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Adamo Bencivenga
La Vie En Rose
“Finalmente mi esibisco a Roma.” Mi hai scritto. “Domani sera alle nove,
ci sarai?” In un quartiere chiamato Testaccio, mi hai detto. Ti ho
risposto “Ma dove?” Ma poi non ti ho più sentito. Io non posso mai
sentirti da quando stai con lui. I nostri contatti sono mezze frasi, mezzi
infinitesimi di secondo. “Devo chiudere.” Mi dici sempre. “Scusa, non
posso stare al telefono, ti richiamo.” E poi non mi richiami, mai. Io ti
cerco, ti cerco sempre, ti cerco ovunque, tra i siti in internet, tra le
pagine degli spettacoli. Non ho fatto in tempo a dirti che verrò,
sicuramente vengo, anche se non so precisamente dove.
Stasera a Roma piove, come al solito piove. Lascio la macchina sul
LungoTevere, ma non ho l’ombrello. Cammino strusciando i muri, questi
palazzi non hanno balconi. Una zingara bambina mi ferma e mi sorride. Mi
fa pena vederla così bagnata, senza nemmeno un cappuccio. Le compro
trentadue rose, credo siano i tuoi anni. Chissà se si usa ancora….
L’ammiratore di turno che va a trovare l’attrice nel suo camerino dopo
l’esibizione e si presenta con un ingombrante mazzo di rose. Ho paura di
essere ridicolo.
E’ sabato sera, nonostante la pioggia le vie del quartiere sono affollate.
Giro tra i locali che conosco per trovarti: Alpheus, Caffè Emporio,
Caruso, Caffè Latino Alibi… Cerco nelle bacheche il tuo nome, ma niente.
Ti chiamo, ma tu non rispondi. Il telefono è staccato. So che non dovrei
farlo, ma mi sento perso. So che prima dovrei mandarti un sms, ma non
posso non rivederti!
Sono emozionato, mi ricordo l’ultima volta che ci siamo visti, a casa di
quel tuo amico regista, che poi non era un regista. Non sapevamo bene se
stavamo ancora insieme. Ma tu ci avevi fatto l’amore. Te l’ho chiesto, tu
hai abbassato gli occhi. Dopo la cena sono andato via, quasi subito. Mia
madre stava male. Tu mi hai accompagnato alla porta. Ricordo ancora quel
bacio, intenso, profondo. Poi solo lettere, email e qualche volta in chat.
Mi raccontavi dei tuoi viaggi, del tuo lavoro, le serate a Dresda. Sei
diventata una performer. Ma cosa significa performer? Suona bene sì.
Un’artista mi dicevi.
Ti cerco, sotto questa pioggia battente ti cerco, cerco il locale. Domando
in giro, nessuno sa dirmi. Un tizio mi ferma e mi chiede una sigaretta,
cammina come un tossico, parla come un tossico, stringe in mano una
lattina di birra, vorrei accontentarlo, ma io non fumo, non ho mai fumato.
“Che ci fai in questo posto?” Mi domanda. “Se vestito strano.” Già sono
vestito con una giacca e una cravatta e mi sento fuori luogo. “Sto
cercando un locale, ma non conosco il nome, sto cercando una ragazza, è
una performer mi ha detto.” Mi guarda fisso con i suoi occhi spiritati.
“Ah ho capito.” Mi risponde e mi fa cenno di seguirlo. Deve essere un
mestiere importante penso. “Allora fa la puttana” Mi dice! Sbigottito lo
seguo. Davanti ad un bar si ferma e chiede. Credo siano suoi amici, uno di
loro mi chiede cinquanta euro, tiro fuori dalla tasca una banconota da
venti. Ora seguo lui.
Finalmente ci sono, sulla locandina c’è scritto Mistress Nadine, ma la
faccia non è la tua. “Qui è quello che cerchi.” Aspetta ed allunga la
mano. Tiro fuori gli altri trenta euro. Penso, come avrà fatto ad
indovinare? Entro nel locale ed aspetto sopra un divanetto, la sala non è
molto grande e poi è buio pesto. Nell’aria un profumo dolce misto ad odori
di stoffe umide. Una cameriera col seno quasi nudo mi porta da bere.
