Non esistono racconti morali o immorali.  Ci sono solo racconti scritti bene o racconti scritti male.
Questo è tutto. Oscar Wilde

Adamo Bencivenga
LA STAZIONE 2
E’ arrivata col treno delle sette e cinquanta



E’ arrivata col treno delle sette e cinquanta, un diretto da Foggia di pendolari e sudore, chissà come l’avranno guardata, chissà quanti occhi e quanto imbarazzo, quanta attenzione per sedersi nel modo che niente e nessuno possa arrogarsi il diritto di sentirsi in dovere di importunare una donna. Nessuna donna potrebbe mai prenotare quel treno, per questo ci giuro che l’abbia preso al volo, come chi ha fretta e vuole scappare, ed ha preso il primo senza neanche sapere, dove fermasse e dove l’avrebbe portata.
E se fosse che non aspetta nessuno? Se fosse che è costretta a passare qui questa notte? Perché quello era l’ultimo treno, ed io davvero potrei offrirle il mio letto, questa cuccia di branda che mai nessuno ha rifatto, che pende a sinistra per via di una gamba, che storta, che corta non tocca per terra. E se fosse davvero che non aspetta nessuno? Come potrei invitarla qui dentro? Mi vergogno soltanto a sfiorare il pensiero oppure mi illudo che non voglio dell’altro, e magari dirle di stare tranquilla, che non cerco una donna che sappia di sesso, che mi basterebbe sapere come è fatta una notte, senza un giornale o un treno che passa, che a memoria capisco che ora s’è fatta.

Se solo sapesse che non sono sposato, anzi lo sono ma è un lungo discorso. Se solo sapesse che mia moglie un bel giorno, ha deciso di andare senza neanche un biglietto, e in un’alba lontana non l’ho ritrovata, perché stanca di farsi riempire le ore da un uomo diverso nello stesso mio letto.
Se sapesse che mi basterebbe quel paio di calze, quell’orlo che ammicca tra il vedo e non vedo, a cambiarmi la vita e cercare un lavoro, di spazzino, operaio o quello che viene, per lavorare di giorno e godermi la notte con una signora di classe che nemmeno conosco, che porta un cappello, un bracciale d’argento, e si fa chiamare Luisa o forse Francesca, o un nome qualunque purché nel mio sogno rimanga indelebile ora e per sempre.

Ecco ora s’alza e mi viene vicino, la sua andatura è seta, è curve e fianchi, la sua andatura è un volo di pavoni in amore, un frullare di ali sulla battigia a novembre, è un presente di seni austero e importante, un merletto vezzoso che aggrazia la carne. Guarda gli orari affissi sul vetro, e mi chiede se il prossimo è davvero domani, se c’è un altro mezzo, una corriera notturna, che la possa portare in un’altra stazione.
Allora ci ho preso! Non aspetta nessuno! Dentro questo paese non ci può essere un uomo, che conosca una donna con i capelli raccolti, le unghie smaltate limate con cura, un crocefisso d’argento che pende tra i seni e luccica fiero nell’incavo profondo.

Le dico deluso che non c’è nulla a quest’ora, né treni, né pullman fino a domani. Qui di notte non succede mai niente, non s’arriva o si parte e neanche si muore, qui la notte è notte e si dorme soltanto, tranne me e quel polacco che lava, anzi fa finta di pulire per terra, tranne lei che ora mi guarda, finalmente mi guarda, ma rimane a pensare.
Mi ripeto a mente ogni parola, le virgole, i punti, le pause strette, ma non ho sentito nessuna inflessione, che so io, un dialetto di un paese vicino, che so io, una vocale più stretta, un modo di dire, che mi dia lo spunto per continuare il discorso, che non siano orari, che non siano treni.

“Mi sa indicare un hotel qui vicino?” Dice e fissa gli orari sul vetro.
“Qui siamo poche anime ed ognuno ha una casa, non servirebbe davvero una pensione o un albergo e di notte da tempo non arriva nessuno. Lei è la sola forestiera che vedo da anni, chi si ferma qui, ha una casa o sa dove andare, da un parente, un amico, o dal parroco a maggio, quando affitta dei letti per la festa del Santo.”
“Dovrò accontentarmi di queste sedie per passare la notte!”
Mentre si volta accenna un sorriso, il suo decolté si schiude come al sole una rosa a marzo inoltrato, ed io la guardo, la bramo, e mi lascia un odore di fragola e miele, di quando Giovanna aveva vent’anni e toccavo il suo seno prima del ponte dietro l’anfratto di spine e di rovi, la domenica sera a pochi metri da casa.

