Non esistono racconti morali o immorali.  Ci sono solo racconti scritti bene o racconti scritti male.
Questo è tutto. Oscar Wilde


I RACCONTI IN BIANCO E NERO
Il marito dell'adultera

 


 

 

 Adamo Bencivenga - Il marito dell'adultera

 

Joe Stommer schiacciò la sigaretta sul pavimento. Erano quasi sei mesi che aveva ripreso a fumare. Lisa lo chiamò avvertendolo che avrebbe ritardato e che Giovanna, la loro cameriera, era a letto con la febbre. Bisognava andare a prendere i ragazzi a scuola e portarli dalla nonna, ritirare le camicie in lavanderia e aprire a Pony, il loro bastardino nano, per farlo scorazzare libero in giardino.
Joe guardò l’ora. Era troppo tardi per tutto questo, era sempre troppo tardi, anche per fare l’amore. Erano oltre sei mesi che non lo facevano e Lisa si comportava in maniera del tutto naturale, come se tutto ciò non la riguardasse. Tramite siti specializzati aveva cercato di conoscere a fondo il mondo femminile ed accertarsi se fosse davvero possibile un’astinenza così lunga.

In realtà sospettava di Lisa, ultimamente lei gli parlava spesso di un professore di Storia suo collega di Università, per giunta divorziato da pochi mesi. “Sono i più pericolosi” Si ripeteva calpestando ancora la sigaretta. “Entrano nel cuore delle donne facendo leva sulla compassione.” Il suo pensiero andò oltre ed un’espressione di malessere si impossessò del suo viso tirato. Ebbene sì, era convinto che già fosse successo. Ma quando? Dove? Magari al GreenPark, un motel poco fuori città dove lui e Lisa si incontravano spesso prima di sposarsi. Era bello lì, immerso in quel grande parco di tigli storti scosceso verso il mare! Loro prenotavano sempre la 121 una casetta in disparte, nascosta da arbusti frondosi.

Eh già sei mesi che non faceva l’amore, sei mesi che non accarezzava la sua pelle di pesca, o più in generale la pelle di una donna tranne quella patinata, arrotolata e riposta in fondo all’armadietto delle scarpe. In ufficio alle volte usava internet, altre, prima di tornare a casa, faceva il giro più lungo passando per una strada sterrata vicino ad una cartiera in disuso. Lì sostavano in attesa di clienti decine e decine di donne di colore. Lui rallentava e le passava in rassegna ammirandone i dettagli. Nonostante la voglia dovuta all’astinenza non si era mai fermato a contrattare e nessuna di loro era mai salita nella sua macchina. Si rendeva conto che quelle donne erano povere di spirito e soprattutto volgari. Niente a che vedere con la sua Lisa. E poi lui dall’amore chiedeva altro, l’amore quello vero iniziava a cena, davanti ad un lume di candela, al decolté romantico, al tacco intrigante e alla trama velata di una calza di classe. Immancabilmente il pensiero andò a Lisa, nonostante i tanti anni insieme e l’età di lei non più da ragazzina, la sua attrazione era rimasta inalterata e nessuna mai aveva minimamente catturato il suo interesse.

Mise una monetina nella macchinetta del caffè, ma uscì solo acqua sporca zuccherata. La segretaria si era presa tre giorni di ferie per l’ennesima luna di miele e nessuno degli impiegati si era degnato di chiamare l’assistenza. Andò alla finestra e si accese un’altra sigaretta, ma gli venne in mente ancora sua moglie. Ormai era un pensiero fisso. Questa volta la vide vestita con quel tailleur rosso e nero e la gonna dritta poco sopra il ginocchio. La immaginò, chissà perché, con un cappello nero che lei non possedeva, con guanti di rete dai quali traspariva uno smalto rosso fuoco. La vide camminare sulla ghiaia lungo il viale principale del motel e dirigersi, femmina ed altezzosa, verso la 121 oltre i tigli storti e poi in penombra dentro quella stanza dalle pareti lilla. Tutte le volte lasciava la porta aperta e lui vedeva chiaramente i suoi fianchi morbidi, ora il suo seno mentre scioglieva i suoi lunghi capelli soffici come la seta.

