Non esistono racconti morali o immorali.  Ci sono solo racconti scritti bene o racconti scritti male.
Questo è tutto. Oscar Wilde

Adamo Bencivenga
La Pianista




Immagina una donna, immaginala pianista, un’insegnante di musica al Conservatorio di Venezia, ecco immaginala magra magra e neanche tanto alta, capelli color grano che coprono in parte, i suoi occhi grandi e chiari, il neo che si mostra, malizioso e accattivante sullo zigomo sinistro. Immaginala quando parla, quasi un labiale, immagina l’accento di origini francesi, il suo nome è Madeleine, la sua infanzia è a Parigi, ecco immagina sua madre, bella spenta e appesantita, un tempo affascinante, un tempo pasticcera, i suoi dolci preferiti, le petite madeleine, quei piccoli plum cake a forma di conchiglia, al gusto seducente di burro e di limone.

Da qui il suo nome antico, la sua visibile dolcezza, ecco immagina Madeleine viso ovale e pelle chiara, immaginala non più giovane, ma nemmeno tanto grande, con un’espressione d’estasi, rapita dal suo piano, dai tasti e dalle note del Clair de Lune di Debussy, che ha sempre nella mente, perennemente tra le dita, quando cammina lentamente, per calli lungo i canali, per ponti sulle scale, quando assapora un caffè amaro, seduta all’Harry’s Bar, o quando comoda in poltrona, nella sua casa di Rialto, si gusta un romanzo, francese d’appendice. Ecco immaginala così metodica, immaginala sola, non è sposata e non ha figli, e nemmeno un compagno, una vita per la musica che trama nel suo corpo, di signora irreprensibile, vestita in tailleur, con sobri cappellini e scarpe con il tacco, che cura ogni dettaglio, la linea e la forma, il tono della voce, la riga della calza.

Immagina tutto questo, ma immagina anche altro, perché dietro l’apparenza si nasconde un’altra donna, un mistero ed un segreto che nessuno ha mai svelato, perche tu immaginala diversa, sessualmente creativa, quando la sera spicca il volo, ogni volta nella mente, a bordo dei suoi alianti, notturni e silenziosi, tra le gole più profonde e i versanti più scoscesi, per poi planare su una distesa, di prati verdi in fiore, nelle sue più suggestive, personalissime emozioni. E sono uomini che fanno ressa, come branchi affamati, sono code impazienti che aspettano il turno, sono corde e sono lacci, stretti al piacere, per creare un pretesto e farsi poi legare, nel dubbio sempre vivo di fuggire o restare. E sono voci più maschili, marsigliesi di ogni porto, alle volte più tedesche, d’ufficiali in divisa, consumate dopo cena nel silenzio più assoluto, nel firmamento di stelle accese, dove unica risplende. Perché dentro quei lunghi sogni, lei è il piatto più gustoso, il trofeo di ogni caccia, la volpe argentata, ovunque lei vada, ovunque lei fugga, si ritrova ogni sera sulla coda di quel piano, distesa e ubbidiente all’intrigo di mani a ressa, di braccia e respiri, di brama che sovrasta.

Ecco immagina tutto questo, ogni sera, tutte le sere, immagina la fantasia che si ciba di quei sogni, di vero e di reale trovato ogni giorno, negli anfratti della mente, nei contrasti della psiche, ed allora immaginala a scuola davanti ai suoi allievi, quei fremiti improvvisi, liquidi e bollenti, oppure quando si perde tra i vicoli più stretti, quelli angusti scuri scuri, che finiscono in acqua, oppure in una casa dove incontra farabutti, perché mai nei suoi sogni, incrocia gente buona, mai un sentimento, spasimanti e cavalieri, mai una rosa, un tango o un tramonto, perché alla base nutre un odio, profondo e viscerale, per tutto ciò che s’abbina a maschio e gentilezza, a corte d’altri tempi, romantica e fatale, perché nella sua mente l’uomo è solo uno strumento, l’uomo non è il tempo, ma l’orologio che lo conta, l’uomo non è il peso, ma la bilancia che misura.

Ecco fai un passo indietro, più o meno di trent’anni, immaginala da bimba nella sua casa di Parigi, in Rue Richelieu con la madre e con la nonna, e il piacere di stare insieme, tre donne e nessun altro, tre donne e mai un uomo, dentro quelle mura, e tutto aveva un senso di luce e di colori, d’odori freschi e di pulito e parole femminili, legate ad un solo filo di grazia e di dolcezza, la stoffa delle tende, il rosa dei disegni, il tono sussurrato del bianco degli arredi, il profumo alla vaniglia sulle tovaglie di fiandra, l’odore di violetta sugli asciugamani, e tutto nel buon gusto e armonica bellezza.

