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Adamo Bencivenga
Sandra si fece il segno della croce
Sandra si fece il segno della croce, non riusciva a rendersi conto cosa
fosse la morte, a volte si sforzava di pensarci, ma arrivata ad un punto
non riusciva ad andare oltre, non riusciva a comprendere il nulla
assoluto, il vuoto totale, l’assenza di tutto, il nero più pesto, c’era
sempre un qualcosa, un’inezia, un nonnulla di vivo, un bagliore lontano
che negava la morte.
Si sentiva piccola, piccola davanti al niente! Lei lì, su quegli scalini
di linoleum e gomma, si fece il segno della croce, quando vide il carro
funebre lento passare, lì dentro c’era la sua povera nonna e lei voleva
bene a sua nonna. Flash e ricordi s’addensarono corti, storti e veloci…
flash e ricordi di segreti nascosti, era dolce sua nonna, com’era
possibile che da oggi non l’avrebbe più vista? Come era possibile che
pensando a lei avrebbe pensato al niente assoluto, proprio quel niente a
cui non riusciva a pensare?
Sandra si fece il segno della croce, quando Sara le prese la mano e lei di
rimando le strinse le dita, con tale forza da vederle in un attimo
cambiare colore, da bianche rosate a rosse violacee, e continuò ancora
fino a sentire pulsare quel sangue, ora stavano davvero parlando,
comunicavano in un linguaggio tutto loro, che nessun altro avrebbe potuto
capire, forse deridere… o peggio insultare, dentro quel caldo di luglio
alla fine, denso ed afoso, dentro quei giorni di vacanza da scuola, dal
loro dovere, dai compiti in classe.
In un altro momento quella giornata sarebbe stata diversa, una lunga corsa
a perdifiato per poi tuffarsi nell’acqua, spiaggia e mare, musica e
racchettoni, ipod e cuffiette, una piccola farfalla tatuata sul seno che
nessuno avrebbe potuto vedere, soprattutto suo padre o suo fratello più
grande. Simile a quella di Sara e Sandra era contenta. Ma oggi era
diverso, ora nel cupo silenzio seguiva ad occhi chiusi il suo sudore
gocciare, ogni centimetro, ogni pausa e rincorsa, che dai capelli scendeva
sul collo e poi giù lungo i seni, non ancora da donna matura. Pensava che
quel sudore caldo fosse l’unica cosa viva in quegli attimi, lei e Sara,
invece, erano ferme e vuote, come sua nonna priva di vita, come quel
niente che per essere niente non poteva di certo immaginarlo pieno e di
corsa.
Sandra si fece il segno della croce, con il dorso della mano si asciugò le
lacrime e sfiorò inavvertitamente il seno di Sara, pensò quante volte,
quando senza maglietta, con la sua amica davanti allo specchio, facevano a
gara a chi lo avesse più sodo, grande come sua madre. Sandra lo sapeva che
non avrebbe mai vinto, con la sua prima abbondante appena seconda, con la
sua forma a pera attaccata acerba al ramo, come sapeva del resto che non
avrebbe mai perso, perché Sara era bella e lei ne era felice, perché Sara
era grande dalle parti del cuore, Sara la sua amica, sorella per sempre.
Sandra si fece il segno della croce e si concentrò sul quel corteo lento,
cercando di scacciare quei pensieri molesti, perché quello di certo non
era il momento più adatto e Sandra se ne vergognava… Rise quando incrociò
lo sguardo della sua amica, strinse gli occhi senza espressione, come per
dire che era tutto il suo mondo, ora di più senza la nonna. Finalmente la
sentiva vicina, sentiva nelle dita il battito del suo cuore, ad una ad una
le vene bollenti, ad una ad una come fossero capelli, sentiva la vita che
qualcuno lì fuori le stava negando, ma non era sua nonna, ma quel rito,
quel nero, quei fiori, quel pianto. Hai voglia a pensare che la morte sia
il trionfo della vita, la morte è la morte, fine, buio, chiuso per sempre!
