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Sono le 14,30 del primo d’agosto, m’affaccio furtiva alla
finestra, fuori c’è un sole che spacca l’asfalto, il parcheggio
dell’Eur è vuoto e deserto, solo una macchina impaziente che
suona, rimbomba fino a qui al settimo piano. Oddio come è tardi!
In ufficio nessuno, tutti in ferie, al mare, nel mondo, da
qualsiasi parte lontano da Roma.
Io e Sandro, per un mese da soli! Chi l’avrebbe mai detto, me lo
sentivo che sarebbe successo! Già qualche anno prima c’era stato
un approccio. Lui m’ascoltava senza dare un giudizio, sul mio
matrimonio che andava in macerie, tra me e mio marito una
voragine fonda, scavata ogni sera da incomprensioni e litigi. E
lui comprensivo che mi porgeva la spalla, e lui avvoltoio non si
è fatto scappare, quella tristezza che portavo di fianco, quella
rabbia incavata nel fondo degli occhi.
Le prime volte paziente mi accompagnava sotto casa, da perfetto
collega mi apriva lo sportello, parlavamo di me e della mia
sorte più nera, del tempo sprecato a rimettere insieme, cocci e
rimpianti d’un matrimonio fallito.
Dopo un mese preciso ci hanno atteso frondosi, due tronchi di
pino vicino al Raccordo, non vi erano dubbi che si sarebbe
fermato, solo pochi minuti per confessarmi sincero, che da
sempre non aspettava che il caso, il coraggio per dirmi che
all’alba ogni giorno, nel sogno o già sveglio lo andavo a
trovare, vestita di niente o con un reggiseno a fiori, vestita
di bianco con pizzi e merletti. Non v’erano dubbi che sarebbe
successo, siamo rimasti due ore a guardare il tramonto, con la
sua mano che m’accarezzava la spalla, con il suo fiato più caldo
che m’arricciava i capelli. Non era solo conforto e ne avevo
bisogno, ed il passo era breve come un lampo di sole, al primo
colore d’arancio stampato, sul parabrezza e dentro i suoi occhi,
che filtrava sulle chiome dei pini marini, che accecava quel
bacio così lungo e impaziente, e lui impacciato slacciava ansie
e bottoni, ed io impacciata scendevo con la testa di fianco, e
con occhi chiusi baciavo quel mondo, baciavo la voglia di
sentirmi inghiottita, nelle viscere calde di un amore
accogliente.
La sera a casa mio marito si è accorto, che qualcosa nell’aria
stava cambiando, dalle mie labbra più fredde, testarde e restie,
dalla mia aria distratta in eterno conflitto. Da quel giorno
quel dubbio l’ha reso più mite, quel sospetto ha appianato ogni
sorta di screzio, tanto che, nonostante gli impegni, da quella
volta ogni giorno, si è fatto trovare, alle 14 e 30 sotto il mio
ufficio, per essere certo d’aver preso un abbaglio, e sua moglie
era santa e lui un cretino, d’aver pensato che un uomo, un
collega qualunque, potesse recidere quella gemma di pelle, quel
germoglio accennato non ancora maturo, che lui coltivava ogni
sera nel letto, sperando che un giorno potesse sbocciare.
Con Sandro purtroppo diradammo gli incontri, continuando a
vederci la mattina a buonora, davanti al caffè sotto l’ufficio,
o in una stradina a fare progetti, ma la nascita di Giovanna, mi
ha reso diversa, allontanandomi di fatto da quel futuro
precario, dove insicura ero entrata ogni volta, per attenuare
quell’ansia di donna incompiuta, di femmina al bivio e madre
mancata.
Quel ricordo è rimasto e mi scombina la mente, a Margherita l’ho
detto, l’ho ripetuto più volte, perché oltre il mio capo è la
mia amica migliore: “Con lui non ci resto, ti prego, cambiami il
turno.” Ha riso dicendo che sarebbe stata una prova: “Chissà nel
frattempo t’avrà pure scordata!”
