Non esistono racconti morali o immorali.  Ci sono solo racconti scritti bene o racconti scritti male.
Questo è tutto. Oscar Wilde

Sandra si fece il segno della croce
DI

 

Adamo Bencivenga
Sandra si fece il segno della croce


Sandra si fece il segno della croce, non riusciva a rendersi conto cosa fosse la morte, a volte si sforzava di pensarci, ma arrivata ad un punto non riusciva ad andare oltre, non riusciva a comprendere il nulla assoluto, il vuoto totale, l’assenza di tutto, il nero più pesto, c’era sempre un qualcosa, un’inezia, un nonnulla di vivo, un bagliore lontano che negava la morte.

Si sentiva piccola, piccola davanti al niente! Lei lì, su quegli scalini di linoleum e gomma, si fece il segno della croce, quando vide il carro funebre lento passare, lì dentro c’era la sua povera nonna e lei voleva bene a sua nonna. Flash e ricordi s’addensarono corti, storti e veloci… flash e ricordi di segreti nascosti, era dolce sua nonna, com’era possibile che da oggi non l’avrebbe più vista? Come era possibile che pensando a lei avrebbe pensato al niente assoluto, proprio quel niente a cui non riusciva a pensare?

Sandra si fece il segno della croce, quando Sara le prese la mano e lei di rimando le strinse le dita, con tale forza da vederle in un attimo cambiare colore, da bianche rosate a rosse violacee, e continuò ancora fino a sentire pulsare quel sangue, ora stavano davvero parlando, comunicavano in un linguaggio tutto loro, che nessun altro avrebbe potuto capire, forse deridere… o peggio insultare, dentro quel caldo di luglio alla fine, denso ed afoso, dentro quei giorni di vacanza da scuola, dal loro dovere, dai compiti in classe.

In un altro momento quella giornata sarebbe stata diversa, una lunga corsa a perdifiato per poi tuffarsi nell’acqua, spiaggia e mare, musica e racchettoni, ipod e cuffiette, una piccola farfalla tatuata sul seno che nessuno avrebbe potuto vedere, soprattutto suo padre o suo fratello più grande. Simile a quella di Sara e Sandra era contenta. Ma oggi era diverso, ora nel cupo silenzio seguiva ad occhi chiusi il suo sudore gocciare, ogni centimetro, ogni pausa e rincorsa, che dai capelli scendeva sul collo e poi giù lungo i seni, non ancora da donna matura. Pensava che quel sudore caldo fosse l’unica cosa viva in quegli attimi, lei e Sara, invece, erano ferme e vuote, come sua nonna priva di vita, come quel niente che per essere niente non poteva di certo immaginarlo pieno e di corsa.

Sandra si fece il segno della croce, con il dorso della mano si asciugò le lacrime e sfiorò inavvertitamente il seno di Sara, pensò quante volte, quando senza maglietta, con la sua amica davanti allo specchio, facevano a gara a chi lo avesse più sodo, grande come sua madre. Sandra lo sapeva che non avrebbe mai vinto, con la sua prima abbondante appena seconda, con la sua forma a pera attaccata acerba al ramo, come sapeva del resto che non avrebbe mai perso, perché Sara era bella e lei ne era felice, perché Sara era grande dalle parti del cuore, Sara la sua amica, sorella per sempre.

Sandra si fece il segno della croce e si concentrò sul quel corteo lento, cercando di scacciare quei pensieri molesti, perché quello di certo non era il momento più adatto e Sandra se ne vergognava… Rise quando incrociò lo sguardo della sua amica, strinse gli occhi senza espressione, come per dire che era tutto il suo mondo, ora di più senza la nonna. Finalmente la sentiva vicina, sentiva nelle dita il battito del suo cuore, ad una ad una le vene bollenti, ad una ad una come fossero capelli, sentiva la vita che qualcuno lì fuori le stava negando, ma non era sua nonna, ma quel rito, quel nero, quei fiori, quel pianto. Hai voglia a pensare che la morte sia il trionfo della vita, la morte è la morte, fine, buio, chiuso per sempre!

Sandra si fece il segno della croce. Con Sara si conoscevano da soli tre anni, si erano incontrate alle Medie, ed ora al Liceo strette nello stesso banco, strette nello stesso desiderio di crescere in fretta. Come aveva fatto a vivere senza di lei nei suoi primi undici anni? Adesso mai avrebbe più potuto fare a meno di quelle mani, che senso avrebbe avuto tutto questo? Che senso la morte? Che senso la vita? Le passeggiate per castagne, le albe piovose in barca, con suo fratello Fabrizio, con sua cugina Elisa. Perché senza Sara si sentiva persa, vuota, più volte le aveva confidato quella sensazione, ma Sara era ribelle, voleva conoscere il mondo, a tutti i costi, anche senza di lei, e questo non riusciva a capirlo! Faceva discorsi strani di viaggi studio a Londra e Lisbona, di quanto da grande le sarebbe piaciuto fare l'assistente di volo. Lei l’avrebbe preferita impiegata o commessa nel negozio di Intimissimi in centro oppure cassiera al mini market sotto casa, in modo che non sarebbe passato giorno senza vederla.