Chiedo di te. Non conosce il tuo nome, ma mi indica una porticina in fondo
ad un corridoio. Busso, aspetto, ribusso, apro. Ci sono tre ragazze
vestite da ballerine che si stanno truccando, ma nessuna ti somiglia.
Chiedo scusa ed esco.
Penso al tossico ed ai miei cinquanta euro. Mi rimetto seduto sul divano
ed aspetto. Le rose ingombranti sono inadatte a questo luogo, come me del
resto. Le dieci, le undici, il locale ora è pieno, sul palco si alternano
cantanti e ballerine.
Dopo l’esibizione le ragazze si sparpagliano nella piccola platea. Girano
come farfalle tra le poltroncine e i tavoli. Sono tutte belle, tacchi alti
ed autoreggenti. Si siedono sulle gambe dei clienti e si fanno riempire di
complimenti e di mani. I clienti tastano, qualsiasi parte del corpo va
bene, allungano le braccia e sussurrano parole viziate. Tutte hanno un
sorriso permanente stampato sulle labbra. Sussurrano parole senza senso.
Poi li prendono per mano, qualcuno si alza e vanno. Vanno e scompaiono
dentro le porte di velluto. Cinque, dieci minuti e poi tornano al loro
posto e le ragazze come api cercano con gli occhi un altro fiore dove
posarsi. Altri pantaloni, di velluto, di lana, di jeans e di nuovo si
siedono. E di nuovo ridono e sussurrano parole senza senso. Gli uomini
toccano, qualsiasi cosa toccano e loro si fanno toccare.
Finalmente ti vedo. Un tonfo al cuore. Corri al centro del palco. Faccio
fatica a riconoscerti. Balli, canti, sei davvero brava. Il pubblico
applaude, ti lancia parole irripetibili. Tu ti muovi, sicura come una
regina, ti inchini sensuale come una suddita. Mi emoziona vederti, mi
emoziona sentire il tuo francese caldo. Il cilindro, la sedia, le calze a
rete, i capelli corti, il body nero, aderente, ma sei tu, finalmente sei
tu.
Lo spettacolo non dura molto, non più di dieci minuti, poi come le altre
scendi. Ti cerco con gli occhi, tra le teste delle prime file. Dal palco
mi avevi già visto. Mi vieni incontro, scosti il mazzo di rose e ti metti
seduta sul divano. “Sono per me? Grazie sei molto carino, ma non posso
accettarle!” Ora ti riconosco. Riconosco i tuoi denti. Dio come sei
cambiata! I tuoi capelli sono di un nero intenso, corvino, la tua faccia
troppo bianca. Il trucco pesante, il rosso fresco delle tue labbra quasi
mi acceca. “Lo sai che noi non ci conosciamo vero?" Faccio fatica a
seguirti. “Sei un cliente lo sai? Toccami, tastami.” Mi dici sorridendo.
Mi sento frastornato, ma ti tocco. Il tuo sedere è più magro di sempre, le
tue cosce sono tenere. “Non c’era altro modo per vederci!” Mi sussurri.
“Continua a toccarmi dai! Dimmi che sono bella e sono brava.” Ti guardi
intorno. Per un attimo ti irrigidisci, fissi un tizio seduto poco
distante. “E’ lui?” Ti chiedo. Non rispondi, continui a sorridere, a farti
toccare. Mi prendi la mano e la guidi sul collo, sui fianchi, sugli
stivali lucidi di pelle. “Devi ordinare una bottiglia, fatti dare la più
costosa, così abbiamo più tempo. Fai in fretta.” Sto per alzarmi. “Devi
dirgli il mio nome” Mi dici. Vado alla cassa. L’addetto mi strizza
l’occhio. “Sei un intenditore, quella ci sa fare, altro che!” Mi dice. “La
conosci?” Domando. “No, ma ne ho sentito parlare.”