Mi sembra una vita, ma solo ieri è successo, quando son tornata
in stanza pensosa, con la consapevolezza che nulla sarebbe
accaduto, che il mio amore per Giovanna andava oltre quel bacio,
quando scendevo con la testa di fianco, tra due tronchi di pino
vicino al Raccordo.
*******
Sono le 14,30 del primo di Agosto. Oddio come sono in ritardo!
Che pazza che sono, mio marito che suona, ed io qui in piedi
nuda senza pudore, a mostrarmi più bella a quest’uomo seduto,
che mi guarda e mi scruta tra le gambe che mostro, tra le rughe
dell’anima che sanno di sesso. Non porto il reggiseno, me la ha
tolto prima di dirmi ti amo, non porto la gonna, l’ho tolta alle
8,40, dopo il primo buongiorno, il primo caffè e un sorriso
ammiccante. Abbiamo fatto l’amore tre o quattro volte, ed ancora
mi guarda, ancora mi cerca, e precisa è tornata più netta, la
sensazione infinita d’essere un’altra, con il desiderio staccato
dal cuore e la mente, obbediente e disposta al richiamo del
sesso, come se Giovanna, mio marito, il lavoro, fossero stati
soltanto un mero pretesto.
Il cellulare suona ed io non rispondo, il clacson suona ed io
non m’affaccio. Chi se ne frega se continua a suonare, tanto non
sa che sono con Sandro e non può immaginare ciò che accade qui
dentro. “Oh Sandro, Sandro! Ti prego fai in fretta.” Non mi dà
tregua ed io non penso nemmeno, a respingere netto questo fuoco
che ora, torna deciso, dove mai ho sentito, questi brividi densi
che mi marcano spessa, la linea invisibile tra ragione e follia.
E’ crollato tutto, neanche un “ti prego”, “Un aspetta, magari il
primo giorno parliamo!” Buoni propositi sgretolati in un niente,
come un colpo di vento che ti toglie la gonna, sorpresa a
pensare dove nel tempo, negli anni ho soffocato la brama, dove
la voglia che m’ha gonfiato le labbra, questa bocca perfetta che
non ha sbagliato una mossa, respiri e saliva sincronizzati ai
suoi baci.
Cerco la gonna in tutte le stanze, chissà su quale scrivania
m’ha presa per prima? E lui ancora mi segue, ancora mi vuole, ma
il clacson suona e il cellulare non smette. Eccolo di nuovo, sul
corridoio dentro una nicchia. Avete mai giocato a Baseball?
L’effetto è lo stesso quando aspetti la palla ed impugni la
mazza. Sono secondi dove intorno c’è il nulla, sono attimi
intensi e ci guardiamo negli occhi. “Oddio Sandro, fammi andare,
ti prego.” Ma quale ti prego! E’ solo coscienza, non certo di
carne e non viene dal basso! “Fammi morire, non smettere ti
prego, continua ad inseguirmi e lascia che io scappi, perché è
più bello sentirsi una preda, giocare coi ruoli di femmina e
maschio.” Lui non mi molla, mi sazia e m’affama, mi spinge, mi
ferma, mi tappa la bocca, come se ad ogni colpo ne aspettassi un
altro, più intenso e più forte di quello passato. Mi dimeno e
poi corro e poi mi blocco, l’attendo ansimante in un gioco
sottile, con le urla scomposte di donna che chiede, di uomo
disposto a ridarmi vigore, un tono e un colore al fiore reciso,
a ridare una forma ai miei seni abbondanti, per troppo tempo
spremuti come buste di latte, lasciati appassire tra orari e
pappette.