Sandra avvertiva un gelo di tristezza, perché in questi discorsi lei non c’era mai, mai un riferimento, un accenno, mai una giornata tutta per loro, ritagliata in chissà quale parte del mondo oppure sotto i portici sedute sul pilone di cemento a scrivere sul diario i testi delle canzoni di Liga. Alle volte si sentiva una grossa zavorra, ma non ora. Ora Sara era tutta per lei, vicina, accostata, sentiva il suo calore attraverso la tela dei jeans, quasi quasi ringraziava sua nonna per questo regalo!

Sandra si fece il segno della croce e Sara sentì chiaramente il suo singhiozzo umido, gli impercettibili sobbalzi del pianto, che strozza il respiro ed affatica il dolore, che lascia le rughe invisibili ai grandi. Sedute sul terzo gradino della prima rampa di scale, dentro quel casermone di pannelli e cemento, dentro quelle case che puzzavano d’uovo, di latte e di fritto, piene di spifferi e rumori, di bimbi e d’aborti, videro passare dalla piccola fessura del grosso portone accostato, quel lento, lentissimo corteo funebre, lungo quella strada senza neanche l’asfalto, lungo il marciapiede segnato da radi ciuffetti di gramigna ormai secca. Qualcuno accennava ad un coro di chiesa, altri muti fissavano spiritati la bara, dentro quell’alone strascicato di polvere bianca, che seccava i fiori, le corone, i cuscini, e la gola strozzata dalla nenia di pianto.

Sandra si fece il segno della croce quando vide passare sua cugina Rosalba, sembrava una modella con quel tubino nero stretto, le scarpe con il tacco ed un paio di occhiali grandi e scuri all’ultima moda. Sicuramente non adatta ad un corteo funebre! Rosalba aveva un anno appena più di lei, ma già fumava ed era donna fatta. Ricordava ancora quella volta che piangente si precipitò di corsa a casa e le confessò il suo segreto. Era disperata, lui l’aveva lasciata e quel lui era un uomo sposato che lei conosceva benissimo. Lui era il titolare del negozio di ottica, quello vicino alla scuola. Sandra si fece a mente il conto, sedici anni di differenza. Non osò chiederle se avessero fatto l’amore, ma quel pensiero ancora oggi le frullava nel cervello e le molestava il sangue e le vene. Si sentiva ancora troppo piccola per un segreto così grande, giurò di non dirlo, ma alcune sere dopo chiamò Sara e non trascurò alcun dettaglio, compreso il nome di lui, che ora da voci di cortile, aveva messo incinta Renata, la secchiona del primo banco che ostentava ogni giorno grandi occhiali da sole della stessa marca di quelli di Rosalba. Nonostante questo, ora vedendola passare, si chiese se davvero quella storia fosse morta e sepolta.

Sandra si fece il segno della croce e Sara sibilò qualcosa, ma sapeva che non avrebbe avuto risposta, perché non c’era nulla da dire in quel posto, nulla almeno che sfuggisse alla loro intuizione, ai loro desideri segreti ed inconfessati, perché prima o poi sarebbero fuggite, insieme pensava Sandra, in una sera qualunque quando non sarebbero più tornate a casa, e tutti le avrebbero cercate, suo fratello, suo padre, avrebbero organizzato delle ronde di quartiere, affisso manifesti con le loro facce, cortei e fiaccolate. Ne avrebbe parlato anche la televisione. Oddio doveva immediatamente scegliere una foto! Loro intanto sarebbero state lontane, ma insieme, vicine, dentro lo stesso futuro, con gli stessi sensi di colpa, con la stessa rabbia di decidere e di sbagliare. E Sandra piangeva, piangeva di gioia e di tristezza, e rifletteva se la morte della nonna avesse più o meno anticipato l’evento, lei era pronta, al primo accenno di Sara. In quel preciso istante vide passare suo padre, lo vide piccolo, vestito di nero, faceva quasi tenerezza, ma fu solo un attimo, perché lui no che non sarebbe cambiato, lui no che non sarebbe mai stato il suo confidente, ogni sera a cena sempre le stesse parole, le stesse urla per quel poco di ombretto, per la gonna troppo corta, per quei cinque minuti di ritardo soltanto…