Sandra si fece il segno della croce. Con Sara si conoscevano da soli tre
anni, si erano incontrate alle Medie, ed ora al Liceo strette nello stesso
banco, strette nello stesso desiderio di crescere in fretta. Come aveva
fatto a vivere senza di lei nei suoi primi undici anni? Adesso mai avrebbe
più potuto fare a meno di quelle mani, che senso avrebbe avuto tutto
questo? Che senso la morte? Che senso la vita? Le passeggiate per
castagne, le albe piovose in barca, con suo fratello Fabrizio, con sua
cugina Elisa. Perché senza Sara si sentiva persa, vuota, più volte le
aveva confidato quella sensazione, ma Sara era ribelle, voleva conoscere
il mondo, a tutti i costi, anche senza di lei, e questo non riusciva a
capirlo! Faceva discorsi strani di viaggi studio a Londra e Lisbona, di
quanto da grande le sarebbe piaciuto fare l'assistente di volo. Lei
l’avrebbe preferita impiegata o commessa nel negozio di Intimissimi in
centro oppure cassiera al mini market sotto casa, in modo che non sarebbe
passato giorno senza vederla.
Sandra avvertiva un gelo di tristezza, perché in questi discorsi lei non
c’era mai, mai un riferimento, un accenno, mai una giornata tutta per
loro, ritagliata in chissà quale parte del mondo oppure sotto i portici
sedute sul pilone di cemento a scrivere sul diario i testi delle canzoni
di Liga. Alle volte si sentiva una grossa zavorra, ma non ora. Ora Sara
era tutta per lei, vicina, accostata, sentiva il suo calore attraverso la
tela dei jeans, quasi quasi ringraziava sua nonna per questo regalo!
Sandra si fece il segno della croce e Sara sentì chiaramente il suo
singhiozzo umido, gli impercettibili sobbalzi del pianto, che strozza il
respiro ed affatica il dolore, che lascia le rughe invisibili ai grandi.
Sedute sul terzo gradino della prima rampa di scale, dentro quel casermone
di pannelli e cemento, dentro quelle case che puzzavano d’uovo, di latte e
di fritto, piene di spifferi e rumori, di bimbi e d’aborti, videro passare
dalla piccola fessura del grosso portone accostato, quel lento, lentissimo
corteo funebre, lungo quella strada senza neanche l’asfalto, lungo il
marciapiede segnato da radi ciuffetti di gramigna ormai secca. Qualcuno
accennava ad un coro di chiesa, altri muti fissavano spiritati la bara,
dentro quell’alone strascicato di polvere bianca, che seccava i fiori, le
corone, i cuscini, e la gola strozzata dalla nenia di pianto.
Sandra si fece il segno della croce quando vide passare sua cugina
Rosalba, sembrava una modella con quel tubino nero stretto, le scarpe con
il tacco ed un paio di occhiali grandi e scuri all’ultima moda.
Sicuramente non adatta ad un corteo funebre! Rosalba aveva un anno appena
più di lei, ma già fumava ed era donna fatta. Ricordava ancora quella
volta che piangente si precipitò di corsa a casa e le confessò il suo
segreto. Era disperata, lui l’aveva lasciata e quel lui era un uomo
sposato che lei conosceva benissimo. Lui era il titolare del negozio di
ottica, quello vicino alla scuola. Sandra si fece a mente il conto, sedici
anni di differenza. Non osò chiederle se avessero fatto l’amore, ma quel
pensiero ancora oggi le frullava nel cervello e le molestava il sangue e
le vene. Si sentiva ancora troppo piccola per un segreto così grande,
giurò di non dirlo, ma alcune sere dopo chiamò Sara e non trascurò alcun
dettaglio, compreso il nome di lui, che ora da voci di cortile, aveva
messo incinta Renata, la secchiona del primo banco che ostentava ogni
giorno grandi occhiali da sole della stessa marca di quelli di Rosalba.
