Non esistono racconti morali o immorali.  Ci sono solo racconti scritti bene o racconti scritti male.
Questo è tutto. Oscar Wilde

LA SERVA
DI


 

 

Adamo Bencivenga La Serva



Veniva ogni giorno alle sette di mattina, indossava il suo grembiule con le margherite gialle, e legava i suoi capelli con un elastico da pacchi direttamente in cucina per non perder troppo tempo. Avrà avuto sui vent’anni, occhi verdi e labbra rosse, capelli biondi sulle spalle, ma non parlava l’italiano, buongiorno e buonasera e non capiva poi altro, annuendo con la testa come fosse tutto chiaro, le faccende e poi la spesa ed i panni da stirare. Dapprima spolverava iniziando dall’ingresso, poi i letti e le finestre e in ultimo per terra, sempre muta ed a occhi bassi con un ghigno di tristezza, con la faccia un po’ da slava e le ciabatte bianco panna.

Mai una parola per capire i suoi pensieri, mai un cenno, un’intesa, un sorriso a scappar via, per chiederle da dove o da quanto e come mai, se fosse qui da sola o avesse un parente, una madre o che so io, una zia alla lontana, come lei in un’altra casa andava per servizio. Non c’erano orologi e sveglie in tutta casa, l’unico era il mio che tenevo sempre al polso, ma alle undici ogni giorno lei finiva di lavare ed andava giù in cucina per preparare pranzo e cena. Nella mia stanza in mansarda, sentivo quel rumore di pentole e posate come fosse di famiglia, dopo mesi di mortorio, di silenzio opprimente, finalmente un’altra donna riempiva quella casa ed io sorridendo mi mettevo a lavorare, a dipingere i miei quadri, a ritrarre le mie donne. Alle volte anche il mare quando si faceva grosso o il sole alla finestra quando tramontava presto, rimanendo lì per ore senza più sentirmi solo con l’odore di minestra, di pesce e di cipolla, con lei che dopo pranzo si metteva a stirare.

L’avevo conosciuta per caso una mattina che vendeva alici ed aglio al mercato giù nel porto, presentata da Don Sandro che sapeva che ero in cerca di una donna tutto fare dopo la morte di mia moglie. Il parroco mi confidò che era clandestina, senza documenti, ma comunque maggiorenne, da qualche mese in Italia e in cerca di un lavoro, che potevo aver fiducia perché frequentava la sua chiesa ed ogni giorno accendeva un cero alla Madonna ed ogni sera per due ore in ginocchio la pregava chiedendo poche cose e per sé quasi niente. Non aveva tanti amici e dormiva in sagrestia, non aveva figli persi, per la strada o chissà dove, solo la domenica si concedeva un po’ di lusso, di un gelato e di un ballo nelle feste del paese, di una passeggiata insieme alle altre parrocchiane, che per pigrizia e per destino non trovavano di meglio, che arrivare fino al porto passando per le spiaggia e raccogliere conchiglie per farne collezione.

Rientrando una mattina che ero uscito per la spesa l’avevo vista con sorpresa seduta in ingresso, con una mano sulla fronte e l’altra stretta in pugno che piangeva in silenzio come fosse dietro un vetro. Mi disse che poco prima aveva avuto la notizia di suo padre che era morto in un incedente sul lavoro e lei clandestina non poteva ritornare per badare a suo fratello rimasto in Romania. Mi accorsi con sorpresa che capivo e mi capiva, che parlava l’italiano con i verbi al congiuntivo, non le chiesi il motivo, per non metterla in imbarazzo, di quei giorni tanto lunghi senza dire una parola, di quegli occhi troppo belli di un verde giallo bosco che mai fino ad ora avevo visti così aperti, che mai come ora sentivo il desiderio, di dipingerli a mio modo, di metterli su tela.

Le anticipai cinque mesi e mi misi ad aspettare almeno un sorriso, ma non vidi nessun ghigno, almeno un solo grazie, e non disse una parola perché si rese conto, che da queste tasche poteva avere molto altro, perché tutto aveva un prezzo come capii il giorno dopo, quando chiaramente mi disse che era pronta, ad arrotondare la sua paga se fosse giunta l’ora, di interrompere l’astinenza dalla morte di mia moglie.

Ci pensai una sola notte o forse un po’ di meno quando il giorno dopo la trovai già in cucina, notai il suo nuovo trucco, il rossetto appena appena, mentre la sua gonna scivolava lenta lenta, lungo le sue gambe adagiandosi per terra, e vidi con stupore che non portava le mutande e vidi un corpo magro quasi bianco latte, un fisico da bimba e i peli biondi radi, non certo da ventenne, di sicuro molto meno. Si sciolse in un sorriso mantenendo però quel velo, un ghigno di tristezza, un’ombra di mestizia, ma con una carica decisa ad andare fino in fondo, dove conta la malizia e l’uomo appeso a un filo, è solo un replicante, un magnete a un polo solo.

Furono baci e furono sorrisi lungo la scala che portava in mansarda, mano per mano senza dire, ma non so chi dei due tirasse o chi si facesse trainare. Ci ritrovammo nel mio letto, tra carezze e baci buoni, tra le sue parole che giuravano convinte, che ero il suo uomo, in assoluto ero il primo, che mai tra le sue grazie era passato un maschio vero, ma solo le sue dita all’alba d’ogni giorno, ma solo i suoi sogni di sera in sagrestia.

Furono giorni e furono le lune, che illuminavano i profili, di quel corpo di velluto, obbediente alle mie mani, inesperto ai desideri, con l’aria ingenua e la malizia, che s’affida al proprio maschio e lo vuole soddisfare, che s’affida al proprio istinto e lo vuole governare. Non ricordo che saltammo un giorno, non ricordo se fosse notte fonda, quando le chiesi o si fece domandare, di venire a stare in quella casa, troppo grande per un uomo solo, troppo piccola per un paradiso insieme.