Sandra si fece il segno della croce, anche se puttana non era, come diceva suo padre, anche se puttana non sapeva bene cosa significasse, oltre a mettersi un po’ di rossetto e a scherzare con i ragazzi, quelli del bar con l’orecchino, con lo stereo ad alto volume. Tutto qui? O meglio sì che lo sapeva, ed ogni volta in questo preciso percorso di pensiero pensava inevitabilmente a Rosalba. Si rigirava nel letto la sera, convinta che la puttana di suo padre era molto più maliziosa della sua, dei suoi esempi, di quello che lei potesse immaginare. Lui sì che frequentava le puttane come diceva la mamma. Lui sì che quando tornava a casa tardi la sera sapeva di sesso a pagamento. La mamma ci soffriva, a volte urlava, lo minacciava, ma era un fuoco di paglia. Poi tornava tutto come prima e lei ci stava male, lei ci stava sempre male lì dentro, sia quando regnava la pace, sia quando c’era aria di litigio. Non riusciva davvero a capire come due persone di sesso opposto potessero in qualche modo completarsi. Troppo diversa dai maschi, mai e poi mai avrebbe permesso ad uno di loro di entrare nel suo mondo o più semplicemente fargli leggere il suo diario. Ed in effetti lei non amava stare con i ragazzi, o meglio sì, giocare e scherzare, tirarsi i gavettoni, ma sempre e solo insieme a Sara.

Sandra si fece il segno della croce, quando di corsa passò urlante una marea di ragazzini, sporchi e accaldati, piccoli delinquenti in libertà, per loro quel giorno era un giorno di festa, nessun genitore che li tenesse a bada. Le scavalcarono, le spostarono, ma Sandra non ci fece caso, era lì nella sua culla fatta di sguardi accennati, fatta di Sara, piccoli sorrisi tristi d’intesa, mani, dita e ginocchia a contatto, come briciole d’intonaco attaccate a quel muro, umido e fatiscente, proprio lì al terzo gradino della prima rampa di scale, proprio lì su quel linoleum marrone e il vetro rotto della finestra di fronte attaccato precario con un nastro da pacchi. Eppure lì, sopra le cassette della posta, c’era scritto ti voglio bene, anzi solo le iniziati in carattere stampatello, con un pennarello blu e un anonimo cuore, un graffito veloce scritto di fretta, che lei sapeva, solo lei e nessun altro, neanche Sara.

Sandra si fece il segno della croce, quel carro funebre le aveva rese insicure, fragili, malaticce ed affette dalla mancanza di sogni. Così pensava Sandra. Proprio loro, le padrone del mondo, le belle gemelle bionde di grano, del bar lì accanto, del locale in centro, del muretto d’estate a due passi dal mare. Proprio loro che si scambiavano i vestiti nei pomeriggi d’inverno, che si lavavano sempre insieme i capelli, che coccolavano gli stessi peluche e rimanevano ore a sognare davanti alle luci di cento vetrine, proprio loro che la mattina ogni giorno si raccontavano i sogni per scoprire che una era entrata nel sogno dell’altra oppure che Sandra aveva cominciato a sognare proprio quando Sara l’aveva interrotto. Colpa della mamma, della colazione a letto, colpa della pipì, di quel bisogno urgente che la faceva alzare di scatto e telefonare a Sara, pronta per una nuova giornata, da vivere tutta, da vivere insieme.

Sandra si fece il segno della croce, com’era buffo il destino e com’era strambo tutto questo. Quel carro aveva diviso il mondo a metà, ieri da oggi, oggi da domani, come un segnalibro dentro il suo diario, incollato nella pagina del giorno prima, della voglia di divertirsi, di ridere, di sognare ed anticipare il futuro, perché Sandra e Sara avevano quattordici anni, quasi quindici a novembre, perché Sandra e Sara erano nate lo stesso mese, lo stesso giorno, e la loro vita era lì a portata di mano, al primo scooter, al primo trucco evidente, al primo ciclo distanziato di una settimana, alla prima volta fuori casa, la gita, la chat su messenger, gli amici di facebook, le scarpe con il tacco, l’amore, la spiaggia. Oddio l’amore! Già l’amore, ora lì con Sara accanto, lo vedeva come una minaccia.

Lei non aveva mai fatto l’amore, almeno come l’aveva fatto sua cugina Rosalba, perché lei ne era certa, per come si muoveva, per come quel vestito le fasciava il seno, i fianchi e il sedere, per come quel rossetto involgariva le sue labbra. Tutti segnali per uomini grandi, marchi ed avvisi con le istruzioni per l’uso.

