Non esistono racconti morali o immorali.  Ci sono solo racconti scritti bene o racconti scritti male.
Questo è tutto. Oscar Wilde

Adamo Bencivenga
LA STAZIONE
Immobile la guardo tra questo imbrunire



 

Immobile la guardo tra questo imbrunire, di luci violente e l’ombra che cala, abbagliato e nascosto dai fari dei treni, quelli locali che arrancano lenti, quelli importanti che fermano altrove e qui lasciano solo rumori assordanti, un vuoto che fondo sembra un risucchio di sprazzi di luce che rischiarano a giorno, il suo viso, la gonna, la sala d’aspetto. Non c’è più nessuno qui dentro, solo inservienti, perché l’ultimo treno è arrivato da un’ora e la prima partenza è prevista domani, alle sei e tre quarti al secondo binario che fa da sveglia e richiamo ai barboni che ora, fuori dal vetro rannicchiati all’inverno, si scaldano ai fiati e ciucciano buste e chiudono gli occhi come se fossero tette, ripiene di latte al gusto di vino. Tutt’intorno l’odore di polvere alzata, tutt’intorno il silenzio che vuoto m’avvolge, solo un rumore di una porta che sbatte, che cupo rimbomba e si spegne sul muro, quello di destra dove un orologio in metallo, fermo da sempre fa le nove e ventuno, quello a sinistra sopra una crepa che corre su una reclame di legno scolorita dal tempo, con una bionda abbronzata su una spiaggia da sogno, che t’invoglia e ti invita per un bitter Campari.

“Ma cosa ci fa qui ancora in attesa?” E’ passata mezz’ora e la vedo impaziente, seduta sul bordo di una sedia malferma. La spio e la fisso senza che lei se ne accorga, perché non sia mai che si senta a disagio e si alzi di scatto e mi lasci da solo, a guardare la scia che lascia quell’ombra, a fissare gli orari e cinque sedie di fila, che è tutto l’arredo che offre a quest’ora, questa sala d’aspetto che non aspetta nessuno, tranne quel cane che si è fatto adottare, ed ogni sera alle sette bussa e pretende, senza un gemito, un sibilo a forma di grazie e s’accuccia padrone all’angolo in fondo, sotto una sedia che ripara alla luce un occhio che vigila e l’altro che dorme.

La guardo, la scruto insolita e bella, mi verrebbe d’alzarmi e domandarle il motivo, mentre la fisso su quel fascio d’insegna, che giallo, che viola le sfiora le gambe, che verde, che rosso le abbonda le tette. Non perdo nulla di quello che m’offre, un niente di pelle sotto l’orlo che appare, una maglia di calza per indovinare se oltre, c’è una donna di classe che muta s’aspetta, una corte all’antica, un invito diretto, un’avance che a caso possa darmi il permesso, di dirle “Signora, Buonasera, Mi scusi”, per avere certezze semmai non bastasse, per sapere fin dove arriva l’intesa.

Le guardo le dita ma non porta la fede, le guardo le mani per indovinare i suoi anni, la pelle del collo se ha passato i quaranta, perché basta un indizio per ricamarci una storia, un segno, una traccia per costruirci un castello, di fate o di streghe e un ponte che s’alza, oppure di sabbia, di vetro e conchiglie che il mare  poi bagna e il vento l’asciuga. Perché dallo sguardo si giudica un uomo, ma dalla tinta di rosso una donna che vuole, che sborda le labbra e le sborda fin dove, la forma che offre è una tana e una culla di femmina calda clandestina e signora che aspetta l’amante o lo vuole trovare. Oppure magari è una di quelle, che aspetta un cliente che la porti in collina, per una festa da ballo, per un party per pochi, in quelle case da sogno con le scale di marmo, in quelle ville importanti coi recinti più alti, ed alberi e parchi e fontane in giardino, una fila di aranci per quattro stagioni lungo il viale di pini che curva al tramonto.

Ma sono pensieri che scivolano in fretta, di un uomo a quest’ora che non ha nulla da fare, che inganna le sere leggendo riviste o altrimenti se è in forma fa parole crociate, tre verticale il nome di Baggio, inizia per erre e in totale son sette, mentre la fisso e lei non mi guarda, mentre distratta accavalla le gambe.