Ecco immagina adesso qualcosa di imprevisto, immagina un suo allievo, studente fuori corso, immaginalo ogni sera nella casa della pianista, nella grande sala piena di calle e gigli bianchi. Lui attento e timoroso che segue la maestra, ha un qualcosa di diverso rispetto agli altri allievi, sicuramente è meno giovane, sicuramente è più alto, le sue mani come pale, il suo talento naturale, il modo originale con il quale pigia i tasti. Ora immagina la donna che pensa a quelle mani, nel segreto del suo letto dopo averlo congedato, e ogni notte che Dio manda scivola nell’oblio, e d’incanto i tasti bianchi diventano il suo seno, e d’incanto i tasti neri la voglia manifesta, le sue gambe un Clair de Lune, il suo corpo un piano a coda, finché lo spirito che aleggia non prende il sopravvento, e la mente inebriata si assopisce lentamente.

Attenzione non confondere, non fare questo errore, qui non c’è del sentimento, nessun battito di cuore, ma un mare tumultuoso, di flutti ed onde d’urto, solo ansia impaziente e il timore tra le mani, che lui sappia e se ne accorga o intuisca da lontano, che il sesso è solo un mezzo, il segreto per suonare, per incollare quelle scale e scendere e salire, e ogni nota nuova linfa, grandi ali per volare. Ecco ora immagina il bel giovane, con un accenno di barba rada, il profilo irregolare, la bocca voluttuosa, immaginalo mentre suona, immagina lei vicino, un Debussy a quattro mani che si fonde nella stanza, fra le tende luminose che danzano nell´aria, alla musica che uscendo attraversa la finestra, poi ritorna ricreando un effetto a raggiera, ed assorbe ogni sostanza lasciando i due rapiti, come se non fosse lui, o le sue mani ad imparare, come se non fosse lei, o il suo dovere ad insegnare.

Ora immagina un pomeriggio, senza preferenze, immagina quel corpo, fuso con il piano, i seni tasti tesi, le gambe corde arcuate, un pentagramma tatuato sopra i brividi di pelle. Immagina un incanto, un notturno come onde, un solfeggio impreziosito di pizzi e di merletti, il suono e poi la chiave di trine e di ricami, perché Madaleine è pronta, decisa per l’evento, perché Madaleine è bella, rapita dal suo sogno. Ecco immagina un sussurro, un momento, un fruscio, che diventa uno spartito di scale a bemolle, di umide biscrome che sfilano la seta, e sono mutandine che calano leggere, e sono pizzi e suoni che sfiorano la pelle, e diventano un uccello che sorvola tanti mari, e planano leggere sulla coda di quel piano.

È chiaro, vero? Con un colpo di teatro lei ha sfilato quella seta, ed ora immagina l’effluvio di una femmina adagiata, nell´essenza diluita dell´umore ancora intatto, lei guarda quella stoffa, guarda il suo allievo, che nell’estasi più pura, già pregusta quell’essenza. Immagina tutto questo tra fragranze e melodie, la parte più profonda dell’anima accogliente, note come foglie che s’adagiano sul suolo, e tutto intorno è autunno, di un rosso e giallo ocra, come fosse una nicchia di una parte della vita, dove appena adolescente imparava a suonare, e il suo maestro di pianoforte seduto al suo fianco, accarezzava i suoi capelli sussurrandole tesoro, e le insegnava note vergini, intrise di umore denso, come fossero un messaggio di parole incatenate, una scala appesa ai sensi e a una chiave di violino.

Eccoli di nuovo quei digiuni come attimi profani, ecco quella resina che cola dai suoi rami, e lui ora è in trance e sfiora con un dito, quella seta adagiata sui tasti bianchi e neri, e poi si ritrae, e poi ci ritorna, e poi la stringe forte e scompare nel suo pugno, assaporandola col naso, con gli occhi e con la bocca. Ecco immaginalo rapito con lo sguardo fisso e vuoto, immagina lei nella catarsi, in un sogno incandescente, e vede un grande palco, un teatro ed un concerto, il pubblico che applaude, a dir poco un trionfo, lei si alza e fa l’inchino, il sipario che si chiude. Ora cammina incerta sul corridoio lungo e stretto, tutto è in penombra e non ci sono vie di fuga, ed eccoli che arrivano, eccole le ombre, come sempre puntuali, come sempre all’ora esatta, con le facce da maschi veri, che la reclamano per l’uso! Lei non deve fare nulla, loro sanno cosa fare, ma il sogno si interrompe, proprio quando il primo in testa, svela il suo volto e l’afferra per un braccio!