I suoi dubbi si accatastarono come legna secca da ardere. E se davvero in quel momento fosse al GreenPark? Da ex giocatore di poker sentì forte l’istinto di andare a vedere. Fece due conti. Considerando a quell’ora il traffico sulla Statale 27 ci avrebbe impiegato grosso modo una trentina di minuti per raggiungere quell’incantevole posto con le finestre a picco sul mare e gli uccelli a grumi sui rami all’imbrunire. Chiunque fosse il fortunato, non poteva immaginare una situazione così romantica.
Come al solito ogni qualvolta entrava in quel tunnel, un lampo di ragione schiariva i suoi pensieri. Riflettendo meglio non riusciva proprio a vedere Lisa travolta da un rapporto di sola passione. Spense la sigaretta a metà sullo spigolo del davanzale. Lanciò il mozzicone a terra centrando il tombino di ghisa. Non esultò, anzi si recò in bagno e guardandosi allo specchio notò un nuovo brufolo fresco di giornata poco sotto il labbro inferiore. Essendo una caratteristica dell’adolescenza alle volte si vergognava di quell’arcipelago rosso fuoco sulla pelle del viso. Pensò di avere una faccia più stupida dell’idea che gli era venuta in mente. Poi non sapendo cosa fare si lavò le mani senza asciugarle.

Non era possibile che Lisa avesse un altro uomo! Non era nella sua natura e non ne avrebbe avuto il tempo. A parte qualche eccezione come quel pomeriggio, tutte le altre sere tornava a casa puntualmente. Non riceveva mai una telefonata sospetta. Per non parlare dei messaggi! Di questa cosa era sicurissimo visto che con un gioco da ragazzi era riuscito ad avere la password della sua email e controllava puntualmente il suo telefono. Nessuna chiamata, nessun messaggio sospetto. No, no, non era possibile che avesse un amante! Lasciò cadere l’idea, ma non il pensiero che ormai da tempo si era insinuato dentro la sua testa rada. Sorrise allo specchio, notò un tono più spento dei suoi brufoli ed uscì dal bagno.

Era l’ora di uscita, l’ufficio era ormai deserto. Gli impiegati erano già andati via e i facchini non passavano in sede quando lavoravano in esterno. Joe si guardò intorno, era più che soddisfatto di quello che era riuscito a mettere in piedi in tanti anni di lavoro. Poteva ben dire che si era fatto tutto da solo! E pensare che aveva cominciato con un malandato camioncino ereditato dal nonno di sua moglie. Ora la sua azienda di traslochi era la più importante della città e contava un parco di una ventina di mezzi di varie tipologie adatti ad ogni esigenza, tra i quali due tir per trasporti internazionali e due automezzi speciali per trasporti in sicurezza, nonché un organico di trenta collaboratori sparso in tre filiali cittadine, due uffici periferici e quattro magazzini.

Dopo i primi momenti di difficoltà ora poteva ritenersi un uomo soddisfatto. Non aveva alcuna pendenza economica, niente fidi, mutui e finanziamenti vari, e pagava regolarmente le tasse. Un recente sondaggio di un giornale locale lo aveva inserito nella particolare classifica dei primi mille contributori di tutta la provincia. Pensò alla sua bella macchina tedesca, allo chalet in montagna, ma gira che ti rigira il suo pensiero tornò al punto di partenza.

Prima di chiudere il pc, guardò l’elenco degli ultimi messaggi nella MailBox. La sua attenzione venne subito catturata dal solito messaggio che aveva come oggetto: - Da un amico -.
"Ancora un'altra email!!!" Esclamò con rabbia. Aprì il messaggio e ingurgitò avidamente le poche parole: “TUA MOGLIE TI TRADISCE” scritto con un Arial 30 e in stampatello. Il messaggio era stato inviato alle 18:27 del giorno prima ed era indirizzato alla sua casella di posta personale. Controllò l’indirizzo del mittente: era quello del GreenPark! Lo rilesse di nuovo, poi sentì un freddo polare nelle vene. Di nuovo quel messaggio e di nuovo i suoi sospetti si materializzavano dentro quello schermo. Stranamente non pensò immediatamente a sua moglie o al fortunato vincitore di quel trofeo. La prima domanda fu: “Chi aveva interesse a fargli sapere? Perché? Chi conosceva i suoi sospetti? E perché il messaggio era stato spedito da quel motel?” Forse qualcuno voleva metterlo davvero sulla buona strada…

