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Il corpo caldo della scrittura è impregnato di un bruno
unguento, un olio di carne riserva speciale, un livido odoroso di brandy
invecchiato, nei legni di quercia di colore giallastro, come quelli che si
distillano nel buio di cantine, nei sottoscala d’ogni casa dove ribolle
odore intenso, di questa città dai camini sempre accesi, dai ceppi di
resina che si fondono al fumo contro i muri scrostati di incuria voluta,
di umido e muffa, d’inverni perenni.
Come dalle crepe è estratto nelle crepe ritorna, nei tagli e nelle pieghe
dei nodi di legno, del corpo che riluce e miete vittime innocenti, perché
l'amplesso delle parole toglie il respiro, spezza il fiato ed ingrossa il
mio cuore, a volte picchia, spinge o si solleva, come liberato sembra
impalpabile e leggero, esce quasi dal cardine secco del pensiero, sfascia
le stanze e fa alcove di nulla, fa tette a quest‘ora vuote di maschio, fa
buchi di terra dove nulla germoglia.
Il saperti conforta e ferisce, anche se non so dove sei, né con chi stai
passando questa notte, un‘altra delle tante dove m‘immergo tra pagine e
pagine lette e rilette. Perché è notte ora e m’illudo di vederti mentre
tocchi i tasti per scrivere, tu lo fai bene e anch'io sto meglio. E’ notte
sì, e mi sento più sola, unica perla rara a quest'ora, senza un maschio
che mi faccia sentire quell’essenza, il senso che a quest‘ora si fa anima
e sesso e nulla e vuoto denso e sangue che scolora.
Bussano suoni dove la paura cerca l’origine, la ragione, quel senso che
m’avvolge e rende fertile ogni fantasia che scrivi, che vivo. M’arrampico
e cado, m’arresto e rimando, sospesa su questo saliscendi dove s’ammassano
emozioni che bruciano come corrente lungo i fili dell’alta tensione.
Dove sei anima mia, davvero questa sera potrei sentire la tua voce? Se
solo lo volessi, se solo fossi capace di comporre quel numero senza che il
cuore arrivi alle tonsille. Potresti dire che ho sbagliato, sai a volte
succede uno scocciatore di notte… Non ho mai smesso d’amarti, come ora
t’avverto tra i miei odori che si fanno più acidi, come ora ti vedo
scompagnato sopra queste foglie che il vento di notte sbatte addosso a
questa serranda. Ma non sono foglie, sono mani, sono pugni decisi di uomo,
sono attimi d’ansia perché solo il desiderio può credere che a quest’ora
il tuo volto diventi carne e zigomi alti, diventi peluria folta e barba
che bagno di voglia scomposta. Sei tu anima mia? Che asciughi la mia paura
col tuo respiro di vapore e parole bollenti che ora mi chiamano, che ora
incedono e slabbrano senza resistenza le intercapedini della mia
solitudine.
Ma che dico! Tu sei niente, niente da quando ti ho incontrato. Ricordi
vero? Era un giorno di festa e la sera si ballava nel locale della scuola.
Io ero con la mia amica Daria e tu da solo. Tua moglie era rimasta a casa.
Mio figlio ha la febbre mi hai detto. Ma a me importava poco, già ero
affogata nei tuoi occhi verde bosco, già volavo tra le tue braccia sicure
e capienti. Tu sei uno scrittore famoso ed io avevo già divorato tutti i
tuoi libri, non so sai quante volte, prima di quella sera, prima di oggi.
Le tue parole scivolavano come nei tuoi libri ed io ne ero attratta,
estasiata, quando mi hai invitato per un ballo. Già, abbiamo ballato,
forse un valzer, non ricordo. Poi siamo usciti all’aperto, faceva freddo
ed ero vestita leggera, tu mi hai coperto le spalle, mi hai invitata nella tua
auto. Abbiamo fatto qualche metro. Segreti e clandestini, intimi e
privati, dentro la tua auto con i vetri appannati immersa tra gli arbusti
di un noceto lì vicino. Tutto lì dentro era intimo, un gesto, un sorriso,
il fumo della sigaretta, il sedile ribaltato, le tue parole vellutate, il
mio desiderio per nulla nascosto. La tua sorpresa, il mio abbandono.
Abbiamo fatto l’amore… Tu l’hai fatto con me, io con le tue parole. Mai
m’era successo d’abbandonarmi la prima volta. Poi siamo tornati, nessuno
s’era accorto della nostra assenza e Daria era tranquillamente assorta in
una conversazione con un nostro ex compagno di scuola.
Poi più niente e da allora sono qui che aspetto. Uno squillo, una visita.