Ebbene sì, Sandra non aveva mai fatto l’amore almeno come Jasmine la loro amica di colore, tra due barche di notte ed una falce di luna calante. L’aveva letto sul suo diario, quello di Hello Kitty, lasciato apposta aperto sul banco di scuola, ma poi venne a scoprire che non c’erano né barche e né mare e neanche la luna, ma solo l’angusto ripostiglio di scope e di stracci al piano inferiore, tra l’ora di francese e la lezione su Dante.

Sandra si fece il segno della croce ripensando a quella volta. Dio sì che ci aveva provato dietro la fabbrica abbandonata, tra pezzi di lamiera e una talpa impaurita e poi quel vento che le aveva sollevato la gonna, quell’odore di sporco misto a lavanda. Nicola era dolce, lo conosceva da una vita, stesso palazzo, scala R, quella con il portone in metallo anodizzato e la cassetta rossa per la pubblicità commerciale. Le aveva offerto una pizza e poi un gelato di panna e pistacchio, una passeggiata fino al muretto, e stranamente quella sera non c’era nessuno, ma la Punto GT rossa fiammante di Nicola ad aspettarli. Due chilometri forse tre a tutto gas, con il cd nuovo di Liga a tutto volume, e poi la frenata in prossimità dell’autovelox, e poi la rete tranciata vicino al cassonetto della differenziata, e poi lì, dentro quel capannone, pieno di ferri arrugginiti e di macchine industriali inutilizzate da sempre, pieno di bande di gatti e di topi in assetto di guerra, pieno di vento addosso a quel muro.

Nicola era dolce, per un attimo ci aveva creduto, convinta che fosse quello il momento. Lui le aveva sfiorato le labbra dopo tante parole, e poi l’aveva baciata con un bacio vero e delicato spingendo la lingua nella sua bocca, premendo il bacino contro il suo corpo, ma lei era rimasta impassibile, anzi d’istinto aveva serrato le labbra. Lui non s’era perso d’animo, premuroso l’aveva abbracciata intercettando la sua grande paura, paziente le aveva accarezzato il viso, i capelli e poi in un crescendo i seni, i fianchi e la gonna senza la gonna… niente, lei sentiva un gran vuoto dentro, una lama tagliente di freddo lungo la schiena, cubetti di ghiaccio su una grattugia, un arcipelago fitto di piccoli brividi rugosi di pelle.

Poi silenzio, un assordante silenzio, interrotto da una ferraglia mossa dal vento, dal viso di Nicola cupo e distante, dalla sua convinzione che aveva perso per sempre, l’ultima nave per un porto tranquillo, l’ultimo treno per una stazione chiamata normalità dove tutto è più facile e ti senti compresa. Ora sapeva che la sua vita sarebbe stata un’impresa, che il suo futuro un ostico viaggio, contro tutti e tutto, contro sua madre dalla quale s’allontanava per sempre, contro Sara che non l’avrebbe capita, ma ci avrebbe parlato, forse avrebbero bisticciato, ma poi si sarebbero riappacificate in nome della loro amicizia, in nome delle tante, tantissime cose ancora da fare. Anzi se Sara avesse voluto lei ci avrebbe riprovato, più in là nel tempo però, senza fretta e senza drammi. Perché intuiva che in tutto questo c’era lo zampino di Sara, ed ora in macchina Nicola guidava in silenzio e lei non faceva che ringraziare la sua amica per l’opportunità che le aveva donato.

Sandra si fece il segno della croce, pensava a quanto essenziale fosse questa amicizia, il toccasana di ogni suo conflitto interiore, il rimedio d’ogni male, d’ogni nuvola nera che minacciava il suo giorno. Pensò a quante cose avrebbe fatto che non aveva già fatto, naturalmente insieme a Sara… non c’era mai stato un pensiero che non l’avesse compresa, per questo sarebbero scappate insieme e nessun uomo mai le avrebbe divise, neppure Nicola, neppure suo padre.

Almeno così credeva Sandra senza dire nulla alla sua amica, spontaneamente alzò gli occhi al cielo, attraverso mutande e calzini stesi, catini azzurri di plastica dura e scope e caldaie scalò il palazzo di fronte. Il suo sguardo non riusciva ad arrivare fino all’ultimo piano, come i fili d’antenna penzolanti e insicuri, lì non c’era nessuno spicchio d’azzurro, lì dove poteva arrivare il suo sguardo, ma altre case ed altri balconi, serrande rotte e gabbie di pappagalli, scale appese ed armadietti di scarpe. Quel posto andava stretto a tutte e due, giurarono come sempre senza guardarsi.