Era tanto, era poco ed era nient’altro, perché sua cugina aveva fatto un bel guaio, con un forestiero alla festa del Santo, e di fretta poverina s’era dovuta sposare, con Mimmo il barista che non credeva ai suoi occhi, che era un po’ tocco e credeva davvero, che per fare un bambino cinque mesi son troppi.
Ma Giovanna era bella, bella davvero, con gli occhi grandi colore di malva, col seno altrettanto da consumarci la lingua, e toccavo e leccavo alternando il piacere, e non mi importava se dietro quei rovi avessi dovuto aspettare degli anni, come ora che guardo questo fiore stupendo dai petali neri sbocciato dal nulla, che obbediente sorride ed allarga le braccia, come per dire il destino comanda e non serve davvero agitarsi per nulla.

Mi lascia impietrito come se quella vista, m’avesse dato una traccia per conoscerla meglio, m’avesse permesso d’entrare in segreto nell’intimo in fondo, nonostante i merletti, nonostante le calze, dove tutto si tinge di complice intrigo d’un’anima piena, d’un privato mai detto, che ora a quest’ora trova terra e poi linfa, trova il giusto contesto per guardarsi di dentro.

Ritorna al suo posto e chiama di nuovo, ma nessuno risponde e la sua faccia s’increspa, poi si rassegna e guarda il soffitto, e guarda il polacco, il cane che russa, poggiando la testa sopra il sedile. Guarda la porta, la vetrata e il Campari, chissà se ne ha voglia o le faccia pensare che tutto è poi perso, che era un sogno soltanto, di una cena stasera, di un aperitivo in terrazza, di un cameriere coi guanti che le sposta la sedia ed un uomo in cravatta le sorride con gli occhi.
Mi fa pena vederla vaga e smarrita, mi fa pena pensare ad una donna di classe, finita per caso in questa sala d’aspetto, che si tiene le braccia per sentirsi protetta, che stringe il suo seno per ripararsi dal freddo.

Mi faccio coraggio e le vado vicino, con una coperta di lana che è tutto il mio avere, un sorriso accennato per darle il segnale, che mi spiace davvero e vorrei aiutarla per alleviarle l’attesa per quanto io possa, in questo buco di mondo dove s’arriva o si parte. Ha gli occhi belli e si desta sorpresa, sorridendomi appena quando discreto la prego d’accettare quel panno perché di notte fa freddo e la stanza è piena di spifferi gelidi.
Faccio per andare e lei con un filo di voce. “Rimanga la prego non ho sonno per niente.” Tentenno al suo dire poi mi guardo intorno, come se quel suo invito fosse rivolto ad altri, poi mi metto seduto sbigottito e contento, lasciando una sedia vuota nel mezzo, lasciando che lei dica qualcosa, qualunque va bene purché l’imbarazzo, mi lasci quel poco per rispondere al meglio e lei non s’accorga del disagio che sento.

Mi sembra impossibile che stiamo parlando, lei che mi chiede ed io che rispondo, allo stesso livello senza ceto né censo, senza che lei dia importanza, al suo vestito di seta, al suo zaffiro antico, regalo d’amante o di sua nonna scomparsa, che serbava gelosa i suoi tanti segreti.
Mi sembra impossibile, davvero lo penso, che una donna così possa avere la voglia, di scambiare parole in una sera qualunque, di scambiarle con un uomo prima mai visto, un addetto ai treni che fa il turno di notte.
Mi sembra incredibile che questa trama di calza, non abbia di meglio stasera da fare, che queste labbra vellutate di rosso si schiudano appena per farmi ascoltare, si sforzino al punto di cucire parole, anche se parlano soltanto del tempo, dell’inverno quest’anno che non ci vuole lasciare.

Poi rassegnata sospira e mi guarda, si ferma un momento per un pensiero diverso, che ormai è troppo tardi per aspettare qualcuno e che non è vero che i sogni muoiono all’alba, ma alle volte già prima sopra un sedile, d’una sala d’aspetto, d’una stazione sperduta.
“E’ San Clemente vero?” Mi stupisco che conosca il nome del posto.
“Ecco proprio qui dovevo incontrarlo, erano mesi che avevamo deciso, una stazione che nessuna cartina riporta, un paese lontano da tutto e da tutti, da occhi indiscreti che sono sempre in agguato. Poi via con la sua auto bella, lungo la strada per ponti e trafori, fino a quel sogno ripassato più volte, nei tanti momenti a cui ci credevo davvero. Ed erano montagne che bucavano cieli, picchi più alti e gole profonde, discese e tornanti e squarci di sole, passi di neve che accecavano gli occhi, gli stessi che chiusi vedevano in sogno, una vita diversa dall’altra parte del mondo.”

