e la mise nella borsa.
Signor Giudice, no, non le dissi niente, sarebbe stato un delitto, come
sgridare un bambino, mi fece tenerezza, così fragile e indifesa, avrei
voluto solo proteggerla dal mondo, dalle insidie e dal tormento, da ogni
cosa le stesse accadendo, dagli uomini e dalle donne, da qualsiasi dolore.
Le offrii un aperitivo della casa e un’arancia di Sicilia, sa, quelle
buone e succose che vengono dalla miei parti, lei mi guardò come per
ringraziarmi, abbozzando un sorriso, mise in bocca uno spicchio come fosse
un pensiero, un ricordo di una bocca che fa sangue e che fa male, che fa
sesso aspro e dolce, che fa bene e che fa fame, e lascia solchi fondi e
neri, nell’anima e nel cuore.
Io andai in cucina a prepararle la verdura, e non lo nascondo, pensai
anche ad altro, ad abbassare le serrande e soffondere le luci, a come fare
il primo passo ed anche il secondo, perché sa io mi intendo di donne sole
e per come le conosco, so quanto sia importante il primo approccio, pensai
di andare in bagno e lavarmi alla buona, di togliermi l’odore di fritto e
di cucina.
Sì certo pensai a tutto questo, quando preparai la verdura, pensai a una
storia bella, tipo un bacio sulle labbra, tipo una donna col cappello che
si concede all’amore, magari su un tavolino, magari apparecchiato,
accostato al muro oppure al centro della sala, pensai a mettere un altro
ciocco per spogliarle almeno il seno, e salire con la mano sotto il nido
della gonna, e sentire quella giostra di lusso esagerato, e poi con le
bocche mute unirsi in un bacio, tutti e due ad occhi chiusi per sentire il
fiato denso, tutti e due con le braccia aperte per provare a volare.
Giuro Signor Giudice, non pensai ad altro, quando uscii dalla cucina e
vidi il posto vuoto, come fosse stato un sogno, come mai lei fosse
entrata, anche se non le nascondo e la prego Signor Giudice, non mi prenda
per un pazzo, ma ogni sera io l’aspetto e con gli occhi io la cerco, tra
quei tavoli imbanditi rivedo quell’alone, mentre le servo la portata di
verdura cotta ed il bicchiere di vino rosso allungato con un po’ d’acqua.
FINE
Foto Alexandra Sandu |
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