Nonostante questo, ora vedendola passare, si chiese se davvero quella
storia fosse morta e sepolta.
Sandra si fece il segno della croce e Sara sibilò qualcosa, ma sapeva che
non avrebbe avuto risposta, perché non c’era nulla da dire in quel posto,
nulla almeno che sfuggisse alla loro intuizione, ai loro desideri segreti
ed inconfessati, perché prima o poi sarebbero fuggite, insieme pensava
Sandra, in una sera qualunque quando non sarebbero più tornate a casa, e
tutti le avrebbero cercate, suo fratello, suo padre, avrebbero organizzato
delle ronde di quartiere, affisso manifesti con le loro facce, cortei e
fiaccolate. Ne avrebbe parlato anche la televisione. Oddio doveva
immediatamente scegliere una foto! Loro intanto sarebbero state lontane,
ma insieme, vicine, dentro lo stesso futuro, con gli stessi sensi di
colpa, con la stessa rabbia di decidere e di sbagliare. E Sandra piangeva,
piangeva di gioia e di tristezza, e rifletteva se la morte della nonna
avesse più o meno anticipato l’evento, lei era pronta, al primo accenno di
Sara. In quel preciso istante vide passare suo padre, lo vide piccolo,
vestito di nero, faceva quasi tenerezza, ma fu solo un attimo, perché lui
no che non sarebbe cambiato, lui no che non sarebbe mai stato il suo
confidente, ogni sera a cena sempre le stesse parole, le stesse urla per
quel poco di ombretto, per la gonna troppo corta, per quei cinque minuti
di ritardo soltanto…
Sandra si fece il segno della croce, anche se puttana non era, come diceva
suo padre, anche se puttana non sapeva bene cosa significasse, oltre a
mettersi un po’ di rossetto e a scherzare con i ragazzi, quelli del bar
con l’orecchino, con lo stereo ad alto volume. Tutto qui? O meglio sì che
lo sapeva, ed ogni volta in questo preciso percorso di pensiero pensava
inevitabilmente a Rosalba. Si rigirava nel letto la sera, convinta che la
puttana di suo padre era molto più maliziosa della sua, dei suoi esempi,
di quello che lei potesse immaginare. Lui sì che frequentava le puttane
come diceva la mamma. Lui sì che quando tornava a casa tardi la sera
sapeva di sesso a pagamento. La mamma ci soffriva, a volte urlava, lo
minacciava, ma era un fuoco di paglia. Poi tornava tutto come prima e lei
ci stava male, lei ci stava sempre male lì dentro, sia quando regnava la
pace, sia quando c’era aria di litigio. Non riusciva davvero a capire come
due persone di sesso opposto potessero in qualche modo completarsi. Troppo
diversa dai maschi, mai e poi mai avrebbe permesso ad uno di loro di
entrare nel suo mondo o più semplicemente fargli leggere il suo diario. Ed
in effetti lei non amava stare con i ragazzi, o meglio sì, giocare e
scherzare, tirarsi i gavettoni, ma sempre e solo insieme a Sara.
Sandra si fece il segno della croce, quando di corsa passò urlante una
marea di ragazzini, sporchi e accaldati, piccoli delinquenti in libertà,
per loro quel giorno era un giorno di festa, nessun genitore che li
tenesse a bada. Le scavalcarono, le spostarono, ma Sandra non ci fece
caso, era lì nella sua culla fatta di sguardi accennati, fatta di Sara,
piccoli sorrisi tristi d’intesa, mani, dita e ginocchia a contatto, come
briciole d’intonaco attaccate a quel muro, umido e fatiscente, proprio lì
al terzo gradino della prima rampa di scale, proprio lì su quel linoleum
marrone e il vetro rotto della finestra di fronte attaccato precario con
un nastro da pacchi. Eppure lì, sopra le cassette della posta, c’era
scritto ti voglio bene, anzi solo le iniziati in carattere stampatello,
con un pennarello blu e un anonimo cuore, un graffito veloce scritto di
fretta, che lei sapeva, solo lei e nessun altro, neanche Sara.