Ecco immaginala adesso, vicino al suo allievo, in attesa che tra un niente lui si faccia avanti, che la prenda e la catturi, come nel suo sogno, che la prenda con la forza all’istante su quel piano. Ma lui non lo riceve, non sente ciò che accade, il tumulto e la tempesta, il fragore dei suoi sensi. Lui la ama come un diesis, l’adora come un coro, e mai e poi mai si calerebbe in quel sogno, nel sopruso degli istinti, nel fondo degli abissi.
Ecco immaginali ora, mano nella mano, si alzano rapiti, e passeggiano sui tasti, ora sono sul terrazzo invaso dalla luna, le nuvole illuminate, lo sciabordio dell’acqua scura. Lei in attesa e lui sazio, lei sesso e lui amore, una barca passa oltre e lui le svela i sentimenti, ma lei vorrebbe altro, vorrebbe il sogno del teatro, con le ombre in corridoio ancora ad aspettare. Sono tante e a trama fitta, ormai una ressa, che la reclamano all’istante e la chiamano signora, e poi con altri nomi, al momento più appropriati, epiteti di bettole e non certo da teatro.

Ecco immaginali di nuovo in casa, lei è pronta e si concede, ma lui ancora non capisce, si perde nei suoi occhi, poi prende le mutandine adagiate sopra il piano, ecco immagina con quanta cura le stringa e gliele porga, poi le chiede di indossarle, ora lui ha la giacca indosso, e le dice che è già tardi e tu immagina dal volto, l’amarezza della donna, la furia e il disinganno. Per caso ha una corda, per caso poi lo lega, e sono groppi e viluppi, nodi esperti per chi è preda, per chi ora sta ridendo credendo sia un gioco, ma poi si rende conto grida, ingiuria e la oltraggia. Ecco ora immagina quell’attesa di tempo e note fuse, e lui con tutta la sua forza, cerca di slegarsi, si divincola e striscia, si strofina alla parete, con la fronte imperlata di rabbia e di sudore. Guarda la sua pelle, rossa per le corde, ascolta le sue parole di zucchero e di fiele, ma lei non si distrae, non è ancora giunta l’ora, il momento giusto di slegarlo, ma manca ormai poco…

Lei non si scompone, guarda fuori e guarda dentro, il riflesso della luna che ha compiuto il suo tragitto, da una parte all’altra del canale, da una parte all’altra della sala, poi con estrema calma si alza e s’avvicina, è arrivato il momento di lasciarlo andare, lo accarezza e poi lo slega, con le sue mani da pianista, ma lui ora è tutto muscoli, è sete di rivalsa, è castigo e punizione, è colpi contro il muro, ecco, immaginalo ora, con quale forza e veemenza, le si avventa contro e brutalmente la cattura, e selvaggiamente poi la prende sopra il pianoforte, con i tasti che riecheggiano, Le Claire de Lune naturalmente. Lui è un ossesso e non si ferma, spinge e poi affonda, in quei gesti non c’è più cuore, né passione o sentimento, niente affetto e baci buoni, ma solo l’intento di punirla, che lui chiama pena e lei ricompensa.

Ecco lei ora lo sente, sente in sé la punizione, come fosse una sanzione, come fosse una condanna, e di nuovo il grande palco, il teatro ed il concerto, Le Claire de Lune di Debussy, il pubblico che applaude, si alza in piedi in ovazione, a dir poco un trionfo, a dir poco un successo, lei chiude il pianoforte, si alza e fa l’inchino, tra le voci esultanti e il sipario che si chiude. Ora cammina incerta sulla moquette rossa, traballa sulle gambe lungo il corridoio, tutto è in penombra, tutto rosso cupo, non ci sono finestre e porte, non ci sono vie di fuga, solo una luce fioca in fondo e non può più scappare.
Sa dove sta andando, sa qual’è il giusto prezzo, ed ecco quelle ombre, puntuali come sempre, in fondo al corridoio, con le facce da maschi veri, e sono in tanti, e sono a ressa, ci sono proprio tutti, ora anche il suo allievo, il primo della fila, e dietro tutti gli altri e non manca più nessuno, con i volti scuri e le barbe incolte che reclamano la preda, la giusta ricompensa per quell’applauso scrosciante, per quell’anima devota all’arte, e l’esatto contraltare, come quando da bambina, rapita dall’incanto, pigiava i tasti umidi insieme al suo maestro.




 

FINE

 

 

 

 

 

 

 

 

 
 
     
 

 

Foto Lizbett Pietro

 

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