Non esistono racconti morali o immorali.  Ci sono solo racconti scritti bene o racconti scritti male.
Questo è tutto. Oscar Wilde

I RACCONTI IN BIANCO E NERO
L'attore

 



 

 

 Adamo Bencivenga - L'attore

 

Probabilmente uscì lasciando la sua casa in penombra, probabilmente era inverno e faceva molto freddo, e pensò all’incertezza, a come fosse vago, l’andare incontro a quel giorno, affidarsi ad un destino, senza conoscere  l’epilogo o quanto meno una traccia, nel momento che un probabilmente uscì dalla sua bocca.

Probabilmente disse arrivederci, probabilmente lei sorrise, si fermò su una panchina e cominciò a pensare, rivide quei frammenti il viso e il suo cappello, le labbra rosse rosse, gli occhiali scuri ed un ombrello, sicuro che non pianse, sicuro aveva fretta, probabilmente imbarazzata, probabilmente impaziente, poi un gesto come dire il treno sta partendo, poi un gesto con la mano e quell’arrivederci, proprio in quel momento che uno sbuffo di vapore avvolse quei due visi e invase il marciapiede. Eh sì perché probabilmente tutto avvenne tempo prima, forse negli anni venti oppure poco dopo, perché lei indossava un tailleur nero e grigio fumo, la calza con la riga, la gonna stretta in vita, la vide in bianco e nero, giurò senza sonoro, e lui con un impermeabile che fa maschio e fa vissuto, che fa uomo triste con il bavero alzato.

Probabilmente sì, salì tenendosi la gonna, probabilmente no, lei non s’affacciò al finestrino, probabilmente sospirò un leggero arrivederci, forse perché ci stava bene, forse perché non le venne altro, ma non aveva senso detto in quel frangente, neanche quel sorriso oscuro e sibillino, ma forse una battuta come da copione, oppure per dovere e non sentirsi soli, perché un arrivederci non è mai un addio, mai un taglio netto, forse una speranza, forse un’intenzione, probabilmente vaga, magari un incontro diluito nei minuti, di un “Ciao come stai?” di un “Ti ritrovo bene!”, dentro ad un futuro tutto da inventare.  Probabilmente lui pensò al nuovo taglio di capelli, e quanto fosse lunga quell’attesa senza impegno, e alle tante strade che si incrociano nel mondo, e quale tra le tante fosse quella giusta che avesse almeno un bar per scambiare due parole, che fosse sì distante da un treno e una stazione.

Probabilmente lei disse ti amo, probabilmente lui lo immaginò, di sicuro avvertì un vuoto, una voragine di silenzio, segni muti  di un labiale rimasto dentro gli occhi, in quel momento si pentì di non avere figli, c’è sempre un figlio che toglie dal fuoco le castagne, c’è sempre un figlio che puntualmente le rimette. Probabilmente fu lei a non aver voluto, e poi le cose vanno come vanno, probabilmente fu lui che non ci mise impegno ed ora su quella panchina tanta gente intorno, chi andava e chi veniva, chi imprecava il buon Dio, chi urlava qualche frase senza averne un motivo.

Probabilmente non si accorse, immerso nei pensieri, probabilmente sì, rimase ad ascoltare, di sicuro era lì dentro, assorto nella parte, avvolto ed ovattato da una bolla di vapore. Probabilmente un altro treno, probabilmente gli anni trenta, probabilmente il fumo denso di una sigaretta, perché ci sta sempre bene ed aiuta a pensare, probabilmente solo attimi che ripassò nella sua mente, probabilmente solo flash messi alla rinfusa, lei con la valigia grigia, lui con il cappotto scuro, senza uno strascico di vissuto per sentirne il dolore, per fare quella faccia senza gesti e né parole, probabilmente un contrattempo oppure un torto o una ragione, che obbediva ad un destino senza sapere quando e come, che spezzava quel legame dentro una stazione.

Probabilmente si sforzò per dare un senso a tutto questo, cercò nei suoi ricordi le tracce di quel viso, il sapore di lavanda dentro i suoi cassetti, l’odore di violetta dentro i suoi capelli,  l’alone della luna che illuminò quel corpo caldo, perché probabilmente l’amore c’era stato, ma non trovò nulla, solo vuoto e buchi neri, neanche un appiglio per vederla dentro un sogno. Probabilmente fu interrotto nel mezzo dei pensieri, si accesero le luci e qualcuno urlò qualcosa, in meno di un istante si fece vuoto tutto intorno, lui capì e probabilmente cercò in fondo un’altra faccia, un’espressione nuova per esser convincente, diversa dalle altre davanti a quell’addio.

Perché probabilmente lei tornò, e lui la vide scendere facendo attenzione, per via di quei tacchi, della gonna e dell’ombrello, per via della storia, che dice e che non dice, per quale diavolo di ragione fosse scesa dal quel treno  e come avesse fatto e come si sentiva, e se per caso in quell’istante ci avesse ripensato, e fosse ritornata per abbracciarlo sui due piedi, e coprirlo di carezze, di parole zuccherate, di baci a due a due, quelli buoni sulla bocca. Probabilmente sì, lei bella come prima, con gli occhiali scuri e le labbra rosso fuoco, ferma nello stesso punto dove il treno sbuffa e fa rumore, perché siamo negli anni venti oppure poco dopo, e lei apre l’ombrello e guarda verso il cielo anche se il cielo è terso, anche se lì non piove, perché è romantica la pioggia, perché è più triste un addio.

Probabilmente lui si alzò e le andò incontro, ma non c’era angoscia, non c’era amore su quel viso, neanche un velo amaro, un dolore appena appena, solo esattamente tutto come prima, perché probabilmente lei sorrise a stento, poi un gesto, come dire il treno sta partendo, poi un gesto con la mano e quell’arrivederci, poi forse un ti amo, probabilmente lui lo immaginò, di sicuro avvertì un vuoto grande dentro, una voragine di silenzio, un pianto dentro il cuore, segni muti  di un labiale rimasto dentro gli occhi, poi lei salì sul treno e qualcuno urlò lontano, mentre lui mestamente tornò sulla panchina a domandarsi quando e dove ripeteva quello sbaglio, in quale circostanza non era stato convincente, pensando che la vita gli stesse dando un’altra prova e quante volte fino a sera, fino a notte tarda, l’avrebbe vista ancora corrergli incontro, l’avrebbe vista scendere e salire su quel treno. Probabilmente…

 

 

 

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Foto Dmitry Popov

 

 
 
     
 

 

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