Non esistono racconti morali o immorali.  Ci sono solo racconti scritti bene o racconti scritti male.
Questo è tutto. Oscar Wilde

La Vie En Rose
DI


 

 

Adamo Bencivenga La Vie En Rose



“Finalmente mi esibisco a Roma.” Mi hai scritto. “Domani sera alle nove, ci sarai?” In un quartiere chiamato Testaccio, mi hai detto. Ti ho risposto “Ma dove?” Ma poi non ti ho più sentito. Io non posso mai sentirti da quando stai con lui. I nostri contatti sono mezze frasi, mezzi infinitesimi di secondo. “Devo chiudere.” Mi dici sempre. “Scusa, non posso stare al telefono, ti richiamo.” E poi non mi richiami, mai. Io ti cerco, ti cerco sempre, ti cerco ovunque, tra i siti in internet, tra le pagine degli spettacoli. Non ho fatto in tempo a dirti che verrò, sicuramente vengo, anche se non so precisamente dove.

Stasera a Roma piove, come al solito piove. Lascio la macchina sul LungoTevere, ma non ho l’ombrello. Cammino strusciando i muri, questi palazzi non hanno balconi. Una zingara bambina mi ferma e mi sorride. Mi fa pena vederla così bagnata, senza nemmeno un cappuccio. Le compro trentadue rose, credo siano i tuoi anni. Chissà se si usa ancora…. L’ammiratore di turno che va a trovare l’attrice nel suo camerino dopo l’esibizione e si presenta con un ingombrante mazzo di rose. Ho paura di essere ridicolo.

E’ sabato sera, nonostante la pioggia le vie del quartiere sono affollate. Giro tra i locali che conosco per trovarti: Alpheus, Caffè Emporio, Caruso, Caffè Latino Alibi… Cerco nelle bacheche il tuo nome, ma niente. Ti chiamo, ma tu non rispondi. Il telefono è staccato. So che non dovrei farlo, ma mi sento perso. So che prima dovrei mandarti un sms, ma non posso non rivederti!

Sono emozionato, mi ricordo l’ultima volta che ci siamo visti, a casa di quel tuo amico regista, che poi non era un regista. Non sapevamo bene se stavamo ancora insieme. Ma tu ci avevi fatto l’amore. Te l’ho chiesto, tu hai abbassato gli occhi. Dopo la cena sono andato via, quasi subito. Mia madre stava male. Tu mi hai accompagnato alla porta. Ricordo ancora quel bacio, intenso, profondo. Poi solo lettere, email e qualche volta in chat. Mi raccontavi dei tuoi viaggi, del tuo lavoro, le serate a Dresda. Sei diventata una performer. Ma cosa significa performer? Suona bene sì. Un’artista mi dicevi.

Ti cerco, sotto questa pioggia battente ti cerco, cerco il locale. Domando in giro, nessuno sa dirmi. Un tizio mi ferma e mi chiede una sigaretta, cammina come un tossico, parla come un tossico, stringe in mano una lattina di birra, vorrei accontentarlo, ma io non fumo, non ho mai fumato. “Che ci fai in questo posto?” Mi domanda. “Se vestito strano.” Già sono vestito con una giacca e una cravatta e mi sento fuori luogo. “Sto cercando un locale, ma non conosco il nome, sto cercando una ragazza, è una performer mi ha detto.” Mi guarda fisso con i suoi occhi spiritati. “Ah ho capito.” Mi risponde e mi fa cenno di seguirlo. Deve essere un mestiere importante penso. “Allora fa la puttana” Mi dice! Sbigottito lo seguo. Davanti ad un bar si ferma e chiede. Credo siano suoi amici, uno di loro mi chiede cinquanta euro, tiro fuori dalla tasca una banconota da venti. Ora seguo lui.