Chissà se fa l’amore nel letto e spegne la luce, se si lascia abbracciare per un bacio più intenso, che le sazi le gambe e l’appaghi del tutto, oppure è di quelle che si fanno guardare, mentre sfila la calza con un piede sul letto, in uno sfondo di luna che in penombra la sfuma, le scontorna perfetto il profilo del seno ed emana fragrante la voglia che sale, che sa di resina e miele che cola e s’addensa, che sa di acero in fiore, di conifere a maggio, perché dall’odore potrei essere certo, se passerà questa sera per conoscerla meglio, perché il profumo dolciastro, fruttato ai capelli è il chiaro segnale da non lasciarsi sfuggire. Ma che vado a pensare mentre poggia la borsa, sulle ginocchia e rovista all’interno, affoga il suo naso per cercare, ma cosa, forse un fazzoletto o il cellulare che vibra, oppure un’agenda per essere certa, che non abbia confuso né il giorno, né l’ora, per un incontro importante di affetti o lavoro, o magari è l’erede di case e di malghe, oppure terreni che si perdono a vista, d’una zia che è morta senza avere dei figli.

Ma pensandoci bene non è né l’uno né l’altro, ha l’aria stordita e sorpresa trasogna, forse è solo imbarazzo di una donna di sera, in una sala d’aspetto seduta da sola, con un cane che dorme e una porta che sbatte, davanti a due occhi che non perdono nulla, nemmeno la calza della rete più rada, vicino al polpaccio dove la maglia s’allarga.

Ha una valigia accanto che aspetta due mani, magari di uomo che la sollevi pesante, che tra poco sarà qui e si scusa e sorride, poi la bacia e la stringe di tenero affetto, e le chiede cortese se tutto va bene, e le dice sicuro che ha prenotato da tempo, un ristorante sui colli, una baita altrove, un rifugio accogliente con le castagne sul fuoco, a meno di un’ora dove cade la neve.

Oppure un parente, un’amica del cuore, una sorella più grande che non vede da tempo, un fratello gemello, un cognato in Ferrari, con un Rolex al polso ed il giubbotto di pelle, di un paese vicino, di una città più distante, che le dice “Carissima che sorpresa e piacere”, ma sa già bene a cosa deve la vista, l’eredità di prima di case e terreni, o una storia di anni, di figli e marito, troncata di netto proprio stasera. Non vedo altra ragione in questo budello, in questo paese dove non succede mai niente, mille anime in tutto compresi i maiali, venti case sparse ed una strada di mezzo, quattro bar e una chiesa moderna in cemento, e nessun morto negli ultimi giorni, e nessun vivo o un figlio in arrivo, una sposa promessa e un’altra che aspetta, che susciti almeno un evento importante, questa visita strana di una signora di classe. Perché quel nero che indossa non è dato dal lutto, quell’aria da afflitta è solo un’incognita attesa, magari mi guardasse in questo momento, magari mi chiedesse a che ora parte il diretto, saprei davvero che almeno stasera, non rischierei per nulla di sentire nel cuore, quel brivido freddo che mi prende da solo, quel senso di caldo quando l’ansia poi sale. 

Ora la vedo che s’alza e che fuma, ora la vedo agitata che trema, passeggia nervosa e guarda di fuori, un treno che passa, una pioggia che accenna, quel barbone che succhia la sua tetta di vino, ogni tanto si volta ad un rumore di sedie, gira la testa e dà boccate di fumo, gira la faccia e spalanca i suoi occhi, come se chi aspetta potesse arrivare, da qualsiasi parte che non sia l’entrata. La vedo che freme mi domando per cosa, se c’è una ragione di corna o di cuore o sarà soltanto per non passare una notte, senza un uomo di fianco che le guardi le spalle e non la faccia sentire né preda e bottino, delle viscere nere di una notte che incombe, nei budelli più scuri di vicoli e scale dove dietro ogni angolo c’è una minaccia e una sfida, un uomo che piscia e l’altro che fischia. Oppure c’è altro magari un intrigo, una storia di sesso, di caccia al tesoro o promesse d’amante che svaniscono in fretta, patti e lo giuro evaporati nel nulla, ad ogni treno diretto che passa veloce, ad ogni ora che pigra passa più lenta.

