Non esistono racconti morali o immorali.  Ci sono solo racconti scritti bene o racconti scritti male.
Questo è tutto. Oscar Wilde

Il tuo racconto
DI


 

 

Adamo Bencivenga Il tuo racconto



Il corpo caldo della scrittura è impregnato di un bruno unguento, un olio di carne riserva speciale, un livido odoroso di brandy invecchiato, nei legni di quercia di colore giallastro, come quelli che si distillano nel buio di cantine, nei sottoscala d’ogni casa dove ribolle odore intenso, di questa città dai camini sempre accesi, dai ceppi di resina che si fondono al fumo contro i muri scrostati di incuria voluta, di umido e muffa, d’inverni perenni.
Come dalle crepe è estratto nelle crepe ritorna, nei tagli e nelle pieghe dei nodi di legno, del corpo che riluce e miete vittime innocenti, perché l'amplesso delle parole toglie il respiro, spezza il fiato ed ingrossa il mio cuore, a volte picchia, spinge o si solleva, come liberato sembra impalpabile e leggero, esce quasi dal cardine secco del pensiero, sfascia le stanze e fa alcove di nulla, fa tette a quest‘ora vuote di maschio, fa buchi di terra dove nulla germoglia.
Il saperti conforta e ferisce, anche se non so dove sei, né con chi stai passando questa notte, un‘altra delle tante dove m‘immergo tra pagine e pagine lette e rilette. Perché è notte ora e m’illudo di vederti mentre tocchi i tasti per scrivere, tu lo fai bene e anch'io sto meglio. E’ notte sì, e mi sento più sola, unica perla rara a quest'ora, senza un maschio che mi faccia sentire quell’essenza, il senso che a quest‘ora si fa anima e sesso e nulla e vuoto denso e sangue che scolora.
Bussano suoni dove la paura cerca l’origine, la ragione, quel senso che m’avvolge e rende fertile ogni fantasia che scrivi, che vivo. M’arrampico e cado, m’arresto e rimando, sospesa su questo saliscendi dove s’ammassano emozioni che bruciano come corrente lungo i fili dell’alta tensione.

Dove sei anima mia, davvero questa sera potrei sentire la tua voce? Se solo lo volessi, se solo fossi capace di comporre quel numero senza che il cuore arrivi alle tonsille. Potresti dire che ho sbagliato, sai a volte succede uno scocciatore di notte… Non ho mai smesso d’amarti, come ora t’avverto tra i miei odori che si fanno più acidi, come ora ti vedo scompagnato sopra queste foglie che il vento di notte sbatte addosso a questa serranda. Ma non sono foglie, sono mani, sono pugni decisi di uomo, sono attimi d’ansia perché solo il desiderio può credere che a quest’ora il tuo volto diventi carne e zigomi alti, diventi peluria folta e barba che bagno di voglia scomposta. Sei tu anima mia? Che asciughi la mia paura col tuo respiro di vapore e parole bollenti che ora mi chiamano, che ora incedono e slabbrano senza resistenza le intercapedini della mia solitudine.
Ma che dico! Tu sei niente, niente da quando ti ho incontrato. Ricordi vero? Era un giorno di festa e la sera si ballava nel locale della scuola. Io ero con la mia amica Daria e tu da solo. Tua moglie era rimasta a casa. Mio figlio ha la febbre mi hai detto. Ma a me importava poco, già ero affogata nei tuoi occhi verde bosco, già volavo tra le tue braccia sicure e capienti. Tu sei uno scrittore famoso ed io avevo già divorato tutti i tuoi libri, non so sai quante volte, prima di quella sera, prima di oggi.