Finalmente ci sono, sulla locandina c’è scritto Mistress Nadine, ma la faccia non è la tua. “Qui è quello che cerchi.” Aspetta ed allunga la mano. Tiro fuori gli altri trenta euro. Penso, come avrà fatto ad indovinare? Entro nel locale ed aspetto sopra un divanetto, la sala non è molto grande e poi è buio pesto. Nell’aria un profumo dolce misto ad odori di stoffe umide. Una cameriera col seno quasi nudo mi porta da bere. Chiedo di te. Non conosce il tuo nome, ma mi indica una porticina in fondo ad un corridoio. Busso, aspetto, ribusso, apro. Ci sono tre ragazze vestite da ballerine che si stanno truccando, ma nessuna ti somiglia. Chiedo scusa ed esco.

Penso al tossico ed ai miei cinquanta euro. Mi rimetto seduto sul divano ed aspetto. Le rose ingombranti sono inadatte a questo luogo, come me del resto. Le dieci, le undici, il locale ora è pieno, sul palco si alternano cantanti e ballerine.

Dopo l’esibizione le ragazze si sparpagliano nella piccola platea. Girano come farfalle tra le poltroncine e i tavoli. Sono tutte belle, tacchi alti ed autoreggenti. Si siedono sulle gambe dei clienti e si fanno riempire di complimenti e di mani. I clienti tastano, qualsiasi parte del corpo va bene, allungano le braccia e sussurrano parole viziate. Tutte hanno un sorriso permanente stampato sulle labbra. Sussurrano parole senza senso. Poi li prendono per mano, qualcuno si alza e vanno. Vanno e scompaiono dentro le porte di velluto. Cinque, dieci minuti e poi tornano al loro posto e le ragazze come api cercano con gli occhi un altro fiore dove posarsi. Altri pantaloni, di velluto, di lana, di jeans e di nuovo si siedono. E di nuovo ridono e sussurrano parole senza senso. Gli uomini toccano, qualsiasi cosa toccano e loro si fanno toccare.

Finalmente ti vedo. Un tonfo al cuore. Corri al centro del palco. Faccio fatica a riconoscerti. Balli, canti, sei davvero brava. Il pubblico applaude, ti lancia parole irripetibili. Tu ti muovi, sicura come una regina, ti inchini sensuale come una suddita. Mi emoziona vederti, mi emoziona sentire il tuo francese caldo. Il cilindro, la sedia, le calze a rete, i capelli corti, il body nero, aderente, ma sei tu, finalmente sei tu.

Lo spettacolo non dura molto, non più di dieci minuti, poi come le altre scendi. Ti cerco con gli occhi, tra le teste delle prime file. Dal palco mi avevi già visto. Mi vieni incontro, scosti il mazzo di rose e ti metti seduta sul divano. “Sono per me? Grazie sei molto carino, ma non posso accettarle!” Ora ti riconosco. Riconosco i tuoi denti. Dio come sei cambiata! I tuoi capelli sono di un nero intenso, corvino, la tua faccia troppo bianca. Il trucco pesante, il rosso fresco delle tue labbra quasi mi acceca. “Lo sai che noi non ci conosciamo vero?" Faccio fatica a seguirti. “Sei un cliente lo sai? Toccami, tastami.” Mi dici sorridendo. Mi sento frastornato, ma ti tocco. Il tuo sedere è più magro di sempre, le tue cosce sono tenere. “Non c’era altro modo per vederci!” Mi sussurri. “Continua a toccarmi dai! Dimmi che sono bella e sono brava.” Ti guardi intorno. Per un attimo ti irrigidisci, fissi un tizio seduto poco distante. “E’ lui?” Ti chiedo. Non rispondi, continui a sorridere, a farti toccare. Mi prendi la mano e la guidi sul collo, sui fianchi, sugli stivali lucidi di pelle. “Devi ordinare una bottiglia, fatti dare la più costosa, così abbiamo più tempo. Fai in fretta.” Sto per alzarmi. “Devi dirgli il mio nome” Mi dici. Vado alla cassa. L’addetto mi strizza l’occhio. “Sei un intenditore, quella ci sa fare, altro che!” Mi dice. “La conosci?” Domando. “No, ma ne ho sentito parlare.”

