Non esistono racconti morali o immorali.  Ci sono solo racconti scritti bene o racconti scritti male.
Questo è tutto. Oscar Wilde

Adamo Bencivenga
EVA INNAMORATA DELL'AMORE
Delitto d'onore
«Le rose che de' suoi baci hanno odore. Non mi bastano più: lui solo io voglio.»



Allora cominciamo. Immagina una donna d’animo sensibile, si chiama Eva, ma questo non ha nessuna importanza, nessun riferimento. Eva da adolescente è una ragazza ingenua come il pane caldo appena sfornato, bella, bella come il grano a giugno. I suoi capelli sono biondi, una cascata soffice oltre le spalle, i suoi seni mele verdi colte appena acerbe. Da grande immaginala signora che ha raccolto i suoi capelli, il colore è sempre grano, ma maturo per la falce, solenne quando cammina, austera quando ti guarda e non dice e non capisce, e le si forma una ruga che la tradisce, solcando appena la sua fronte ed arrivando fino al cuore. I suoi occhi sono profondi, spirituali come l’incenso, chiari come l’alba quando s’alza un po’ di vento, perché lei scrive racconti, ha scritto poesie, e gelosa le raccoglie come i suoi capelli nella crocchia.

Ha passato la sua infanzia a Cannes, ma è italiana vera, padre di Firenze e la nonna di Ancona. Lui è un console in carriera e gira spesso il mondo, la madre invece è greca, tuttora una pianista, famosa in tutta Europa, con le fughe d’Albinoni e le sonate di Corelli.
Ecco, facciamo un passo indietro, immaginala bambina, circondata dall’affetto, benessere e premure, immaginala al piano o quando fluidamente parla, l'inglese, il francese, lo spagnolo e l'italiano. Ora ha sedici anni e si esibisce al pianoforte, davanti ad una platea numerosa ed entusiasta. Ora ha diciotto anni e pubblica una raccolta, di poesie che trasudano d’anima romantica. Ora ha ventidue anni e la troviamo a Firenze nei salotti più esclusivi, sempre al centro dell’attenzione, sempre bella come il sole.
Siamo negli anni cinquanta e le donne a quell’età non cercano lavoro, ma un marito che le sposi e le renda felicemente madri. E lei conosce un giovane con la divisa, diciamo un ufficiale, un carabiniere in carriera adatto al suo rango. Il suo nome è Saverio e lei se ne innamora, tanto che dopo qualche mese si promettono l’eterno, davanti ad un prete slavo, greco ed ortodosso, davanti ad una platea di sete e di cappelli, davanti ad una crema di notabili ed ufficiali.

I primi tempi sono meravigliosi, hanno tanti amici, viaggiano, si divertono e il talamo è bollente. Ecco ora immagina che per lavoro lui venga trasferito a Milano. Lei lo segue naturalmente, ma si sente sola. Passa giornate intere guardando dalla finestra, la sola cameriera le tiene compagnia. A volte esce, ma detesta quel cielo grigio e uggioso, così getta il suo cuore tra quei versi e quelle rime, finché tramite un conoscente, un amico del marito, conosce un gruppo di poeti, artisti bohémien, anticonformisti e scapigliati.
Eva è bella, di una grazia ammaliante, corteggiatissima per il suo aspetto, adulata per ciò che scrive, blandita perché dolce, perché unica e di classe. Il suo cuore inizia a battere, ma nessuno ha la chiave, per ora è confusa e scrive versi alla luna. Suo marito la sera esce, per giocare d'azzardo o incontrare altre, quelle che sanno di nettare d’albicocca, quelle che fumano sedute sui divani, quelle che segui in cima alle scale.

Eh già ci siamo, gli elementi ci sono tutti, il matrimonio inizia a scricchiolare, e in casa si respira, un’ineluttabile aria di tradimento. E l’ineluttabile arriva, certo che arriva, ma non è un artista e neanche uno scapigliato. Semplicemente è un amico del marito. Lui si chiama Giuseppe e lavora in banca. Conosce l’arte del corteggiamento e conosce anche le donne. Gli basta poco per capire e trovare quella chiave che lo porta direttamente dove lui vuole stare. C’è anche un bacio, anzi due. Succede un pomeriggio, seduti sul divano, al centro della sala, sotto le gocce di un lampadario antico. Giuseppe ha dei fogli in mano, sono cedole bancarie, ma sono solo scuse, e sta aspettando il ritorno di Saverio. E non si fa sfuggire l’occasione, ci pensa e ci ripensa poi avvicina il viso e lei non si ritrae, poi avvicina la bocca e lei schiude le sue labbra. E’ un bacio sì, l’overture di una sinfonia, l’epilogo di una tragedia. Guarda quanta intensità, quanta passione tra quelle labbra piene di arsura, da dissetare, da sgualcire, che desiderano soltanto l’umido dell’amore.