Le tue parole scivolavano come nei tuoi libri ed io ne ero attratta, estasiata, quando mi hai invitato per un ballo. Già, abbiamo ballato, forse un valzer, non ricordo. Poi siamo usciti all’aperto, faceva freddo ed ero vestita leggera, tu mi hai coperto le spalle, mi hai invitata nella tua auto. Abbiamo fatto qualche metro. Segreti e clandestini, intimi e privati, dentro la tua auto con i vetri appannati immersa tra gli arbusti di un noceto lì vicino. Tutto lì dentro era intimo, un gesto, un sorriso, il fumo della sigaretta, il sedile ribaltato, le tue parole vellutate, il mio desiderio per nulla nascosto. La tua sorpresa, il mio abbandono. Abbiamo fatto l’amore… Tu l’hai fatto con me, io con le tue parole. Mai m’era successo d’abbandonarmi la prima volta. Poi siamo tornati, nessuno s’era accorto della nostra assenza e Daria era tranquillamente assorta in una conversazione con un nostro ex compagno di scuola.
Poi più niente e da allora sono qui che aspetto. Uno squillo, una visita. Più volte ho pensato a quale servizio da the avrei usato, quale tovaglietta, quale ricamo. Più volte ho legato i capelli ed altrettante li ho sciolti nel dubbio perenne di non essere mai bella, di non piacerti. Perché tu sei l’attesa, sei tutto ciò che avviene dentro un’attesa, sei i panni stesi ad asciugare, il ticchettio della sveglia quando non dormo, l’odore del pane nei giorni di festa. Tu sei questa vestaglia nuova con i glicini lilla, se per caso non m’avvertissi, se per caso bussassi alla porta. Dio che sbadata, non ti ho detto di Sara, è un pastore tedesco di taglia grande, mette paura, ma ti giuro non morde. Non scappare, vuole solo annusarti. Anche lei aspetta da sempre il suo maschio, accomunate dallo stesso destino.
Tu sei l’attesa, dicevo, quella che dipinge a colori i miei bianchi e i miei neri, quella che fa d’un raggio di sole l’estate già qui. Tu non hai un corpo ma giorni, tu non sei di carne, ma sei fatto di tempo ed il tempo esiste quando cambia stagione, quando cadono le foglie o gemma il mio pesco, quando si gelano i tubi, quando la notte mi sorprende dentro questa casa mia. Non ci sono altre case vicine, non c’è anima viva nei dintorni, solo cani a branchi e padroni di tutte le notti che calano presto, di tutte le albe ancora distanti.
Ed allora come fai ad essere tu che bussi a questa finestra? Come possono essere le tue dita perfette a fare questo rumore? Sai me le ricordo benissimo, quel tatto prima leggero e poi sempre più potente fino a scavarmi solchi, perché tu eri l’aratro ed io la tua terra.

Bussano ancora, ma queste non sono mani di uomo, di chi, a quest’ora, pretende ad ogni costo d’entrare, di chi mi vorrebbe come ora io sono, seduta e spogliata da questo immenso desiderio di averti vicino. Non aspetto nessuno e l’angoscia mi sale fino a girare con la mente tutti i muri di casa ed rassicurarmi che tutte le finestre siano chiuse e serrate da dentro!
Davvero vuoi che i miei seni siano liberi? Davvero lo pretendi? Il mio essere non è nulla senza le tue parole, senza i tuoi libri adagiati sul mio letto, il mio respiro si fermerebbe di colpo se dovesse mancare la corrente come a volte succede, perché il buio mi fa più sola ed una luce lontana mi fa sentire quanto tu sia distante.
Ma il rumore non finisce, sono raffiche di vento che non portano niente di buono, sarà un temporale che s’ingrossa strada facendo, come queste tette che si gonfiano ad ogni parola che leggo, che dico sottovoce. E’ il ricordo di quella sera che mi fa complice e devota e mi scarna i pensieri fino a ridurli a desiderio scomposto, e scardinano il cardine di questa mia porta. E’ bella sai non l’ho coperta di nulla, è pronta se per caso venissi, disponibile e fiera d’essere culla, ed ogni verso la nutre, ogni dito la rende, femmina calda pronta al bisogno.

Sei tu angelo mio che mi obblighi, nessun altro finora era riuscito a farmi sentire così importante e cosi niente, così vuota di fronte a questo incedere di pause e punti, di istinti che si fanno vortice e gorgo, si fanno risucchio dove abbandono questo corpo che si deforma e si modella ad ogni piacere che sale.
Se penso che è stata solo una notte, anzi che dico, un’ora, mezz’ora. Perché tu sei andato via di fretta, il bambino, la febbre, ricordi? Come hai fatto ad entrarmi di dentro ed appropriarti del mio orgoglio senza ferirmi, a far sì che ora io non possa non seguire la tua ombra, perché di quello si tratta. Alle volte penso d’averti deluso. Fammelo sapere in qualche modo, urlami che nessun’altra donna t’ha mai meritato, gridami fino a farmi sentire più sveglia, che domani non abbia il minimo dubbio d’averti incontrato soltanto nel sogno.
Sono pazza vero? Ti amo amore mio! Sono sicura che con il tuo silenzio tu mi voglia comunicare dell’altro. Il tuo ricatto è uno slancio d’amore, le tue pretese un tatuaggio sul viso, un giuramento solenne di sangue, perché mai t’approprieresti d’altra anima. Promettimelo tesoro! Altrimenti perché staresti ancora qui nella mia casa, nella mia testa e come ora nel mio letto? A pretendermi senza che abbia diritto d’oppormi. Non ti basto nuda amore mio? Non sono sufficienti al tuo amore queste gambe smodate che involontariamente si schiudono? Questi seni attirati da un fluido di sole parole, che pendono senza che uno sguardo, un vapore, li faccia stare più dritti!

