Non esistono racconti morali o immorali.  Ci sono solo racconti scritti bene o racconti scritti male.
Questo è tutto. Oscar Wilde

LA PADRONA DI CASA
DI


 

 

Adamo Bencivenga La padrona di casa



Io soldato le dissi che avevo paura, mentre l’Europa era sconvolta dal fumo, di macerie e di treni, di campi e camini, in terra tedesca, in terra polacca. Ma la padrona di casa era molto sicura, quando bussai tre volte alla porta e le dissi tremante che ero inseguito, da identiche divise dello stesso mio colore.

Lei sorrise serena e mi fece cenno d’entrare, ci sedemmo in cucina sulle sedie di paglia, e mi offrì un caffè caldo, nero di cicoria, e non mi chiese null’altro soltanto il mio nome. Era vestita di bianco di stoffa leggera, ma portava uno scialle lilla di lana che strinse vezzoso quando cadde il mio sguardo, sulla camicia scollata, sul seno importante.

Dalla finestra vedemmo calare il tramonto, e non era sicuro uscire a quell’ora, la montagna è amica per chi la conosce, mi disse apprensiva con una ruga sul mento, e intanto si alzò e rovistò in un cassetto, porgendomi un cambio ed un pezzo di sapone. La ringraziai per tre volte ma non c’era bisogno, mi disse ogni volta sul corridoio, la seguii in bagno assaporando la sorte, lei riempì la vasca e poi chiuse la porta.

Io soldato le dissi che avevo paura quando la sera preparò una minestra, calda fumante di carote e cipolle, il vapore denso mi entrò nei polmoni, sapeva di casa, di famiglia e di buono, sapeva di rifugio, di seno materno, di tedeschi e italiani in fondo alla valle.

Su queste montagne il cibo non manca, disse, versando sui piatti due mestoli pieni. Poi tagliò il pane e un po’ di formaggio, e mise sul tavolo una caraffa di olio. Bevemmo un Verdicchio di quelle parti, lei solo un dito ed io mezzo bicchiere. Il vino mi dà alla testa, mi disse, il vino fa femmine tutte le donne, sussurrai, chiedendomi dopo se avesse capito.

Di sera mi raccontò al lume di candela, quanto tempo era stata a dormire tutta sola, sopra quel monte dove si scorgeva il mare, dentro quella casa dove si udiva la guerra, lontana mi disse. Aveva tanti anni e tanti più di me, ma la sua pelle era liscia colore di pesca settembrina. Era un po’ rozza e un po’ contadina, con due seni enormi e molli e i fianchi troppo larghi. Sulla credenza soli due ricordi: una fede d’oro e una foto in bianco e nero, lei con il vestito bianco, lui con il vestito scuro.

Io soldato le dissi che avevo paura quando mi confessò che non aveva più fatto l’amore, anni disse gonfiandosi il petto, anni ripeté toccandosi i capelli. Suo marito era soldato, disertore poi seppi, suo marito era robusto, come me poi mi disse. Dopo cena rimanemmo a scaldarci in cucina, al fuoco della stufa con i cerchi di ghisa, sul fornello bolliva una pentola piena acqua, per la borsa calda che prese da un cassetto.

Fuori cominciò a cadere giù la neve, non l’ho mai vista, dissi. Lei rise, se taci ascolti il suo silenzio, sussurrò portandosi l’indice al naso. Si alzò e si accese una sigaretta sulla fiamma, io chiesi il permesso di fumare il mio trinciato.

Era un po’ rozza e un po’ contadina ma con due seni enormi e molli da dormirci notti intere, da succhiare latte caldo, come mucche al tramonto, da dormirci come un bimbo, quando fuori c’è la neve.

La battaglia infuriava ed io avevo paura, i suoi capelli si sciolsero, da soli mi sembrò, ma ero distratto da lampi lontani. Temporale azzardai nonostante la neve, tedeschi lei mi disse aggrottando le sue ciglia.

Salimmo in mansarda e preparò un letto caldo, tirò fuori dall’armadio le lenzuola con i fiori, sapevano di bucato e sapone di Marsiglia, sapevano di morbido dopo mesi di crine e fieno. Lei andò in bagno ed io sotto le coperte, mi chiese d’aspettarla, mi chiese due minuti, ma mi addormentai quasi subito, lei tornò e spense la candela.

Di notte la sentii agitarsi dentro il letto, voltarsi e rivoltarsi ma era solo un sogno. Fuori ancora nevicava e qualcuno bussò alla porta. Lei si alzò e mi disse di rimanere fermo e zitto, scese lentamente allacciandosi la vestaglia. Bussarono ancora, forte contro i vetri, erano due uomini che parlavano l’italiano, erano due fucili che cercavano un disertore.

Ma la padrona di casa era molto sicura, li fece entrare e gli offrì del vino, del pane tostato e miele in abbondanza. Guardai l’ora ed era quasi alba, poi sentii voci dure militari, cercavano un soldato robusto e vigliacco, sulle scale passi duri di scarponi, impaurito non respirai per decine di minuti. Non c’è nessuno la sentii convincente, a parte me disse sussurrando. Sentii l’odore di sigari e poi risa, e poi un invito dolce femminile, e poi un silenzio di respiri ovattati, gemiti più fitti senza voci e né scarponi.

Rimasi immobile ma non sentii altro, e l’alba penetrò da dietro le persiane, sentii un rumore di motore e di benzina, i due che salutavano per un prossimo incontro, e poi una camionetta che curvava dopo il ponte.

Tirai un sospiro e feci finta di dormire, quando sentii i suoi passi che salivano le scale. Mi sfiorò con un bacio, delicato sulla fronte, una tazza di orzo e latte appena caldo. La neve cadeva fitta, non aveva mai smesso, i lampi più distanti, non sarebbero tornati. Lei m’accarezzò il viso e mi sorrise. Grazie poi mi disse, il pericolo è passato. Grazie io le dissi e non ebbi più paura

 

 

FINE

 

Foto Giuseppe LoCascio

 

 

 
 
     
 

 

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