Non esistono racconti morali o immorali.  Ci sono solo racconti scritti bene o racconti scritti male.
Questo è tutto. Oscar Wilde

Adamo Bencivenga
LA STAZIONE 4
Alle volte succede che un uomo e una donna

 

Alle volte succede che un uomo e una donna, camminino insieme verso il gabbiotto, come fosse la riva di una spiaggia lontana, come fosse l’entrata di una prima a teatro, con lei sottobraccio che decisa passeggia, un tacco poi l’altro sulla guida che rossa, la fa sentire regina almeno stanotte, la fa sentire leggera, una piuma che danza, senza più remore di testa e di cuore, senza più dubbi sugli uomini ingiusti, senza più indugi di subire un giudizio che sia lecito o meno, che sia valida e forte, la ragione o la scusa che la vede a quest’ora accettare un invito in un gabbiotto di notte.

Perché alle volte succede che la luce si spenga e in un buio avvolgente di tana e di culla senza dire parole si ascolti l’essenza di quello che a breve sarà voluta vendetta, rappresaglia e ripicca, regolamento di conti, perché sull’asfalto dopo il duello, non rimane che sangue che a rivoli scorre, non rimane che un uomo che ha pagato l’affronto e lei altezzosa s’allontana sui tacchi, soddisfatta e contenta per la rivincita avuta. Soddisfatta e contenta come ora l’affiora un sorriso che amaro ha il sapore d’invito, perché ormai convinta, perché ormai più sicura, che non c’è altro posto dove consumare la rabbia, e gridare al mondo d’essere viva, desiderata da un uomo chiunque lui sia, da una bocca che arde, da una mano che tocca, da un addetto ai treni che conosce gli orari, il momento preciso, per adagiare la lingua, che ora scivola liscia senza più attrito, senza dissenso, conflitto e contesa su un seno che docile si lascia bagnare, di gambe ubbidienti che all’unisono vanno ovunque la voglia le schiuda e le unisca.

E lui tocca e ritocca e scomposto la brama, senza accortezze per una donna di classe, senza regola e norma o un disegno preciso, l’accarezza e la bacia dai piedi ai capelli, dietro e davanti ormai senza misura, il seno che lecca, le labbra che succhia, e lei che si spoglia, la camicia, la giacca, la gonna che sfila, il reggiseno che sgancia.
E’ lei che lo invita a fare più in fretta, a squarciare quel buio con parole più adatte, con le lame di luce che penetrano a fondo, perché ogni minuto sarebbe di troppo, perchè ogni secondo una goccia cinese, ogni minima attesa un pensiero ingombrante di un anonimo sesso, di un odore che ignoto, lascerebbe soltanto una voragine fonda.
Si mette distesa su quella cuccia di letto, ora toglie lo slip e spalanca le gambe, perché quello che vuole è un attimo intenso, tutto di fretta come una puntura di vespa, senza rendersi conto che è un sesso che entra, un rasoio tagliente che parta dal fondo ed estirpi dal cuore quel male che sente, la coscienza di essere sola in quel posto, nell’attesa di un uomo che s’è negato per sempre e l’ha lasciata in balia di un polacco ed un cane, d’un uomo in divisa con la voglia evidente, senza un treno che arriva ed uno che parte.

Lei lo chiama, lo implora, senza mai pronunciare il suo nome, perché non lo conosce e non serve all’amore, perché quello che ha in mente non fa il capostazione e lei di sicuro non è dentro un gabbiotto, oppure sì, ma non è quello che conta, sono solo due estranei che hanno trovato il coraggio, di riempire una notte e annientare la rabbia. Sente la sua voce, è roca, aggressiva, perché sa di tutto tranne che d’amore, perché quell’uomo che suda e la scava per bene, sta facendo tutt’altro tranne che amare, sta scopando con l’ombra, col contorno e la forma, con la sagoma intera, con l’odore di donna, ma pensa a Giovanna, ai suoi turni di notte, all’uomo notturno che prendeva il suo posto e scaldava il suo letto come fosse un favore, e scaldava Giovanna come fosse un dovere.
Pensa al riscatto di anni passati, a sognare, a segnare il diretto, l’accelerato per Foggia, il cane, il polacco, le parole crociate, quattro verticale il nome di Baggio, il manifesto sul muro, da sempre lo stesso, una spiaggia lontana, una donna da sogno, da farci l’amore bevendo un Campari.

