Non esistono racconti morali o immorali.  Ci sono solo racconti scritti bene o racconti scritti male.
Questo è tutto. Oscar Wilde

Adamo Bencivenga
LA STAZIONE 3
Sono pizzi e ricami, sfumati quel tanto da questa penombra



 

Sono pizzi e sono ricami, sfumati quel tanto da questa penombra, ingranditi quel poco da queste mie mani, che nel tatto del sogno prendono corpo, e diventano pelle che non ha preso mai sole, e se per caso ci arrivi non aspetti risposta, e se per caso ci arrivi non la stai a sentire, che anche lei è accomunata dallo stesso destino, che mai ha dormito in un letto più grande, che è sempre lo stesso da quand’era bambina.

Probabilmente intuisce i miei pensieri, probabilmente s’accorge che sto andando nell’oltre, vagheggiando e volando sulle ali dei sogni che sanno di maschio, che sanno di caccia. Si alza di scatto e le cade la borsa, un rossetto dorato rotola lento, sotto la sedia, vicino ai suoi tacchi, ma non se ne cura e lo lascia per terra, ora ha un ghigno profondo che le solca la pelle, il suo viso è più duro, le labbra serrate che fanno fatica a non urlare di rabbia, a me, al cane, al bitter Campari. Fa due passi e si volta, poi va verso il gabbiotto, il rumore dei tacchi sbatte sui muri, si tocca i capelli e poi torna decisa.
“Ma perché le sto dicendo queste cose?” Lei è un uomo come tutti gli altri, come gli operai su quel treno che non aspettavano altro, uomo come tutti i bastardi incontrati finora, come quello che ora dorme accanto a sua moglie e non si cura per nulla che c’è una cretina in una stazione sperduta, che è in attesa soltanto di un cenno o uno squillo. Mi accontenterei di un sms: “Amore non posso!” Perché una telefonata sarebbe di troppo! Che cretina che sono, vero? Tre sole parole e sarei di nuovo me stessa, tre sole parole e tre salti di gioia, giustificando ogni cosa, l’attesa, quel cane e questa stazione. Davvero cretina! Mi faccio ingannare da chiunque sia in grado di cucire insieme due parole a caso …”

Cerco di parlare, ma lei non mi ascolta, anzi mi punta l’indice e continua decisa. “Tanto so, cosa ora sta pensando, come ogni altro uomo sta pensando all’unica cosa che le interessa a quest’ora! Le piace la calza? Le piace il rossetto! Sia sincero… me lo dica che non gliene frega nulla delle pene che soffro, anzi è addirittura contento… Ecco, sta solo aspettando il momento propizio, sta sperando che nessuno qui venga, per poi magari portarmi dentro quel gabbiotto, lurido e stretto, dove chissà quante altre troie e signore le hanno fatto passare la notte! Lo confessi, che non aspetta che questo, che nulla succeda, che tutto sia fermo…”
Faccio per parlare, ma poi decido di starmene zitto, in questi momenti non c’è ragione che tenga Ragione, non c’è torto che abbia un senso.
La vedo che vorrebbe ancora inveire contro me, il suo uomo ed il mondo, va verso la vetrata e poi ritorna. Finalmente si calma, si siede, quasi distesa, respira e si sgonfia. Scoppia in un pianto a dirotto, poi mi guarda e sorride, niente scuse, non sarebbero adatte e poi in fin dei conti non ha tutti i torti anche se sento che c’è qualcosa di diverso, ma forse è un diverso uguale a tanti altri diversi, che molti uomini sentono prima di fare un’avance.

Non m’aspettavo quello sfogo, così secco ma vero, così pieno di rabbia! Non riesco a star fermo, guardo dentro e poi fuori, guardo il cane e il polacco che russano insieme, guardo il mio orologio che lento m’aiuta, non è ancora l’ora che passi il diretto, mentre lei ora è calma e mi riempie di gioia, pensando che stanotte non è passata per nulla, comunque vada è una notte di quelle, che tornerà tante volte, sicuro che torna, per popolare i miei sogni e condirli di nero, di trine e ricami, di trama di calze, di rosso acceso di unghie e di labbra.
Quello sfogo di prima non mi tocca neanche, perché giuro e mi illudo che non si tratta di sesso, vorrei davvero estirparle quel male che sente, strapparle il dolore e farla distrarre, accarezzarle i capelli per fermarle i pensieri, anche se poi sono un uomo che in fondo, prenderebbe al volo il minimo accenno, se ci fosse un’intesa, una comunanza di intenti, per lenire il dolore e passare la notte.

Mi sono sempre chiesto come facciano gli altri, a fare il primo passo per sapere fin dove può arrivare questa mano che trattengo con l’altra e sentire il calore della sua parte migliore, perché davvero ho paura di fare un gesto imprudente e sorrido pensando a come serro le labbra, per il timore che una sola parola scomposta, che un verbo sbagliato, un’espressione in dialetto, possa rovinare questo momento, e lei che mi vede per quello che sono, un uomo in divisa, un addetto ai binari, che parla d’orari e di ritardi di treni.