Non riesco a fermare le dita e la bocca, carezze nell’aria che disegnano forme, come se da lontano la stessi baciando, sfiorandole i punti dove femmina ammicca con una gonna leggera ed uno spacco di fianco, un cappello calato non adatto a viaggiare. Se di donne m’intendo sono troppo rosse le labbra e le unghie curate ed il trucco perfetto, tante ore nel bagno davanti allo specchio, tante ore sul letto per un’unica attesa, un sogno per anni, una fuga d’amore. Se di donne capisco non aspetta un parente, un figlio, un marito che non vede da tempo. Se di donne intuisco quella riga alla calza è un dono, un regalo per una notte stanotte, lontana dagli occhi, lontana dal cuore, di mariti che ora la credono altrove, con un’amica del cuore per due giorni di mare o in un centro congressi per un convegno a Milano.

Ora più calma ritorna a sedere, forse un pensiero su questa pioggia che scende, il traffico intenso sull’autostrada, una noia al motore, un temporale battente. “Ma m’ama davvero e sono io la sua donna, m’adora davvero, me lo ha ripetuto più volte!” Accavalla le gambe e lo spacco si apre, in un’infinita sequenza di trama più scura, che è fatto di ombra, di nylon e sesso, di nero che nero non è mai abbastanza perché da sempre mi chiedo quale sia quello vero, che oltre non abbia una tinta più scura. Cosa darei per sapere se ora, sotto la gonna che la fascia perfetta, porta gli slip o coulotte di seta, e quale colore sia adatto a una donna, una nuance capricciosa di femmina pura, che scesa dal treno non chiedeva che altro, di mostrare preziosa quella di sempre, la tinta perfetta, né chiara né scura, che in simbiosi col nero s’adatta e contrasta, come un tocco di viola d’una punta d’organza, che serve a una donna per sentire l’abbraccio, che serve ad un uomo per diventare impaziente.

Vorrei sentirla almeno parlare, un dialetto, una frase, un sospiro più forte, per sapere da dove ha lasciato una casa, dei figli, il calore, un riparo sicuro, dove ogni cosa ha un suo posto, un punto preciso univoco e giusto, mentre ora si trova in un’attesa smarrita, dove ogni ora potrebbe essere un’altra, che s’accoppia e si spaia, la precede e la segue, con un cane che russa e un capostazione curioso, un inserviente incivile che le fa alzare le gambe, senza tanto rispetto perché deve pulire, passare la scopa proprio sotto i suoi tacchi, che alti, che belli mi squarciano gli occhi, che dondola ora per il gusto di farlo, per farmi pensare che potrei riempirle la sera, almeno una parte se poi si fa tardi e la notte è qualcosa che capita agli altri.

Mi alzo e mi siedo perché sarebbe troppo pensare, che la fortuna è tanta e mi passi di fianco, mi sussurri all’orecchio e mi baci sfacciata, proprio stasera che faccio il turno di notte, ma non devo far altro che aspettare domani, perché i treni locali si fermano altrove e quelli veloci qui passano in fretta, ed un capo stazione li deve solo guardare, annotando su un foglio che sia tutto preciso, l’ora, il binario e il passaggio a livello, che s’alza e s’abbassa in un sincronismo perfetto.

Se sapessi il suo nome potrei sentire l’effetto, cosa si prova a pronunciarlo leggero, ad urlarlo più forte se in questo momento, alzasse lo sguardo e mi vedesse qui dentro, attraverso il vetro lurido e sporco, che l’inserviente non lava da almeno tre mesi. Se sapessi il suo nome, un nome soltanto, magari Luisa, o Anna o Francesca, perché altro non vedo adatto ai suoi occhi, a quei capelli che neri sanno di shampoo e sanno di femmina che cura i dettagli, quel bracciale vezzoso, i pendenti d’argento, quelle dita leggere che volteggiano in aria, che impalpabili stringono un telefono muto.

 

 

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Foto Gary Kapluggin

 

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