Ecco ora immagina che lui non si faccia più vedere, perché non ha scuse, non ha cedole da far firmare, ma ogni giorno le faccia recapitare, splendidi mazzi di rose rosse, fasci di cuore e sensi forti che lei puntualmente annusa, e si sazia e si riempie, e i suoi seni si inturgidiscono, e il piacere come un miracolo copioso diluisce.

«Le rose che de' suoi baci hanno odore. Non mi bastano più: lui solo io voglio.»

Questo lei scrive, sospira e pensa, quando è sola o quando mente, dicendo al marito che quelle rose belle, le compra ogni mattina la cameriera al mercato. Ecco la prima bugia, ne seguiranno altre, tante, troppe.
Una donna innamorata mente, sfacciatamente mente, e se scoperta, ha mille motivi per giustificarsi, con se stessa, lo specchio e gli altri. E ci crede, e ne è convinta. Perché ha un solo scopo, che crede ideale, il toccasana d’ogni suo male, il balsamo d’ogni tristezza, e per nulla al mondo ci rinuncerebbe, anche mettendo in gioco i propri occhi, il ruolo di moglie e quello futuro di madre, per non parlare della dignità ormai sotto le scarpe.

Ecco ora immagina che siano passati giorni, lei è un tumulto di cuore e sesso, una bufera di vento e neve nell’inverno russo. Aspetta ogni giorno quelle rose, le desidera e le pretende, le aspetta come un telegramma, un destino atteso, il crollo di un campanile dopo un terremoto. Manca poco, vero, manca niente. Finché arriva quel benedetto invito. E’ un foglietto scarno, la data, l’ora e un indirizzo, dell’alcova desiderata a due passi da casa sua.
Il bel Giuseppe si è dato da fare, non ha perso tempo, ed ha trovato l’alcova promessa. Lei non ha alcun ripensamento, è presa da quella voluttà, lo scrive nelle sue poesie, sceglie le parole adatte, che trasudano d’immoralità e d’indecenza, e compone versi di perdizione e vizio come fosse già successo. E succede certo che succede, quel primo giorno e tanti altri.

Ecco, immaginala quando si prepara per uscire, immagina le sue calze di seta nera, i suoi corpetti rosa, i fiocchetti da donare a chi le presta tanta attenzione. Immagina quei capelli, quanta cura che ci mette, quel rossetto rosso fuoco, quelle unghie laccate rosse, quelle giacchine corte alla vita, le forme tonde dei suoi fianchi. Ecco immagina la sarta paziente, che la sta a sentire, immagina il parrucchiere, la cameriera solerte e complice, il suo cane in disparte che ha notato il cambiamento. Tutti hanno capito, tutti attori di un tradimento! Immagina lei allo specchio prima di uscire, immagina come si guarda e come si cura, ogni giorno alle tre del pomeriggio, oggi santo giorno come il sole che si alza, come una messa comandata, mentre suo marito si riposa sulla poltrona a fiori e inevitabilmente si addormenta.

Ecco questo è il segnale. La vedi? Prende la borsa e il soprabito. Un’altra occhiata per assicurarsi che lui dorma. Ora chiude la porta, leggermente senza far rumore, ora sta scendendo le scale, ora è in strada. Esattamente lei, la vedi? La donna con il cappello e gli occhiali scuri. Sembra uscita da una copertina di Vogue. Quasi sempre vestita di nero, come un’amante, come un delitto. Senti i suoi passi? Il rumore dei tacchi? Come un Bolero che suggestivamente sale, sempre più convinta che quella sia la strada. Si sta recando in una camera a dir poco squallida, sicuramente non adatta alla sua bellezza, alla sua eleganza, alla sua classe. I muri trasudano di muffa, e d’odori d’unto e di sporcizia, le pareti sono scrostate, la balaustra in ferro arrugginita, qualche graffito osceno sulle pareti… Ecco, i due amanti si incontrano proprio lì, ogni giorno alle tre con la compiacenza della cameriera, che ha il compito di avvertire la signora, nell’eventualità che il marito si svegli, prima del solito, prima che finisca l’amore.