Si ferma pensando di aver detto già troppo, ma poi una luce vela i suoi occhi, s’accende una sigaretta senza chieder permesso. “Ci avrà ripensato!” Riprende nel dubbio. “In fin dei conti non è facile lasciare una moglie, lasciare dei figli per una donna soltanto, lasciarli nel letto magari in pigiama, che attendono invano un papà che stasera, s’è dimenticato di dirgli la favola bella.”
S’interrompe soltanto per una boccata di fumo. “Io invece ho solo mia madre, che mi crede in vacanza con Cecilia la mia amica del cuore, ed adesso sono qui con una notte davanti e nemmeno un pretesto perché passi più in fretta, che venga domani per tornarmene a casa, con una scusa qualunque e la delusione più nera. Mia madre non sa nulla, è malata di cuore, è una vita che la nutro di balle, di storie che non scelgo perché siano credibili, ma solo coerenti ad altre che dico. Così che Cecilia è separata ed ha un figlio e poi dei nipoti e una casa in campagna e c’impiego del tempo su quella strada sterrata, dove facilmente si buca, dove di sicuro mi perdo. E suo zio che le abita proprio di fronte, ha una macchina vecchia e scassata, un fuoristrada enorme con le marce ridotte, ed una volta, ricordo, mi ha riportato indietro, mentre pioveva, pioveva a dirotto!”

“Non mi giudichi male la prego.” Ma non aspetta risposta, sento che ormai ha solo voglia di dire. “…E Cecilia ha una cagna bastarda, un incrocio a pelo lungo che chiamano Vichy, e Vichy una volta mi ha strappato il vestito, mi ha sporcato la gonna nera di seta! Ma in questa storia non c’è nessuna cagna, oltre me naturalmente che macchio la gonna, ma non è colpa di Vichy, non è acqua di grondaia che cola dal tetto, non è Cecilia che sbadata mi ha rovesciato l’olio più denso, quello buono di oliva che compra da una vecchietta in paese!”

Non s’accorge del riferimento alla cagna, è un fiume in piena che scorre veloce, e sradica alberi e trasporta macerie fino alla foce nel mare più aperto.
“E così via fino a pensare che tutto questo sia vero, davvero che accada in qualche parte del mondo, ma di sicuro non a me clandestina, che m’accontento di ritagli e d’avanzi, di pensioni e d’alberghi fuori mano in provincia, d’anonime stanze per farci l’amore, squallide e vuote dai colori più stinti, per due ore strappate alla sua vita di sempre, passando i giorni ad aspettare l’evento, che mai accade, nemmeno stasera!”

Ora si ferma e più calma riprende, ci si incrociano gli occhi ed io sto bene. “Non so perché le dico queste cose, che mi fanno sentire sporca e vigliacca, disposta a tutto per freddare quest’anima in fiamme, perché in amore si diventa egoisti, e non mi importa se inganno mia madre, e non mi importa se suo figlio ora soffre, se fossi sicura che con la sua auto bella stesse correndo senza premere il freno, per strade e città e semafori rossi, per venire da me nonostante il ritardo.”

Si alza e cammina per respirare più forte, un po’ d’aria pulita per digerire quel groppo, che pesa e che duole tra la testa ed il cuore, che pesa e fa male soltanto a pensare, ad un altro giorno che viene ed uno che passa, come i treni del resto che passano oltre e lasciano un vuoto, lo stesso di prima, di silenzio più denso, d’aria e risucchio.
Non mi rendo conto quanto possa essere bella, non riesco a pensare come si possa deludere, quella gonna che danza e la fascia leggera, quella riga alla calza raffinata e più dritta d’un qualsiasi binario che passa per Foggia o di quelli moderni che vanno a Pescara.
Davvero non riesco a pensare, come si possa tradire ogni suo minimo passo, su quei tacchi che porta senza nessun imbarazzo, di cui mai da vicino avevo sentito il rumore, né mai da vicino, misurato l’altezza.
Perché non sono adatti ad una donna che viaggia, non sono adatti a camminare per strada, ma solo a un’amante per farsi guardare, per confessare che il sogno è a portata di mano, per sentirsi regina, donna che invoglia, dentro un letto di rose con le suole pulite.

Si rimette seduta ed accavalla le gambe, poggia la coperta dietro la schiena, mi chiede da quanti anni faccio questo lavoro, e cosa si prova a non dormire di notte, e con quante donne l’ho riempita davvero, che chiedevano solo di farla passare.
“Chissà quante amanti, quante donne illuse, hanno perso treni con le valigie pesanti, hanno atteso invano uomini da sogno…” Annuisco e non posso che darle ragione perché la stazione ha il sapore d’attesa, e nulla succede perché nulla è per sempre, e poco conta se si scende o si parte, se uno zingaro bimbo ti offre una rosa, se una slava adulta ti offre le tette, e poco conta se in questo momento, la sua gonna si spacca mentre dondola il tacco.

 

 

CONTINUA

 

 

 
 
     
 

 

Foto Gary Kapluggin

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