Non esistono racconti morali o immorali.  Ci sono solo racconti scritti bene o racconti scritti male.
Questo è tutto. Oscar Wilde

CHE LA LUNA ILLUMINI SUI TETTI
DI



 

 

Adamo Bencivenga Che la luna illumini sui tetti



Che le faccia tenerezza o la riempia di premura la rosa che in terrazza si confonde alla penombra, la rosa che suo padre la coltiva e poi la cura al tramonto o con la neve che gela all’imbrunire e gela la speranza che l’attesa sia breve sul viale che ricurva dove spunta un nuovo sogno, dove un’ombra, una figura che lei non ha mai visto, sia amore a prima vista o qualcosa che somigli ad un principe quasi biondo che s’avvicina maestoso tra le chiome di quei pini che corrono altrove ed un tram sui binari fa rumore di ferraglie.

Che poi si faccia sera affacciata alla finestra, la camicia già da notte ed i seni in trasparenza, pronti per l’amore per il principe di prima, o un eroe o disertore che ritorni dalla guerra, con una foto in bianco e nero, stretta contro il petto, un bagliore dietro i monti per i fuochi di natale, o la coda di una guerra o solo un temporale. Che le faccia tenerezza o ne faccia differenza la luna a mezza falce che illumini sui tetti, le antenne e i panni stesi che s’asciugano di notte, la gatta che trasporta i piccoli affamati, che li prenda con la bocca e li accarezzi con le zampe o li allatti al riparo dal freddo e le minacce.

Che le faccia tenerezza o la lasci indifferente, lo sguardo che s’appaia alla vista dei cortili, che dalle finestre e le tendine, dalle grate come gabbie, escano luci azzurre, grigie di televisione, suoni misti agli odori, di casa e di cipolla, di pianti e di bambini che non vogliono mangiare, che sanno di famiglia, di altre religioni, di spose fresche fresche alle prese con la cena, di giovani badanti che soffiano sul brodo, e lei fissa un solo punto sul viale che ricurva, indecisa al buio pesto della sua stanza al nono piano, se è l’ultima di notte o la prima del mattino, l’ora dove i grandi si baciano in bocca, se nell’altra stanza quei rumori e quei lamenti, siano frutto del suo sogno o gemiti d’amore.

Che le faccia tenerezza o ne faccia differenza quel principe cortese che sfiora le sue labbra, quel tram che a quest’ora si trasforma in carrozza trainata da cavalli guidata da un cocchiere, che si fermi e poi l’aspetti sotto il suo portone, per condurla lungo i viali d’alberi e fontane, lungo il sogno che ricorre quasi ogni sera, finché un brivido più intenso la riporti alla finestra, la riporti sulla strada e se ne faccia meraviglia, che sia un carabiniere in alta uniforme, oppure il pasticciere che s’alza molto presto, e prepara dolci e paste per gli avanzi della notte.

Che le faccia tenerezza, che le faccia meraviglia, che lieviti da dentro e gonfi quel suo seno, ancora di bambina, ancora troppo acerbo, alle mani di quell’uomo amico di suo padre, alle dita frettolose sotto la sua gonna, che ne faccia meraviglia, che la lasci indifferente, che fuori solo i cani si facciano la corte e niente e più nessuno sfidi questa notte, neanche quel barbone che ciuccia vino nelle buste come fossero due tette calde e nutrienti, tra lo squarcio che distante si fa viola, lilla e giallo, sul treno che lontano sbuffa all’orizzonte, sul tram che vicino la ridesta dal suo sogno. Che all’angolo del viale un uomo rida e l’altro pianga perché ha vinto un terno a lotto o perso la sua donna, che poi non era moglie ma soltanto la sua amante, quel giorno senza sole ed ancora ci ripensa, quel letto tutto sfatto in quella casa al mare, se non ci fosse mai andato, se non avesse avuto in tasca, la chiave che ha aperto l’inferno dentro il cuore, un uomo che la tocca e lei si fa toccare.

Che le faccia tenerezza come i cuori sui diari, ma poi non sa spiegare ciò che vede e ciò che sente, perché all’orizzonte non c’è nessun eroe, neanche la carrozza trainata da cavalli, ma solo una donna che s’intravede tra quei pini, che poi porti un cappello seduta su un bidone non fa certo differenza se un fuoco la riscaldi, che fumi o guardi l’ora oppure si ritrucchi nell’attesa di due fari che le diano quel senso. Che il mondo sia diverso senza mai saperne come, che il passato è un ventre caldo e il futuro questo viale, perché nulla avrà ragione, nulla un taglio netto, neanche in queste case dove ora c’è silenzio o un uomo si sta alzando per il turno del mattino, che poi sia quell’uomo adulto amico di suo padre, che poi siano le mani non fa certo differenza, neanche questa pioggia che ha deciso di cadere ed ora scende e cola dentro le grondaie, da sopra i cornicioni e lei dalla finestra, chiuda i vetri e s’addormenti nel suo letto di bambina, che la notte è passata e domani è un altro giorno.

 

 

FINE

 

Foto Jens Bergau

 

 
 
     
 

 

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