E preme, preme sulla sua vita a forma di donna, preme sul suo passato a forma di cosce che il destino ha voluto che fossero belle, ammantate di nero da una calza perfetta, avvolte dal velo di una signora di classe. E preme, preme, scende e risale, entra e poi esce per riprendere fiato, per inabissarsi di nuovo in quei fondali di mare, dove vede coralli e forzieri di oro, e scrigni e gioielli e sete e broccati, bastimenti e navigli insabbiati dal tempo, per poi risalire ed affondare di nuovo, per nutrirsi di femmina calda e vogliosa, di tette, di sesso e farne una scorta. Perché domani sarà un giorno d’assenza, un’alba vuota di lacrime mute, e quante negli anni dopo stanotte, e quanti risvegli al passaggio del treno. Perché domani sarà un giorno diverso, di chissà e come mai lasciati in sospeso, in uno strascico a velo del profumo che intenso ora penetra dritto nell’anima in fondo e sa di femmina e d’odalisca, d’harem e di concubina, come in quel film visto da poco, sa di trama di calza che poco prima bramava, del nero più nero e balle del tipo che vengono in mente nel desiderio infinito di farsi una donna e farsela tutta.

Alle volte succede che finisca l’incanto, e lei senza dire si alzi di scatto, e in meno di niente è già rivestita, non parla, non dice, ma si raccoglie i capelli, ed esce di corsa e si rimette seduta nell’unico posto dove serve aspettare. Lui che la segue e vorrebbe parlare, ma si rende conto che non c’è nulla da dire, perché alle volte succede che lei si volti di scatto, e finisca la storia la stessa di prima, con l’uomo che piomba trafelato in stazione, con la donna che s’alza e piange a dirotto, poi ride e lo abbraccia felice e contenta, e gli urla “Amore, ti amo, t’adoro!”
L’uomo è alto, vestito elegante, la solleva di peso con una mano soltanto, perché lei è una piuma e lui un soffio di vento, perché quel peso che gravava di dentro, è svanito di colpo semmai ci fosse stato, oppure è soltanto un brutto ricordo.
Lui ora la bacia sugli occhi e la fronte, le accarezza i capelli e leggera la gira, due, tre piroette e ridono insieme, poi la lascia di colpo e la riprende al volo, e lei che ride pazza di gioia, e lui che la stringe forte sui fianchi, mentre prende la valigia e s’allontanano insieme…

Alle volte succede che torno al mio posto, ed in prima persona mi sveglio da un sogno, e vedo quei due con un filo d’amaro e in un attimo appena sono di nuovo da solo, seduto al mio posto che guardo il soffitto, e guardo il cane e guardo la coppia, mi annuso la mano che sa di femmina e petto, di seta e d’organza, di fragola e miele, di rovi e Giovanna, di lamponi e di more. Contento davvero per quel sogno di prima, e d’essere stato una piacevole attesa, e d’averla riempita nel modo migliore, perché se questa storia avesse avuto un finale diverso, non sarebbe per nulla stata reale, e comunque sia andata va bene lo stesso, perché l’amore è altro e non sboccia lì dove c’è una cuccia di letto e una sedia sbilenca, un cane che russa e una sala d’aspetto, e poi l’alba è vicina e manca poco al diretto, ed è passata davvero un’altra nottata.
 

 

FINE

 

 

 

 
 
     
 

 

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Foto Gary Kapluggin

 

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