Immagina lei quando entra nella camera, immagina il giovane amante già sul letto ad aspettarla. Hanno poco tempo, il tempo di un pisolino su una poltrona a fiori. Troppo poco per l’ardore di lui, per l’astinenza istintiva di lei. A volte non la spoglia, alza quella gonna stretta mentre le bacia il collo e veemente le strizza il seno. La mano ora è tra le gambe, le scosta le mutandine. Immagina quelle cosce accoglienti, immagina quei fiocchetti, la grazia e la devozione, immagina l’abbandono, quando reclina il viso e dona il suo presente, ovunque lui voglia stare, ovunque ora quel corpo maschio, affonda e si ritrae, nel circolo vizioso che l’amore possa fare. E lui le dice parole sconce che sanno di bordello, e lui le dice altro, tipo gatta in calore, e lei è un’artista e sa distinguere e capire, e sa vedere in quelle frasi l’anima di parole, la passione irruente, il gioco della trasgressione, e lo lascia fare, lo lascia dire, finché da lontano avverte quel fragore, che a breve esplode straripando sul piacere, inondando le sue gambe, slip e poesie.

Ecco non più di un attimo, la stessa durata di un sogno. Ora lei è pronta, lo bacia, lo ama come una donna persa, gli dice grazie, ma lui non capisce, e si rimette il cappello, un tocco di rossetto, ricompone il suo chignon biondo. Per ultimo rimette in ordine le calze e gli slip di seta e merletto. La vedi? Sta coprendo la sua indecenza, come un assassino che lava le tracce, come un cane che copre i bisogni. Fugge a casa. L’andatura è diversa. Non è poi così difficile distinguere una donna che sta andando dall’amante da quella che appagata torna a casa.
Eccola sulle scale, ripensa all’incontro, ne vorrebbe di più, sempre di più. Forse i due non si sono nemmeno parlati, ma forse è meglio così, la differenza culturale è troppa e in fin dei conti si incontrano esclusivamente per altro. Certo, certo a domanda precisa lei giurerebbe di essere innamorata. L’uomo invece è un po’ più complesso, prevedo una risposta più articolata, ma forse è solo più furbo. Guardalo appagato che saltella per la strada, fischia soddisfatto pensando alla sua preda. Ok certo, forse prova affetto, o forse solo pena, di una moglie che in preghiera, s’accontenta di mezz’ora.

Ecco ora torniamo al marito, sospetta qualcosa, le bugie di lei sono troppo evidenti, non vorrebbe intervenire, vorrebbe lasciar correre, ma c’è un cognome da rispettare. Da buon investigatore non domanda, osserva in silenzio, anzi sa che la persona più facile è l’anello più debole, e con la promessa di triplicarle lo stipendio costringe la cameriera a parlare. E in un pomeriggio come tanti, lui fa finta di dormire. Vede Eva truccarsi in penombra, la vede indossare le calze, sempre più velate, la cucitura, il reggicalze, e le scarpe con il tacco, il rossetto ecc. ma rimane immobile, non la ferma. E’ un carabiniere ricordi? Una donna sa negare, mentire all’evidenza, per questo vuole agire e coglierla in flagrante!

Quindi il buon Saverio la segue, a poca distanza fa gli stessi suoi passi, la vede che sale quelle scale. Chissà se il cuore batte con la stessa cadenza, ha il fiato grosso certo e i pensieri torbidi come la sporcizia di quel posto. Non gli pare vero, sta vedendo la sua donna, abbellita come una di quelle, che lui ben conosce e se ne sazia ogni notte. La vede portare a domicilio la sua parte migliore, già calda e disponibile, già persa per quell’uomo. E la gelosia non si ferma davanti a scrupoli di coscienza, la gelosia segue un percorso proprio ed il percorso ora sono quelle scale. Cosa non si farebbe per la gelosia? Cosa potrei fare io? Cosa potresti fare tu, mio caro lettore?
Ok torniamo a lui che la sta seguendo per le scale, sente il rumore di quei tacchi, la scia di profumo finché sente la porta chiudersi. Slam!!! Dal rumore violento capisce già tutto, la fretta, l’ardore… Quello slam sa di tradimento, sa di corna, di onta e di vendetta! E da buon carabiniere aspetta, aspetta il tempo necessario, dopo il quale lei non può più avere scusa, decenza e dignità. Aspetta lì fuori, in silenzio come un ladro, quatto come un gatto che aspetta il suo turno, muto come un silenzio prima del fragore di un treno. Ecco, ora immaginalo lì, sente i primi rumori dell’amore, della passione. Sente gli stessi rumori dietro le altre porte di quell’infimo luogo, quasi si confondono. E’ una casa per amanti, una fabbrica di corna a pochi passi da casa sua. Si domanda come possa sua moglie conoscere quel posto, come una persona eterea ridursi in quella fogna.