Sono le 14.30 ed è solo il primo d’agosto. Oddio che bello ogni
giorno lo stesso, per un mese l’amore, ogni volta più intenso,
per un mese la bocca di velluto e di seta, questo corpo di
pietra, d’antico romano, tra mio marito che suona ed io che ora
m’affanno, tra il cellulare che squilla ed il reggiseno
scomparso. Ma in quale stanza l’avrò poggiato? Lui m’aiuta a
cercarlo, ma è solo una scusa, ora nel bagno, sul divano
d’entrata, sul tavolino di noce nella sala d’aspetto, sulla
moquette nella stanza del capo, Dio che effetto, mi sento
volare, supina l’aspetto a carponi l’accolgo, come se fosse la
prima volta da sempre, come una vedova dopo anni di lutto.
Solo le 14.30 e di corsa mi infilo le scarpe, prendo la borsa e
lui freme e mi bacia, m’insegue e mi coglie mentre m’aggiusto la
gonna, mentre scendo le scale e m’arruffa i capelli, e precaria
per poco non cado per terra, e sicura per tanto gli offro la
bocca, e incosciente l’aspetto tre gradini più in basso, Dio
sono senza reggiseno, ma il cellulare non smette, ma che importa
se suona, chi se ne frega se aspetta, quando dietro c’è un
maschio che mi dà la misura, del tempo passato da quei due
tronchi di pino, dalla nascita di Giovanna, da un sogno mai
domo, fino ad ora che esco e mi trovo davanti, un piazzale
infuocato di una Roma deserta, l’aria allarmata di mio marito
che chiede.
“Buongiorno mio caro. Un contrattempo imprevisto, il solito
cliente un attimo prima, un fax da fare prima di chiudere
tutto.” Mi bacia ed io gli offro la guancia, ora è attento a
guardare la strada, a dirmi che m’ama, a sfiorarmi la mano, a
ringraziare la sorte che ci ha fatto incontrare. Mi rilasso, lo
guardo e gli offro un sorriso, mentre sbadata ripenso d’essere
nuda sotto la maglia. Oddio spero che non s’accorga, perché i
miei seni ora ballano ad ogni frenata, e impalpabili oscillano
nonostante una quarta, li sento leggeri, infantili, giocosi,
come se davvero fossi indietro negli anni, e nulla fosse
accaduto perché ero in un sogno, nulla di nulla, soltanto
lavoro, mi convinco e lo prego d’accostare un momento.
Ora sì che mi sento tranquilla, ora sì che lo bacio e gli dico
tesoro, e mi do della pazza: “Ma che vado a pensare?” Perché
nulla di nulla è potuto accadere, se non fosse per la mia mania
di inventare le storie, e raccontarne i dettagli come fossero
vere, per sentirmi diversa, intrigante e signora. Ed inventarmi
un giorno, il primo di agosto, un ufficio vuoto e un collega che
vuole, e tra le scrivanie mi reclama e mi prende, in nome di una
storia passata nel tempo, tra due tronconi frondosi vicino al
Raccordo. Ed io che mi lascio baciare, per desiderio e per noia
oppure per altro, che pazza che sono, ma cosa vado a pensare, al
punto che quasi ci avevo creduto!
Sento le parole di mio marito che mi chiamano amore, i suoi baci
caldi sul collo e le spalle, gli dico di far presto diretti a
casa, perché se ci penso sono giorni che aspetto, e sento
l’astinenza che mi da’ brividi e brucia, sudori bollenti lungo
la schiena, tremiti intensi senza respiro. Lui riparte ed io gli
dico di accelerare, di passare col rosso perché è un’emergenza,
lo sprono, lo incalzo, perché vada più in fretta, lui con una
mano regge il volante, con l’altra m’accarezza sotto la gonna,
chiudo gli occhi e sento la mano, chiudo gli occhi e mi sento
felice, adagio la testa sullo schienale, ripenso a quella storia
e rido di cuore, mi prometto che un giorno scriverò dei
racconti, ma scuoto la testa ed apro la borsa, in cerca di
occhiali per questo sole accecante, e senza risposta allibita mi
chiedo, come sia possibile che il mio reggiseno a fiori, sia
finito per sbaglio tra le chiavi e il rossetto?
LETTERA ANONIMA
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