Sandra si fece il segno della croce, Sara prese dalla tasca un fazzoletto di stoffa, già pensava ad una casa insieme da dividersi, due stanze al momento, forse una mansarda, ma poi una villa davanti al mare, per alzarsi presto all’alba e camminare a piedi nudi e tuffarsi dentro l’alta marea, direttamente in acqua, direttamente nel sogno, lo stesso, senza svegliarsi, perché loro sarebbero diventate ricche, velina e modella, attrice e cantante, ma niente assistente di volo, perché Sandra era bella, bella come il pane e la terra, il piercing al naso, la mariposa sul seno, come l’N70 della Nokia, bella come i funghi da farci il sugo a Natale, quello della nonna con le interiora di pollo, perché Sara era grande, Sara era tutto, perché Sara aveva già fatto l’amore, senza promesse e senza amore, come tutte le altre nel quartiere, tranne Sandra, anzi di nascosto da Sandra, come Jasmine, nel ripostiglio a scuola tra le scope e gli stracci come due barche di notte ed una falce di luna calante, perché Sara aveva le tette grosse e Nicola ci aveva affogato il naso, la lingua e il cervello, la sua prima volta, ed anche la seconda e la terza, e sapeva che sarebbe ancora successo, forse la sera stessa, ma da un’altra parte. Lì era troppo pericoloso, Sandra avrebbe potuto vederli.

Sandra si fece il segno della croce e non lo avrebbe mai saputo, Nicola aveva giurato e Sara credeva a Nicola perché faceva bene l’amore, perche sapeva come trattare i suoi seni, perché Nicola aveva ventidue anni, il rolex d’oro al polso di dubbia provenienza e su richiesta di Sara, aveva acconsentito di portare Sandra dietro la fabbrica abbandonata, tra il vento che tira e gli ululati dei cani, vabbè era andata male, la pizza e il gelato, la punto GT e il nuovo di Liga, e Sandra che era rimasta di ghiaccio, e Sara aveva rimandato il momento per dire, per confessare, che come Jasmine faceva l’amore, che come Jasmine era andata oltre i due baci di fretta sotto il portone di casa. Lei lo faceva da adulta ed al contrario di Jasmine lei lo faceva davvero tra due barche sotto la falce di luna e che di una cosa era sicura, mai avrebbe rinunciato al maschio, a quelle sensazioni, a quei brividi che rendono rugosa la pelle, anche se sapeva benissimo che mai ci sarebbe stato amore, né con Nicola e né forse con gli altri.

Sandra si fece il segno della croce, prima o poi gliel’avrebbe detto, di quella volta con Nicola ed anche dei suoi dubbi, e quanto c’era di Sara in quella storia. Prima o poi si sarebbe scusata e promesso che ci avrebbe riprovato, perfino con Nicola, ma anche in quei momenti l’avrebbe voluta accanto! Le avrebbe raccontato nei dettagli quel freddo che aveva sentito, e di quel caldo, nonostante sua nonna, sentiva ora, attraverso quell’intreccio di dita, di mani e il ginocchio a contatto, e stringeva quel pollice come fosse il suo seno, e premeva la gamba per assorbire il suo sangue, e mescolare i due nomi, tutti e due con l’iniziale del sole, della vita, dell’amore. Perché prima o poi gliel’avrebbe detto, più di una volta ci era andata vicino, lì a casa sua davanti allo specchio, a misurarsi i seni, ad ossigenarsi i capelli, dietro la fabbrica abbandonata, in compagnia di Nicola. Non si sentiva sporca, non si sentiva diversa, ma solo con lei vicino sentiva l’emozione, sentiva quella goccia di sudore muoversi, sentiva qualcosa che ribolliva in pancia, tra le costole e lo stomaco, tra le labbra schiuse in attesa d’altre labbra. Si sentiva attratta e come una calamita s’abbandonava, entrava in un campo magnetico pieno di laser che la colpivano ovunque, la rendevano umile e inoffensiva e soprattutto pronta a ciò che dentro sentiva da tempo. Forse mai avrebbe potuto spiegarlo chiaramente, forse nessuno mai l’avrebbe capita, neanche sua nonna, neanche Sara, ma sapeva che questo sarebbe stato il momento più adatto, sarebbe bastato avvicinare le labbra all’orecchio di Sara, sussurrarle ciò che il cuore muto ripeteva ogni istante. Sarebbe bastato niente, quando quel carro funebre scomparve per sempre da quella piccola fessura. Sarebbe davvero bastato niente, sarebbe…

 

FINE

 

 
 
     
 

 

Foto di GaryKapluggin

 

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