In macchina tentò più volte di mettersi in contatto con Lisa, ma il telefono squillava a vuoto. Non c’impiegò molto ad immaginarsi la scena. Solo un briciolo di fantasia e vide illuminarsi il cellulare di sua moglie dentro la borsa sul pavimento a fianco del letto. Di colpo era scomparsa la visione romantica, ora c’erano un uomo e una donna che avidamente si saziavano. Vide Lisa addosso alla parete mentre vogliosa reclamava ed accoglieva il suo amante segreto, poi sentì chiaramente le sue grida, quasi sgraziate, che coprivano il mondo fuori compreso il cinguettio degli uccelli sui rami dei tigli storti. Da quanto ricordava, Lisa, quando faceva l’amore, lanciava delle urla incredibili. Per questo al tempo avevano scelto quella stanza distante dalle altre. Per questo in casa la camera da letto era molto lontana da quella dei bambini, ma non era servito a nulla. Scosse la testa pensando a lei. Lei che adesso era lì, nello stesso letto di quasi dieci anni prima, con le stesse lenzuola ormai lise, che si faceva saziare da uno squallido amore infedele.

Covava rabbia e la nutriva andando alla ricerca di minimi dettagli, rivide i fianchi di Lisa, questa volta nudi e in attesa, rivide il rosso insolito delle sue labbra e malediva le tante occasioni non sfruttate come quella con la sua segretaria. Già Patsy, la bella Patsy assunta da qualche mese per la sua avvenenza. Naturalmente lui rifiutava sdegnato che il vero motivo di quella assunzione fosse la sua sesta abbondante e che guarda caso coincideva con l’inizio della sua astinenza. Ma era così. Patsy era il suo sogno erotico, e lui era sicuro che tra le forme di Patsy avrebbe trovato la tranquillità dei boschi di conifere e parimenti la burrasca di una notte tempestosa sul Pacifico. Ma tra loro non c’era mai stato nulla, nemmeno l’abbozzo di un momento frainteso, nemmeno il minimo pensiero covato d’un gesto inatteso. Il dettaglio della calza color carne riempiva però il suo giorno. La trama rinforzata alle dita dei piedi ed al tallone lo facevano galleggiare nel mare delle piccole perversioni più che un sesso a pagamento o una modella nuda su un calendario. Si sentiva tranquillo come chi non deve dare spiegazioni perché le considerava manie innocenti di un vivere quotidiano, come andare alla partita la domenica e gridare frasi indicibili all’avversario, naturalmente negate subito dopo. Anzi il pensiero di avere qualcosa da nascondere, un piccolo segreto incolpevole da conservare lo faceva sentire più libero, più interessante agli occhi dello specchietto retrovisore che ora lui guardava in cerca del colore della macchina di Lisa. Ma niente, fece tre volte il giro dell’isolato della scuola, della monovolume rossa di sua moglie nessuna traccia. Cercò immediatamente una ragione che potesse giustificare quelle email spedite sempre alla stessa ora e con lo stesso testo. Con un gesto spontaneo accese la radio, quasi per distogliere i pensieri e modificare la direzione della sua macchina che lo stava portando diretto verso la Statale, verso il mare, verso Lisa, rannicchiata e nuda tra le braccia del professore.

Ormai era tardi per i bimbi, con dispiacere telefonò a sua madre. Oggi era il giorno dell’allenamento di Tommy, la nonna lo avrebbe accompagnato, non era la prima volta, come era già successo che suo padre andasse a vedere un rilancio senza una donna in mano. Per abitudine chiamò Patsy pur ricordando le sue ferie. La voce della segretaria era più gentile del solito, più calda, la immaginò distesa sopra un letto dopo l’amore. Chiese più volte scusa ma poi s’informò come era vestita prospettandole un invito a cena. Questo era il loro gioco preferito quando le cose al cantiere andavano a gonfie vele, ma non c’era mai stata una cena e Patsy non aveva mai trasgredito ai suoi sottintesi.

Lui ora aveva altro da fare! Ci impiegò circa trenta minuti. All’altezza della Locanda del cigno bianco, prima dell’imbocco della tangenziale vide fermo in mezzo alla strada Frank Bolton, suo amico di infanzia e compagno di liceo. Ora era in polizia, capo del distretto Nord. Joe fermò la macchina, ma non scese.
“Come va Joe?” Domandò Frank tra il rumore del traffico attraverso il finestrino.
“Bene, sto tornando a casa. Cosa fai da queste parti?”
“Regolare controllo. Abbiamo dei forti sospetti su un grosso giro di prostituzione gestito da portoricani proprio dentro la locanda.”
“Un giorno o l’altro ti dovrò parlare di certe email anonime che ricevo sulla mia casella di posta…”
“Quando vuoi Joe, lo sai sono sempre a tua disposizione.”
“Grazie Frank sei un amico… Allora ti auguro buon lavoro!”
“Vai di fretta Joe?”
“Sì, vado a prendere Lisa.” Mentì Joe.
“Capisco!” Fece l’amico facendo buon viso a cattivo gioco, sapendo benissimo di quali email gli stesse parlando e dove in quel momento fosse diretto l’amico Joe.