Sandra si fece il segno della croce, quel carro funebre le aveva rese
insicure, fragili, malaticce ed affette dalla mancanza di sogni. Così
pensava Sandra. Proprio loro, le padrone del mondo, le belle gemelle
bionde di grano, del bar lì accanto, del locale in centro, del muretto
d’estate a due passi dal mare. Proprio loro che si scambiavano i vestiti
nei pomeriggi d’inverno, che si lavavano sempre insieme i capelli, che
coccolavano gli stessi peluche e rimanevano ore a sognare davanti alle
luci di cento vetrine, proprio loro che la mattina ogni giorno si
raccontavano i sogni per scoprire che una era entrata nel sogno dell’altra
oppure che Sandra aveva cominciato a sognare proprio quando Sara l’aveva
interrotto. Colpa della mamma, della colazione a letto, colpa della pipì,
di quel bisogno urgente che la faceva alzare di scatto e telefonare a
Sara, pronta per una nuova giornata, da vivere tutta, da vivere insieme.
Sandra si fece il segno della croce, com’era buffo il destino e com’era
strambo tutto questo. Quel carro aveva diviso il mondo a metà, ieri da
oggi, oggi da domani, come un segnalibro dentro il suo diario, incollato
nella pagina del giorno prima, della voglia di divertirsi, di ridere, di
sognare ed anticipare il futuro, perché Sandra e Sara avevano quattordici
anni, quasi quindici a novembre, perché Sandra e Sara erano nate lo stesso
mese, lo stesso giorno, e la loro vita era lì a portata di mano, al primo
scooter, al primo trucco evidente, al primo ciclo distanziato di una
settimana, alla prima volta fuori casa, la gita, la chat su messenger, gli
amici di facebook, le scarpe con il tacco, l’amore, la spiaggia. Oddio
l’amore! Già l’amore, ora lì con Sara accanto, lo vedeva come una
minaccia.
Lei non aveva mai fatto l’amore, almeno come l’aveva fatto sua cugina
Rosalba, perché lei ne era certa, per come si muoveva, per come quel
vestito le fasciava il seno, i fianchi e il sedere, per come quel rossetto
involgariva le sue labbra. Tutti segnali per uomini grandi, marchi ed
avvisi con le istruzioni per l’uso.
Ebbene sì, Sandra non aveva mai fatto l’amore almeno come Jasmine la loro
amica di colore, tra due barche di notte ed una falce di luna calante.
L’aveva letto sul suo diario, quello di Hello Kitty, lasciato apposta
aperto sul banco di scuola, ma poi venne a scoprire che non c’erano né
barche e né mare e neanche la luna, ma solo l’angusto ripostiglio di scope
e di stracci al piano inferiore, tra l’ora di francese e la lezione su
Dante.
Sandra si fece il segno della croce ripensando a quella volta. Dio sì che
ci aveva provato dietro la fabbrica abbandonata, tra pezzi di lamiera e
una talpa impaurita e poi quel vento che le aveva sollevato la gonna,
quell’odore di sporco misto a lavanda. Nicola era dolce, lo conosceva da
una vita, stesso palazzo, scala R, quella con il portone in metallo
anodizzato e la cassetta rossa per la pubblicità commerciale. Le aveva
offerto una pizza e poi un gelato di panna e pistacchio, una passeggiata
fino al muretto, e stranamente quella sera non c’era nessuno, ma la Punto
GT rossa fiammante di Nicola ad aspettarli. Due chilometri forse tre a
tutto gas, con il cd nuovo di Liga a tutto volume, e poi la frenata in
prossimità dell’autovelox, e poi la rete tranciata vicino al cassonetto
della differenziata, e poi lì, dentro quel capannone, pieno di ferri
arrugginiti e di macchine industriali inutilizzate da sempre, pieno di
bande di gatti e di topi in assetto di guerra, pieno di vento addosso a
quel muro.