Passarono giorni e passarono dei mesi, lei venne con le sue cose dentro quattro scatoloni, l’accolsi da regina e mi giurò solennemente che non avrebbe fatto più lavori e per quelli più pesanti li avremmo fatti insieme. Ogni tanto mi aiutava anche se io non volevo, e preferivo che rimanesse assopita dentro il letto, a guardare il mare aperto e parlare con suo padre, per poi pensare al nuovo giorno, al rossetto appena appena, mentre io mi districavo tra il bagno e la cucina, la mansarda e l’ingresso, la spesa giù al mercato. Quando ritornavo stanco m’asciugava il sudore e felice mi buttava le braccia attorno al collo, e poi rideva sempre oddio come rideva, era bella la mia bimba, la mia donna e anche altro. Finché una mattina come fulmine a ciel sereno, rividi la tristezza, quel ghigno sulla faccia, le domandai il motivo, lei mi disse per suo fratello, rimasto solo in Romania, senza un affetto né lavoro.

Chissà cosa avrei fatto per non vederla nell’angoscia e le diedi il dovuto per cambiare quella sorte, per farlo stare bene, per farla stare meglio, senza chiederle il perché, senza chiedere come mai, dopo pochi giorni appresi la notizia, dopo poche ore me lo ritrovai dentro casa. Per coprire le apparenze non facemmo più l’amore, almeno per il momento mi diceva ogni giorno, quando la mattina ci trovavamo a colazione, io già desto da parecchio e loro assonnati, perché la mie notti erano troppo lunghe, da solo su in mansarda con le mie tele ed i miei libri, mentre lei e suo fratello si sistemarono alla buona, sul divano e la poltrona, uno in sala e lei in ingresso.

Passarono altri giorni e ancora delle lune, quando una sera aprì di nuovo la mia porta, era bella ed era vera, non credevo ai miei occhi, e si lasciò andare come mai aveva fatto, e si lasciò andare e venire tante volte, non credo che vedemmo l’alba, ma forse solo il sole alto, che illuminava la sua faccia, che illuminava le parole, d’amore e d’affetto, di stare sempre insieme, di promesse e giuramenti quando chiesi la sua mano… Lei non disse nulla o meglio disse tanto, che per via di suo fratello avremmo dovuto aspettare, ma mi coprì di baci e di carezze, di tracce del suo sesso, che mi gonfiarono il cuore, mi impastarono la bocca. Ero folle folle folle, innamorato come un bimbo, la presi in ogni dove anche per la prima volta, in piedi su quel muro che era diventato il nostro letto, perché da pochi giorni mi ero trasferito in ingresso, mentre lei e suo fratello vedevano il mare, da sopra la mansarda, da sopra il mio letto.

Passarono altri soli, passarono altre notti, quando una mattina ricevetti un telegramma, era mia sorella immersa nel dolore, purtroppo mio cognato non ce l’aveva fatta, per via di un infarto violento e fatale e così partii immediatamente e scrissi un biglietto, sarei stato fuori quattro notti fino al funerale.

Ma era estate ed era caldo e mio cognato fu sepolto prima, tanto che il giorno dopo rientrai all’alba presto, ma già sulla porta sentii uno strano odore, che sapeva di destino, di puzza della morte e pensai a mio cognato, ai fiori, al cimitero. Feci quattro passi, salendo in mansarda, solo quattro passi per vedere con i miei occhi, ciò che troppo evidente, che chiunque altro, avrebbe già intuito sino dall’inizio.

Feci quattro passi e sprofondai in un abisso, Dio quant’era bella, aperta a quell’uomo, che gemeva e poi fremeva chiedendone ancora, ero troppo innamorato e decisi di non urlare, di lasciarla continuare per chissà quale incanto, fossi io a guidarla fino al picco di piacere. Passarono secondi ed io in piedi li guardavo, zitto, muto, senza dire niente, rimanevo allibito, da tanto amore e tanta forza, del maschio e della donna avvinghiati nel mio letto, davanti alle mie tele. Rimasi non so quanto tempo, poi scesi solo un attimo in cucina, e poi ancora lì davanti, tra dolore e piacere, pensando che solo un pazzo potesse vederci la bellezza, un quadro e dei colori, l’arte e il sentimento.

Io li avrei lasciati fare, convincendomi ad ogni colpo, che ero un pesce fuori d’acqua e loro erano giovani tutti e due. Lui si accorse della mia presenza, voltandosi per sbaglio, mi urlò che ero un vecchio, schifoso e pervertito, spiccicando le parole in perfetto italiano, lei non disse niente, mi guardava fisso il cuore, forse solo infastidita per via di quell’orgasmo, lasciato appeso ai fili come panni ad asciugare. Pensai chissà quante altre volte, a mia insaputa, li avevo interrotti, e mi salì una rabbia forte quando lui per dispetto, volle farmi uno sfregio rientrando nelle sue grazie e gridò che era sua, solo sua e di nessun altro, con tutta la violenza che non potevo più sopportare.

Allora mi avvicinai e fu notte e fu buio, fu sangue dentro gli occhi, allora mi avvicinai e furono secondi, pochi, solo quelli, poi presi le mie cose ed uscii per sempre dalla mia casa.



Penitenziario di Massima Sicurezza
Casa circondariale Lungomare Vespucci
Braccio Ovest
Isola dei Cavalieri

 

 

FINE

 

Foto katarina sokolova

 

 

 
 
     
 

 

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