Ecco immaginalo ora che stringe con la mano destra un paletto, un piccolo asse di ferro in dotazione ai carabinieri. Guarda la mano, trema ed è rossa! Questa non è un’operazione di polizia, una classica irruzione dentro un appartamento. Dentro quella casa non ci sono trafficanti di droga, non c’è una banda di portoghesi a spartirsi il malloppo dopo aver svaligiato una banca, dietro quella porta c’è lui, la sua vita, la sua Eva, c’è il confine che separerà l’oggi al domani, una rete da pesca che divide due mari, uno squarcio permanente su un vestito di seta.

Comunque procede, ormai ha deciso, e per lui è un gioco da ragazzi far saltare quello scatto, e in un attimo apre quella porta. La scena che ha davanti è romantica e penosa, comunque li vede, i due amanti sono lì, distesi su quel letto di lenzuola ingiallite e consumate da quell’amore impuro. Lui è di spalle, nudo su di lei, lei nuda sotto di lui. E’ bella, anche in quella situazione è bella. Si ok è a gambe aperte, sta accogliendo lui, il suo piacere, la sua liberazione. Ma è bella. Suo marito per un attimo incrocia il suo sguardo, ma non gli vengono parole, né cagna e né puttana, solo un denso sguardo di disprezzo.
L’amante invece quasi non se ne accorge, o comunque non ha la prontezza di fuggire, rimane lì dentro di lei, nelle cosce di una moglie non sua, tra quella seta infiocchettata, tra quel velluto di pelle color pesca. Eh già, rimane immobile, come un bersaglio fisso al poligono di tiro. La donna caccia un urlo, è terrorizzata, ma esce ben poca cosa, l’urlo rimane strozzato in gola, come il piacere rappreso nel suo sesso. Sono attimi come lame di un coltello, gelidi come una canna di pistola prima dello sparo, ghiacciati come il cuore dopo un tradimento. Sono attimi lunghi e corti, pieni e vuoti, ma il carabiniere sa quello che deve fare e lo fa, come un dovere, una fede, come fosse in servizio… professionalmente… obbedisce ad un ordine. Uno sparo e via senza pensarci troppo. Uno sparo secco, netto, preciso, uno sparo di morte e di vita. La sua.


*****


EPILOGO


Ci fu un processo, ma durò complessivamente tre udienze, ci fu una condanna, ma la somma degli anni a carico risultò, guarda caso, pari agli anni dell’attenuante per delitto d’onore. Eva per il dolore si tagliò i capelli e andò a depositarli con delle ghirlande di fiori sulla tomba dell'amato dove, per diversi giorni, si recò a pregare.
Naturalmente il marito la cacciò di casa e ottenne la separazione in un mese. Lei andò via da Milano e si rifugiò a Firenze, ma suo padre non la volle accogliere in casa e lei visse poveramente in una camera ammobiliata. Continuò a scrivere. Ossessionata scrisse e riscrisse la sua storia d’amore. Ogni giorno, la stessa. Si mantenne pubblicando saltuariamente piccoli racconti. Eh già le rimaneva solo la poesia…


 

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La frase: "le rose che de' suoi baci hanno odore, non mi bastano più. Lui solo io voglio...!"
E' tratta dalla poesia di Evelina Cattermole Mancini: Tra di noi.
Qui il testo:


I

Una lanterna giapponese accende
d'un vermiglio riverbero i ricami
del grande arazzo, ove un guerrier discende,
tutto d'oro, d'un loto alto fra i rami.
Qui sono i versi suoi dentro uno scrigno
niellato da un mastro fiorentino,
e in una coppa a cui s'avvolge un cigno
ho un suo mazzo di rose a me vicino.
Ma le strofe che han musica d'amore
quale non l'udì mai regina in soglio,
le rose che de' suoi baci hanno odore,
non mi bastano più. Lui solo io voglio...!

II

Lui solo voglio. E pur quand'egli accanto
mi venga, favellandomi di cose
vaghe: d'una canzon che a volte io canto,
del cielo a notte o pur di queste rose,
io, lenta, straziando a poco a poco
il fazzoletto di fiamminga trina,
in vano attenderò che lanci fuoco
quell'anima ritrosa e adamantina.
Sdegna d'abbandonarsi: un delicato
senso, quasi un pudor nuovo il trattiene
dal dir ch'egli ha per me tutto obliato,
dal dirmi ch'ei mi vuol tutto il suo bene.



Evelina Cattermole Mancini

 


 

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