Nicola era dolce, per un attimo ci aveva creduto, convinta che fosse
quello il momento. Lui le aveva sfiorato le labbra dopo tante parole, e
poi l’aveva baciata con un bacio vero e delicato spingendo la lingua nella
sua bocca, premendo il bacino contro il suo corpo, ma lei era rimasta
impassibile, anzi d’istinto aveva serrato le labbra. Lui non s’era perso
d’animo, premuroso l’aveva abbracciata intercettando la sua grande paura,
paziente le aveva accarezzato il viso, i capelli e poi in un crescendo i
seni, i fianchi e la gonna senza la gonna… niente, lei sentiva un gran
vuoto dentro, una lama tagliente di freddo lungo la schiena, cubetti di
ghiaccio su una grattugia, un arcipelago fitto di piccoli brividi rugosi
di pelle.
Poi silenzio, un assordante silenzio, interrotto da una ferraglia mossa
dal vento, dal viso di Nicola cupo e distante, dalla sua convinzione che
aveva perso per sempre, l’ultima nave per un porto tranquillo, l’ultimo
treno per una stazione chiamata normalità dove tutto è più facile e ti
senti compresa. Ora sapeva che la sua vita sarebbe stata un’impresa, che
il suo futuro un ostico viaggio, contro tutti e tutto, contro sua madre
dalla quale s’allontanava per sempre, contro Sara che non l’avrebbe
capita, ma ci avrebbe parlato, forse avrebbero bisticciato, ma poi si
sarebbero riappacificate in nome della loro amicizia, in nome delle tante,
tantissime cose ancora da fare. Anzi se Sara avesse voluto lei ci avrebbe
riprovato, più in là nel tempo però, senza fretta e senza drammi. Perché
intuiva che in tutto questo c’era lo zampino di Sara, ed ora in macchina
Nicola guidava in silenzio e lei non faceva che ringraziare la sua amica
per l’opportunità che le aveva donato.
Sandra si fece il segno della croce, pensava a quanto essenziale fosse
questa amicizia, il toccasana di ogni suo conflitto interiore, il rimedio
d’ogni male, d’ogni nuvola nera che minacciava il suo giorno. Pensò a
quante cose avrebbe fatto che non aveva già fatto, naturalmente insieme a
Sara… non c’era mai stato un pensiero che non l’avesse compresa, per
questo sarebbero scappate insieme e nessun uomo mai le avrebbe divise,
neppure Nicola, neppure suo padre.
Almeno così credeva Sandra senza dire nulla alla sua amica, spontaneamente
alzò gli occhi al cielo, attraverso mutande e calzini stesi, catini
azzurri di plastica dura e scope e caldaie scalò il palazzo di fronte. Il
suo sguardo non riusciva ad arrivare fino all’ultimo piano, come i fili
d’antenna penzolanti e insicuri, lì non c’era nessuno spicchio d’azzurro,
lì dove poteva arrivare il suo sguardo, ma altre case ed altri balconi,
serrande rotte e gabbie di pappagalli, scale appese ed armadietti di
scarpe. Quel posto andava stretto a tutte e due, giurarono come sempre
senza guardarsi.
Sandra si fece il segno della croce, Sara prese dalla tasca un fazzoletto
di stoffa, già pensava ad una casa insieme da dividersi, due stanze al
momento, forse una mansarda, ma poi una villa davanti al mare, per alzarsi
presto all’alba e camminare a piedi nudi e tuffarsi dentro l’alta marea,
direttamente in acqua, direttamente nel sogno, lo stesso, senza
svegliarsi, perché loro sarebbero diventate ricche, velina e modella,
attrice e cantante, ma niente assistente di volo, perché Sandra era bella,
bella come il pane e la terra, il piercing al naso, la mariposa sul seno,
come l’N70 della Nokia, bella come i funghi da farci il sugo a Natale,
quello della nonna con le interiora di pollo, perché Sara era grande, Sara
era tutto, perché Sara aveva già fatto l’amore, senza promesse e senza
amore, come tutte le altre nel quartiere, tranne Sandra, anzi di nascosto
da Sandra, come Jasmine, nel ripostiglio a scuola tra le scope e gli
stracci come due barche di notte ed una falce di luna calante, perché Sara
aveva le tette grosse e Nicola ci aveva affogato il naso, la lingua e il
cervello, la sua prima volta, ed anche la seconda e la terza, e sapeva che
sarebbe ancora successo, forse la sera stessa, ma da un’altra parte. Lì
era troppo pericoloso, Sandra avrebbe potuto vederli.