Torno con la bottiglia. Anche tu mi prendi per mano. Già sono un cliente.
Attraversiamo la sala, il tizio ci segue con gli occhi. Tu apri una porta
foderata di velluto viola e grigio. Nella stanza solo un divano, un
tavolino e un grande specchio. “Da lì ci può vedere, ma non può sentire.”
Mi dici. Ora riconosco la tua voce, ma è tremolante. Sei ubriaca. “Non
potrei non bere.” Mi dici. Già lo schifo, penso. “Non sapevo che era
questo il tuo mestiere. Performer mi avevi detto!” Performer suona bene ti
avevo risposto. Mi guardi, respiri. “Ma non faccio nulla, non succede mai
nulla qui dentro, li accompagno nel loro piacere. Mi faccio dire quello
che vogliono, ma io non parlo, non parlo mai qui dentro. Sospiro, faccio
finta. Tutto qui. Devo solo fare attenzione a non sporcarmi.” Dio come sei
tenera, mi convinci, mi hai sempre convinto. Ti abbraccio, sei piccola.
“Ti voglio bene!” Mi dici. “Ti amo.” Rispondo. Ti alzi. Ti guardo, mi
domando quante volte abbiamo fatto l’amore. Versi lo champagne dentro i
bicchieri. La tua grazia non è adatta a questo posto. Guardi l'etichetta.
“Sai, per questa bottiglia hai diritto a circa mezz’ora e non solo di
coccole.” Sorrido. “Non mi basta, lo sai.”
Mi chiedi di mia madre, ma poi capisci che non è il caso di domandarmi
come sta. Mi chiedi della nostra casa in campagna. Già quella di mattoni e
legno che non abbiamo mai arredato. Non abbiamo avuto tempo! Da lì sei
scappata, in nome dell’Arte, della Cultura. Ti sentivi un’artista. “Qui
soffoco.” Mi ripetevi. Passavi le ore davanti al camino, muta. Poi la
fuga. Sono bastati pochi mesi per sentirti un’artista. Prima il regista,
poi l’agente. “Con lui diventerò famosa.” Mi scrivevi. Poi amante e ben
presto padrone della tua vita. Ora sei qui davanti a me e ci tieni a dirmi
che non ti togli mai le mutandine, che hai paura delle malattie. Mi sembra
tutto assurdo. 50 euro per ogni privè, mi dici. “Sai che quando va bene,
riesco anche a farne cinque in una serata?” Già, in nome dell’Arte, penso.
“Lo ami?” Ti domando a bruciapelo. “Lo sai che lo amo, perché me lo
domandi?” Mi vieni vicino. “Toccami ti prego, da lì ci vedono. Toccami.”
Mai vorrei metterti in difficoltà, lo sai. Il tuo seno mi commuove, è
piccolo, una seconda scarsa, sembra quello di una bimba, non certo di una
puttana. “Scusami…” Ti dico. Ma tu non sai perché.
Ora sei sopra di me, non so se è per lo specchio o se mi vuoi veramente,
ma lo sai che non ti resisto. Ti strofini sul mio corpo, sei esperta,
penso. Ora mi senti, ridi, sei contenta. Chissà quanti ne hai sentiti, ok
ok attraverso la stoffa, non ti togli mai le mutandine… Cerco le tue
labbra. “Non baciarmi.” Mi ordini. “Mica sarai pazzo?”. Obbedisco, ma ora
sei tu che mi cerchi. Ti lascio fare. Sfili il body. Assaporo la tua
pelle. Sai di miele e di muffa, lo stesso odore dei divani. Non ti
resisto, basta poco, mi fai volare.” Come al solito, penso. Ti alzi, sei
soddisfatta. “Quando ci rivedremo?” Non rispondi. Già che stupida domanda.
Mi prendi per mano. Usciamo dalla stanza. Qualcuno sul palco canta La Vie
En Rose. “Questa è l’Arte!” Mi dici. Questo è il prezzo della bottiglia
penso. Tutto compreso.
FINE
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