Torno con la bottiglia. Anche tu mi prendi per mano. Già sono un cliente. Attraversiamo la sala, il tizio ci segue con gli occhi. Tu apri una porta foderata di velluto viola e grigio. Nella stanza solo un divano, un tavolino e un grande specchio. “Da lì ci può vedere, ma non può sentire.” Mi dici. Ora riconosco la tua voce, ma è tremolante. Sei ubriaca. “Non potrei non bere.” Mi dici. Già lo schifo, penso. “Non sapevo che era questo il tuo mestiere. Performer mi avevi detto!” Performer suona bene ti avevo risposto. Mi guardi, respiri. “Ma non faccio nulla, non succede mai nulla qui dentro, li accompagno nel loro piacere. Mi faccio dire quello che vogliono, ma io non parlo, non parlo mai qui dentro. Sospiro, faccio finta. Tutto qui. Devo solo fare attenzione a non sporcarmi.” Dio come sei tenera, mi convinci, mi hai sempre convinto. Ti abbraccio, sei piccola. “Ti voglio bene!” Mi dici. “Ti amo.” Rispondo. Ti alzi. Ti guardo, mi domando quante volte abbiamo fatto l’amore. Versi lo champagne dentro i bicchieri. La tua grazia non è adatta a questo posto. Guardi l'etichetta. “Sai, per questa bottiglia hai diritto a circa mezz’ora e non solo di coccole.” Sorrido. “Non mi basta, lo sai.”

Mi chiedi di mia madre, ma poi capisci che non è il caso di domandarmi come sta. Mi chiedi della nostra casa in campagna. Già quella di mattoni e legno che non abbiamo mai arredato. Non abbiamo avuto tempo! Da lì sei scappata, in nome dell’Arte, della Cultura. Ti sentivi un’artista. “Qui soffoco.” Mi ripetevi. Passavi le ore davanti al camino, muta. Poi la fuga. Sono bastati pochi mesi per sentirti un’artista. Prima il regista, poi l’agente. “Con lui diventerò famosa.” Mi scrivevi. Poi amante e ben presto padrone della tua vita. Ora sei qui davanti a me e ci tieni a dirmi che non ti togli mai le mutandine, che hai paura delle malattie. Mi sembra tutto assurdo. 50 euro per ogni privè, mi dici. “Sai che quando va bene, riesco anche a farne cinque in una serata?” Già, in nome dell’Arte, penso.

“Lo ami?” Ti domando a bruciapelo. “Lo sai che lo amo, perché me lo domandi?” Mi vieni vicino. “Toccami ti prego, da lì ci vedono. Toccami.” Mai vorrei metterti in difficoltà, lo sai. Il tuo seno mi commuove, è piccolo, una seconda scarsa, sembra quello di una bimba, non certo di una puttana. “Scusami…” Ti dico. Ma tu non sai perché.

Ora sei sopra di me, non so se è per lo specchio o se mi vuoi veramente, ma lo sai che non ti resisto. Ti strofini sul mio corpo, sei esperta, penso. Ora mi senti, ridi, sei contenta. Chissà quanti ne hai sentiti, ok ok attraverso la stoffa, non ti togli mai le mutandine… Cerco le tue labbra. “Non baciarmi.” Mi ordini. “Mica sarai pazzo?”. Obbedisco, ma ora sei tu che mi cerchi. Ti lascio fare. Sfili il body. Assaporo la tua pelle. Sai di miele e di muffa, lo stesso odore dei divani. Non ti resisto, basta poco, mi fai volare.” Come al solito, penso. Ti alzi, sei soddisfatta. “Quando ci rivedremo?” Non rispondi. Già che stupida domanda.

Mi prendi per mano. Usciamo dalla stanza. Qualcuno sul palco canta La Vie En Rose. “Questa è l’Arte!” Mi dici. Questo è il prezzo della bottiglia penso. Tutto compreso.

 

 

FINE

 

Foto DarkDreamStudio

 

 

 
 
     
 

 

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