Sandra si fece il segno della croce e non lo avrebbe mai saputo, Nicola
aveva giurato e Sara credeva a Nicola perché faceva bene l’amore, perche
sapeva come trattare i suoi seni, perché Nicola aveva ventidue anni, il
rolex d’oro al polso di dubbia provenienza e su richiesta di Sara, aveva
acconsentito di portare Sandra dietro la fabbrica abbandonata, tra il
vento che tira e gli ululati dei cani, vabbè era andata male, la pizza e
il gelato, la punto GT e il nuovo di Liga, e Sandra che era rimasta di
ghiaccio, e Sara aveva rimandato il momento per dire, per confessare, che
come Jasmine faceva l’amore, che come Jasmine era andata oltre i due baci
di fretta sotto il portone di casa. Lei lo faceva da adulta ed al
contrario di Jasmine lei lo faceva davvero tra due barche sotto la falce
di luna e che di una cosa era sicura, mai avrebbe rinunciato al maschio, a
quelle sensazioni, a quei brividi che rendono rugosa la pelle, anche se
sapeva benissimo che mai ci sarebbe stato amore, né con Nicola e né forse
con gli altri.
Sandra si fece il segno della croce, prima o poi gliel’avrebbe detto, di
quella volta con Nicola ed anche dei suoi dubbi, e quanto c’era di Sara in
quella storia. Prima o poi si sarebbe scusata e promesso che ci avrebbe
riprovato, perfino con Nicola, ma anche in quei momenti l’avrebbe voluta
accanto! Le avrebbe raccontato nei dettagli quel freddo che aveva sentito,
e di quel caldo, nonostante sua nonna, sentiva ora, attraverso
quell’intreccio di dita, di mani e il ginocchio a contatto, e stringeva
quel pollice come fosse il suo seno, e premeva la gamba per assorbire il
suo sangue, e mescolare i due nomi, tutti e due con l’iniziale del sole,
della vita, dell’amore. Perché prima o poi gliel’avrebbe detto, più di una
volta ci era andata vicino, lì a casa sua davanti allo specchio, a
misurarsi i seni, ad ossigenarsi i capelli, dietro la fabbrica
abbandonata, in compagnia di Nicola. Non si sentiva sporca, non si sentiva
diversa, ma solo con lei vicino sentiva l’emozione, sentiva quella goccia
di sudore muoversi, sentiva qualcosa che ribolliva in pancia, tra le
costole e lo stomaco, tra le labbra schiuse in attesa d’altre labbra. Si
sentiva attratta e come una calamita s’abbandonava, entrava in un campo
magnetico pieno di laser che la colpivano ovunque, la rendevano umile e
inoffensiva e soprattutto pronta a ciò che dentro sentiva da tempo. Forse
mai avrebbe potuto spiegarlo chiaramente, forse nessuno mai l’avrebbe
capita, neanche sua nonna, neanche Sara, ma sapeva che questo sarebbe
stato il momento più adatto, sarebbe bastato avvicinare le labbra
all’orecchio di Sara, sussurrarle ciò che il cuore muto ripeteva ogni
istante. Sarebbe bastato niente, quando quel carro funebre scomparve per
sempre da quella piccola fessura. Sarebbe davvero bastato niente, sarebbe…
FINE
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