Più volte ho pensato a quale servizio da the avrei usato, quale
tovaglietta, quale ricamo. Più volte ho legato i capelli ed altrettante li
ho sciolti nel dubbio perenne di non essere mai bella, di non piacerti.
Perché tu sei l’attesa, sei tutto ciò che avviene dentro un’attesa, sei i
panni stesi ad asciugare, il ticchettio della sveglia quando non dormo,
l’odore del pane nei giorni di festa. Tu sei questa vestaglia nuova con i
glicini lilla, se per caso non m’avvertissi, se per caso bussassi alla
porta. Dio che sbadata, non ti ho detto di Sara, è un pastore tedesco di
taglia grande, mette paura, ma ti giuro non morde. Non scappare, vuole
solo annusarti. Anche lei aspetta da sempre il suo maschio, accomunate
dallo stesso destino.
Tu sei l’attesa, dicevo, quella che dipinge a colori i miei bianchi e i
miei neri, quella che fa d’un raggio di sole l’estate già qui. Tu non hai
un corpo ma giorni, tu non sei di carne, ma sei fatto di tempo ed il tempo
esiste quando cambia stagione, quando cadono le foglie o gemma il mio
pesco, quando si gelano i tubi, quando la notte mi sorprende dentro questa
casa mia. Non ci sono altre case vicine, non c’è anima viva nei dintorni,
solo cani a branchi e padroni di tutte le notti che calano presto, di
tutte le albe ancora distanti.
Ed allora come fai ad essere tu che bussi a questa finestra? Come possono
essere le tue dita perfette a fare questo rumore? Sai me le ricordo
benissimo, quel tatto prima leggero e poi sempre più potente fino a
scavarmi solchi, perché tu eri l’aratro ed io la tua terra.
Bussano ancora, ma queste non sono mani di uomo, di chi, a quest’ora,
pretende ad ogni costo d’entrare, di chi mi vorrebbe come ora io sono,
seduta e spogliata da questo immenso desiderio di averti vicino. Non
aspetto nessuno e l’angoscia mi sale fino a girare con la mente tutti i
muri di casa ed rassicurarmi che tutte le finestre siano chiuse e serrate
da dentro!
Davvero vuoi che i miei seni siano liberi? Davvero lo pretendi? Il mio
essere non è nulla senza le tue parole, senza i tuoi libri adagiati sul
mio letto, il mio respiro si fermerebbe di colpo se dovesse mancare la
corrente come a volte succede, perché il buio mi fa più sola ed una luce
lontana mi fa sentire quanto tu sia distante.
Ma il rumore non finisce, sono raffiche di vento che non portano niente di
buono, sarà un temporale che s’ingrossa strada facendo, come queste tette
che si gonfiano ad ogni parola che leggo, che dico sottovoce. E’ il
ricordo di quella sera che mi fa complice e devota e mi scarna i pensieri
fino a ridurli a desiderio scomposto, e scardinano il cardine di questa
mia porta. E’ bella sai non l’ho coperta di nulla, è pronta se per caso
venissi, disponibile e fiera d’essere culla, ed ogni verso la nutre, ogni
dito la rende, femmina calda pronta al bisogno.
Sei tu angelo mio che mi obblighi, nessun altro finora era riuscito a
farmi sentire così importante e cosi niente, così vuota di fronte a questo
incedere di pause e punti, di istinti che si fanno vortice e gorgo, si
fanno risucchio dove abbandono questo corpo che si deforma e si modella ad
ogni piacere che sale.
Se penso che è stata solo una notte, anzi che dico, un’ora, mezz’ora.
Perché tu sei andato via di fretta, il bambino, la febbre, ricordi? Come
hai fatto ad entrarmi di dentro ed appropriarti del mio orgoglio senza
ferirmi, a far sì che ora io non possa non seguire la tua ombra, perché di
quello si tratta. Alle volte penso d’averti deluso. Fammelo sapere in
qualche modo, urlami che nessun’altra donna t’ha mai meritato, gridami
fino a farmi sentire più sveglia, che domani non abbia il minimo dubbio
d’averti incontrato soltanto nel sogno.
Sono pazza vero? Ti amo amore mio! Sono sicura che con il tuo silenzio tu
mi voglia comunicare dell’altro. Il tuo ricatto è uno slancio d’amore, le
tue pretese un tatuaggio sul viso, un giuramento solenne di sangue, perché
mai t’approprieresti d’altra anima. Promettimelo tesoro! Altrimenti perché
staresti ancora qui nella mia casa, nella mia testa e come ora nel mio
letto? A pretendermi senza che abbia diritto d’oppormi. Non ti basto nuda
amore mio? Non sono sufficienti al tuo amore queste gambe smodate che
involontariamente si schiudono? Questi seni attirati da un fluido di sole
parole, che pendono senza che uno sguardo, un vapore, li faccia stare più
dritti!
