Non esistono racconti morali o immorali.  Ci sono solo racconti scritti bene o racconti scritti male.
Questo è tutto. Oscar Wilde

La locanda delle Signore Belle
DI


 

 

Adamo Bencivenga La locanda delle Signore Belle


La locanda delle Signore Belle era fuori dal paese, in cima ad una collina chiamata Poggio Antico, vi si accedeva per una strada d’ulivi secolari, lungo il muro ricoperto di erba parietaria e in fondo al rettilineo dove il sole fa la curva, un pergolato d’uva nera s’apriva a tutta vista. Sopra tre finestre ognuna con un nome, sopra tre finestre ognuna per cantare, s'aprivano all’amore come una rosa di mattina, si schiudevano a quel sole che generoso tutto l’anno, maturava i pescheti e l’uva di costiera, le piantagioni di tabacco nelle lande di pianura, che si fondevano ai colori verde d’acquarello, dei versanti a pineta scoscesi fino al mare.

Nella locanda delle Signore Belle non c’era giorno di riposo, perché più propriamente non era un ristorante e neanche una casa di cura o di riposo, oppure un ricovero per novizie forestiere, un albergo per turisti alla Festa del Patrono. Vedendola di sbieco somigliava ad una signora con il volto a tinte forti e il rossetto screpolato, un foulard attorno al collo per i segni e per l’inverno, le dita ossa e pelle e le gambe secche secche. A guardala bene non era altro che una casa, circondata dalle olive grasse ed indorate, come tante altre in quei posti di collina, come tante altre con l’aia ed il piazzale e gli attrezzi di campagna per vendemmie e mietiture.

Ma la locanda delle Signore Belle era meta tutti i giorni, di uomini curiosi, d’occhi inopportuni, di donne più discrete dai sorrisi maliziosi, che volevano toccare la leggenda con le mani, che volevano vedere quanto ci fosse di reale, su ciò che si narrava, su ciò che si diceva, attorno alla locanda a fine anni trenta e anche dopo nei quaranta nel bel mezzo del conflitto, frequentata da gerarchi e ras della zona, di ricchi commercianti che venivano da Roma, che venivano di sera sempre dopo cena, anonimi o in divisa celati da quel buio, che fitto si fondeva con le ombre della casa, dentro quel salone di pareti damascate, di stivali neri lustri, di mostrine e di medaglie, che s’appartavano un’ora o tutta la nottata, sopra quei divani di pelle e di velluto, con un goccio d’anisetta ed un sigaro toscano gustavano la seta, il macramè ed i merletti, di tre signore belle oppure ad una ad una, a seconda del livello e dei giochi preferiti, delle voglie e della fretta dell’ospite di turno.

Alla locanda delle Signore Belle venivano da tutta Italia, fuggivano dalla fame e dai posti della guerra, ed erano donne belle, venete e bresciane, ragazze contadine nate dalla terra, fertile di fiume, salmastra lungo il mare, che arrancavano in salita sotto l’ombra degli ulivi, che avanzavano a fatica con la valigia sotto il braccio, lungo quel pendio in attesa del traguardo, ogni quindici del mese, il giorno del ricambio, qualcuna timorosa senza un filo d’esperienza, altre un po’ scollate che mostravano le quarte, tonde e saporite, piene di mestiere, che lasciavano alla folla un senso di abbondanza, di campi sterminati gialli di frumento, di malghe di montagna cariche d’odori, di mucche partorienti, di latte appena munto e quell’abitudine ormai persa di tre pasti in un giorno. Perché erano donne belle, baresi e siciliane, perché erano donne in carne, grasse come olive, qualcuna di città con un cuore di rossetto, sopra quelle labbra che muovevano ad arte, anche solo per parlare, altre per fumare, per mandare baci da lontano, per un saluto con la mano, ed apparire affascinanti durante quel tragitto, di fianchi generosi ostentati lentamente, come schiene chine curve sopra il grano, come pizzi e trine di tovaglie contadine, qualcuna con i guanti, tutte col cappello, che s’atteggiavano a puttane senza averlo ancora fatto.

Perché nella locanda rimanevano un mese, qualcuna anche due ma era un’eccezione, sperdute in quel paese era un vero noviziato, aspettando la buona sorte oppure il grande salto, nel lusso dei palazzi di Napoli o di Roma, tra le pareti spesse che attutivano i cannoni, aspettando un uomo buono perso e innamorato, che chiedeva quella mano per averla sempre pronta, andandola a trovare nel talamo in segreto, infilandosi quatto quatto come un ladro circospetto, dentro quei portoni angusti e fuori mano, d’amante o mantenuta a debita distanza.

Nella locanda delle Signore Belle passavano le ore, ognuna in una stanza ricamando sulle tele, di lino a trama larga coi fili colorati seguivano i disegni di rose e d’orchidee, di un volto di contessa, di un muso di gattino aspettando poi di sera, quei rumori di stivali, per sentirsi principesse nei salotti a conversare, per sentirsi poi regine nelle stanze al primo piano, in quei letti di campagna senza rango e condizione, né gerarchi esaltati obbedienti al potere, né un esercito allo sbando di eroi o disertori, né puttane umiliate per fame e per dovere, ma due corpi caldi che cercavano il piacere, nei bagliori di una luna, all’ombra della Storia, che cercavano il riscatto dentro un’alba già vicina.

 

 

FINE

 

foto andyjulia

 

 

 
 
     
 

 

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