Il motel era immerso in una tranquillità quasi surreale. Joe tirò un sospiro di sollievo quando, attraverso le sbarre della grande cancellata verde e nera, non vide nel parcheggio la monovolume rossa di Lisa. Entrò trafelato nella piccola hall. Ricordava perfettamente le stampe appese al muro come il divano di pelle chiara accanto ad una kenzia gigante.
Fece tre passi e si bloccò, a quel punto si rese conto di non sapere cosa dire. Anche mantenendosi sul generico, non avrebbe avuto senso cercare un uomo e una donna in quel posto. Quale scusa? Quale pretesto? Si sentì gelare, ma la ragazza bionda alla reception gli sorrise e lui si fece coraggio. Chiese la stanza 121. Era libera. Tirò un sospiro di sollievo. Pagò in anticipo, compreso l’uso della doccia e la connessione ad internet. La ragazza gli consegnò la chiave senza battere ciglio, come se fosse del tutto naturale registrare un solo documento. Già non c’era nessuna donna ad attenderlo nel parcheggio e lei lo sapeva.

Si avviò lungo il viale di tigli storti respirando l’aria salmastra sotto lo sguardo vigile della ragazza che nel frattempo era uscita. Lei lo seguì con lo sguardo e scosse la testa, lui si sentì in imbarazzo, ma il più era ormai fatto.
Prima di entrare fece il giro due volte intorno alla casetta di mattoncini rossi, guardò invano tra le fessure delle imposte chiuse. Poi aprì la porta, entrò, si tolse la giacca e posò la sua ventiquattrore sulla sedia.
Seduto sul bordo del letto iniziò ad annusare l’aria della stanza, ma sapeva solo di chiuso. Si convinse che nessuno, proprio nessuno, almeno per quel giorno aveva occupato quella stanza e soprattutto non c’era traccia di odore d’amore e di Lisa. Annusò le lenzuola, le rivoltò completamente, ma sentì solo un leggero odore in lontananza di bucato fresco, poi frugò nei cassetti vuoti e tra gli asciugamani in bagno in cerca di vissuto. Il lavandino era perfettamente asciutto, gli accappatoi piegati dentro il cellophane ed il rotolo di carta igienica intatto.

Alla fine si distese sul letto, si tolse le scarpe e per circa mezz’ora guardò il soffitto. Il lampadario era di quelli a gocce e con l’aiuto dei riflessi del vetro gli vennero in mente i fianchi morbidi di Lisa, le sue gambe lunghe e quel sesso fresco al sapore di rosa e foglie di tamarindo. Questo era un loro modo di scherzare perché nessuno dei due sapeva quale fosse il vero profumo del tamarindo. Fu così spontaneo quel ricordo che un attimo dopo la vide accanto a lui distesa su quel letto sfatto. Avevano già fatto l’amore? Lui accennò ad un leggero sorriso che divenne, immediatamente dopo, un ghigno amaro e sofferto. Cercò di scacciare il pensiero, ma il professore di Storia era di nuovo presente, tra loro, anzi sopra di lei, anzi dentro di lei, anzi era il professore stesso che aveva preso le sue sembianze ed ora con una T-shirt bianca indosso e gli occhi chiusi la stava penetrando assumendo l’identica faccia e il medesimo orgoglio di colui che sta facendo sesso con un‘amante.

Durante l’amore sentì chiaramente il cellulare di Lisa. Alla terza chiamata si destò mettendo fine al suo incubo. Si alzò di scatto e tirò fuori il laptop dalla ventiquattrore. Avviò Outlook e si collegò al server di posta del motel. Scrisse un’email usando il carattere Arial 30, dopodiché la inviò al suo indirizzo personale. Poi senza fretta si rimise la giacca e si avviò lungo il viale di tigli storti.
Riconsegnò la chiave.
“A domani Mister Stommer.” Disse la ragazza bionda rimettendo la chiave al suo posto.
 

 

 

 

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