Vuoi davvero farmi ancora tua? Come fai a convincermi che questo crepitio
sulla finestra non sono foglie, ma sono i tuoi pugni netti e precisi.
Certo che mi sono tolta ogni cosa, che non sprecheresti il tuo tempo
prezioso a spogliarmi. M’adagio sul cuscino e scrivo AMORE con i miei
capezzoli, ti chiedo umilmente se m’ami con la stessa forza come lo
scrivi.
Sono bella vero? Sono davvero la donna dei tuoi racconti? Con le tette
grandi come montagne, incavate come abissi dove ci perderesti per sempre
equilibrio e ragione? Scusa, scusami se in qualche cunicolo del mio
cervello c’è ancora qualche falla che s’apre, dove animali notturni ci
sguazzano e mi corrodono ogni ragionevolezza, perché se t’amassi veramente
non avrebbe senso e logica questo smarrimento, quest’insicurezza che sale
involontaria senza controllo.
Vuoi che vada alla finestra e mi mostri? Perché nel tuo racconto lei lo
sta facendo! Vuoi che un occhio per caso misuri quanta voragine c’è nel
mio cuore? Fino a che punto sono disposta a sfidare il mio meschino amor
proprio, fino a che punto potresti indurmi e cancellarmi quel poco di
dignità che ancora m’è rimasta. E se fuori ci fosse davvero qualcuno? Nel
tuo racconto non c’è scritto, non è importante vero?
Le tue parole scorrono maiuscole, le ordini d’aprire, d’accogliere la
fantasia vivente che un dio le sta facendo dono, che il destino ha voluto
per dimostrarti che t’ama. Mio amore infinito qui c’è temporale! Come nel
tuo racconto i tuoni mi strappano fuori dal gioco e m’avvolgono in un
brivido di vera paura. Lei resiste e tu t’arrabbi, minacci di sparire
perché sta bestemmiando, perché per te non è un gioco e questo è l’unico
amore che conosci. Ma sai, hai ragione, qualunque persona che ora stia
bussando non può che avere i tuoi occhi, non può che avere le tue labbra
che non manchi ogni volta di dire carnose. Ogni volta che lei tenta di
baciarti, ogni volta che io di notte mi distendo dentro il tuo sogno. Le
dici di stare tranquilla perché chiunque sia l’amerebbe come l’ami, le
farebbe assaporare quei baci che ora le neghi. Le dici che non ha confini,
che è la donna del mondo, pronta ad accogliere il vento e la pioggia,
qualsiasi natura che a forma di maschio la fa femmina e tana, nido ed
alcova d’ogni essere e cosa. E tu sei ovunque perché la tua anima non ha
spazio e non ha tempo. Non può non obbedirti! Eccola, femmina grondante si
guarda allo specchio, come potrebbe opporre le sue ragioni alla passione
che incede, alla tua anima gonfia, ai tuoi occhi che emanano luce e
speranza sopra di lei che tenti invano d’illuminare, che non crede in Dio
perché mai ha conosciuto l’amore!
Leggo la data del racconto, l’hai scritto prima che ci incontrassimo, lo
sapevi vero? Leggo come la descrivi, sono io vero? I capelli castani sopra
le spalle, quella piccola voglia sotto l’orecchio sinistro. Ma come facevi
a saperlo che nel mondo c’era una Musa che dai piedi ai capelli l’avresti
stregata, convinta che non esiste altro amore come ora lo sento, anzi non
esiste amore senza sentirmi più persa di tutti gli uomini banali che ho
incontrato finora, che credevano che il sesso fosse solo tra le mie gambe.
Sento ancora rumori, qualcuno bussa, non possono essere foglie, troppo
nitidi e regolari. Vorrei leggerti ancora, ma sono distratta, quei rumori
mi entrano nel cervello. Passano ancora minuti, sento rumori alla
finestra, alla porta, lungo il muro dietro la casa. Ed io sono qui nuda,
nuda per te, aperta al mondo, per essere lo sfogo d’ogni tuo desiderio.
Eccoti, ora riesco ad andare avanti, leggo qualche riga, sì sì amore mio,
mi alzo, ma tu non lasciarmi sola, ti prego, resta qui con me.
Il fiato sale, m’ingrossa il petto e la gola, non ho nulla in dosso. Ho
paura, ma devo resistere. Come nel tuo racconto tolgo il chiavistello, le
quattro mandate della serratura. Dallo spioncino non si vede nulla. I
rumori sono sempre più forti, assordanti. Bussano ancora, sarà grandine e
pioggia, saranno rami secchi che sbattono fitti, sarai tu che reclami il
mio corpo… Sono pazza pazza pazza…. Apro!
Adamo Bencivenga |
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