Vuoi davvero farmi ancora tua? Come fai a convincermi che questo crepitio sulla finestra non sono foglie, ma sono i tuoi pugni netti e precisi. Certo che mi sono tolta ogni cosa, che non sprecheresti il tuo tempo prezioso a spogliarmi. M’adagio sul cuscino e scrivo AMORE con i miei capezzoli, ti chiedo umilmente se m’ami con la stessa forza come lo scrivi.
Sono bella vero? Sono davvero la donna dei tuoi racconti? Con le tette grandi come montagne, incavate come abissi dove ci perderesti per sempre equilibrio e ragione? Scusa, scusami se in qualche cunicolo del mio cervello c’è ancora qualche falla che s’apre, dove animali notturni ci sguazzano e mi corrodono ogni ragionevolezza, perché se t’amassi veramente non avrebbe senso e logica questo smarrimento, quest’insicurezza che sale involontaria senza controllo.
Vuoi che vada alla finestra e mi mostri? Perché nel tuo racconto lei lo sta facendo! Vuoi che un occhio per caso misuri quanta voragine c’è nel mio cuore? Fino a che punto sono disposta a sfidare il mio meschino amor proprio, fino a che punto potresti indurmi e cancellarmi quel poco di dignità che ancora m’è rimasta. E se fuori ci fosse davvero qualcuno? Nel tuo racconto non c’è scritto, non è importante vero?

Le tue parole scorrono maiuscole, le ordini d’aprire, d’accogliere la fantasia vivente che un dio le sta facendo dono, che il destino ha voluto per dimostrarti che t’ama. Mio amore infinito qui c’è temporale! Come nel tuo racconto i tuoni mi strappano fuori dal gioco e m’avvolgono in un brivido di vera paura. Lei resiste e tu t’arrabbi, minacci di sparire perché sta bestemmiando, perché per te non è un gioco e questo è l’unico amore che conosci. Ma sai, hai ragione, qualunque persona che ora stia bussando non può che avere i tuoi occhi, non può che avere le tue labbra che non manchi ogni volta di dire carnose. Ogni volta che lei tenta di baciarti, ogni volta che io di notte mi distendo dentro il tuo sogno. Le dici di stare tranquilla perché chiunque sia l’amerebbe come l’ami, le farebbe assaporare quei baci che ora le neghi. Le dici che non ha confini, che è la donna del mondo, pronta ad accogliere il vento e la pioggia, qualsiasi natura che a forma di maschio la fa femmina e tana, nido ed alcova d’ogni essere e cosa. E tu sei ovunque perché la tua anima non ha spazio e non ha tempo. Non può non obbedirti! Eccola, femmina grondante si guarda allo specchio, come potrebbe opporre le sue ragioni alla passione che incede, alla tua anima gonfia, ai tuoi occhi che emanano luce e speranza sopra di lei che tenti invano d’illuminare, che non crede in Dio perché mai ha conosciuto l’amore!

Leggo la data del racconto, l’hai scritto prima che ci incontrassimo, lo sapevi vero? Leggo come la descrivi, sono io vero? I capelli castani sopra le spalle, quella piccola voglia sotto l’orecchio sinistro. Ma come facevi a saperlo che nel mondo c’era una Musa che dai piedi ai capelli l’avresti stregata, convinta che non esiste altro amore come ora lo sento, anzi non esiste amore senza sentirmi più persa di tutti gli uomini banali che ho incontrato finora, che credevano che il sesso fosse solo tra le mie gambe.
Sento ancora rumori, qualcuno bussa, non possono essere foglie, troppo nitidi e regolari. Vorrei leggerti ancora, ma sono distratta, quei rumori mi entrano nel cervello. Passano ancora minuti, sento rumori alla finestra, alla porta, lungo il muro dietro la casa. Ed io sono qui nuda, nuda per te, aperta al mondo, per essere lo sfogo d’ogni tuo desiderio. Eccoti, ora riesco ad andare avanti, leggo qualche riga, sì sì amore mio, mi alzo, ma tu non lasciarmi sola, ti prego, resta qui con me.

Il fiato sale, m’ingrossa il petto e la gola, non ho nulla in dosso. Ho paura, ma devo resistere. Come nel tuo racconto tolgo il chiavistello, le quattro mandate della serratura. Dallo spioncino non si vede nulla. I rumori sono sempre più forti, assordanti. Bussano ancora, sarà grandine e pioggia, saranno rami secchi che sbattono fitti, sarai tu che reclami il mio corpo… Sono pazza pazza pazza…. Apro!
 

 

FINE

 

Foto di madalina iordachelevay

 

 

 
 
     
 

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