Le chiedo se ha mangiato qualcosa, se non sono inopportuno potrei offrirle un panino, nell’unico bar in questa landa sperduta, nell’unica insegna che arreda l’intorno, d’una piazza in discesa, d’una chiesa moderna.
Mi dice che ha bisogno di qualcosa di caldo, magari un caffè le basta ed avanza, perché la notte è lunga e non vuole dormire, perché solo chi è sveglio può ancora sperare, un uomo che arriva, un amore che torna, mentre chi dorme si affida ad un sogno, che bello, che vero non cambia poi l’alba.
Faccio per andare ed accenno ad alzarmi, ma lei non vede, non sente, è sola in sé stessa, ha il viso stanco, imbambolato dallo sfogo di prima. Meccanicamente apre la borsa e tira fuori una foto, di un bimbo africano adottato a distanza, e poi un’altra con una mamma serena che la crede in vacanza e una gatta siamese che non vede da ieri e chissà come piange e chissà come soffre. “Non c’è altro lo giuro che valesse la pena, di pensarci due volte e non prendere il treno e poi essere qui in questa sala d’aspetto, testarda e convinta che quando si vuole, non c’è radice che a forza non si possa estirpare, non c’è motivo per non avere ragione.”

Mi guarda, mi fissa e ricomincia a parlare. La sua voce è un sussurro, un refolo vago, incerto e distante. “Io so quello che lei sta pensando, che non si può vivere appesi ad un filo, che un figlio e una moglie sono cose concrete, che una casa ed un tetto sono pur sempre un riparo, mentre l’amore è solo un cuore che batte, un effluvio che lascia una caduca scia, un impalpabile soffio d’un vento che stringi, che catturi in un pugno e non rimane che niente. Ma io ho scelto di non farlo fermare, di essere qui ed aspettare domani, di affrontare come ora una stazione di notte, e parlare ad un uomo che appena conosco.”
Eh già parlare parlare di tutto e di niente, perché altro sarebbe un sogno soltanto, una stazione che diventa un albergo, il cane un esemplare di razza che chiede permesso e il polacco un cameriere in divisa che serve due flut di champagne su un vassoio d’argento.

Lei mi guarda e capisce che sono distratto, da un lampadario che a gocce l’illumina bella, da uno specchio gigante sulla parete di fronte, da un divano che accoglie le sue forme perfette, il suo seno capiente che m’invita e mi culla.
Ormai la bufera è passata, sento di nuovo sintonia, un feeling intricato che ci lega e ci annoda, un’intesa di sguardi, di mani che ora vorrebbero toccarsi per sentire il sudore, la tensione che adesso vibra e si scrolla fino a lasciarci nudi nel posto laddove l’anima bella si specchia e si offre. Spero davvero che possa intuire, mentre guardo le gambe e guardo il soffitto, perché altro non voglio se il caso non vuole, che chiudere gli occhi e vederla reale, come ora che serra le labbra e mi dice non sempre il destino ripassa e si ferma nel posto dove lei è seduta senza che la sedia ci separi nel mezzo.
Lei mi guarda, la guardo e credo che sia questo il momento, perché è stanca delusa con la rabbia nel cuore, di chi crede davvero che non serve sperare, costruire castelli fortificati e robusti, se la malta che metti è un impasto d’amore…

Ma alle volte succede per timore o perché è troppo, oppure chissà per quale altro motivo che l’uomo si alzi e si estranei da tutto, tanto da credere che sia solo un racconto, che in terza persona racconti di un altro.
Alle volte succede come in questo momento, che lui si alzi rimandando quel dono per dimostrarsi diverso, e tutti i diversi non sono mai uguali. Certo che succede che la lasci seduta a contare le crepe che corrono storte ed esca di corsa per il caffè che ha promesso e torni più in fretta perché non si freddi. Certo succede che si scotti le mani per tenerlo in caldo, perché almeno lo beva e si scaldi laddove nessun uomo stasera potrebbe arrivare, tranne chi non ha tempo oppure è distratto, oppure è soltanto in maledetto ritardo.
E alle volte succede che una donna stupenda, beva il caffè e poi per ringraziarlo, gli prenda la mano e l’accompagni leggera, per sentire i contorni che la fanno più bella, seguendo le onde di carne e di seta, seguendo la forma, l’arco, la curva che è stoffa ed è seno e luce in penombra, è pizzo forato di petali e fiori, è pelle che bianca si staglia a contrasto, col nero di perla, con tutto l’intorno.

Alle volte succede che seduto la sfiori, perché tanto non servono altre parole e lei chiude gli occhi e lui la sua bocca, le raccoglie i capelli e scende fin dove, s’increspa la gonna ed è lecito andare, s’increspa la seta fino al primo merletto. Perché lui le sussurra che c’è un letto stupendo, un’amaca appesa tra due palme sul mare, sulla spiaggia distesa come il bitter Campari, a due metri soltanto nel gabbiotto di vetro che è lurido, vero, ed il polacco trascura, ma ora davvero è il posto più ambito, l’unico al mondo dove realizzare quel sogno. E lui le sussurra che può stare tranquilla, perché nessuno a quest’ora potrebbe arrivare ed al prossimo treno manca ancora poi tanto, ed il polacco di turno ha finito il servizio.
Alle volte succede che la donna sorrida, e prenda la mano e la poggi sul cuore, e poi sussurrando gli racconti una storia, la stessa di prima con un finale diverso, con un capostazione che l’è stata a sentire, con un addetto ai binari che le ha fatto capire, che anche di notte si può ancora sperare, in una sala d’aspetto di una stazione di treni.

 

 

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Foto Gary Kapluggin

 

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