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Una
terra arida e secca, inesistente agli occhi del
mondo. Dove sembra d'esser al centro
dell'Inferno del sole che sbriciolava a poco a
poco i granellini di sabbia ed essiccava la
pelle.
Conflitti e violenze che si ampliano tra le
ombre del giorno e della notte, che a far
spazio, a danneggiare ancora di più questa terra
povera, sono le malattie invane.
Analfabetismo non solo per leggere e parlare, ma
anche comprendere "cuore e mente".
Ruggiti furiosi di esseri umani che si
scambiavano con quelli dei leoni feroci e
selvatici della savana.
Il veleno dei serpenti è il nostro DNA sin dalla
nascita … difficile e incurabile il dolore
immerso nel nostro corpo, che mai se ne andrà.
Ecco dove venni alla luce io, in una terra
chiamata Zimbawe, una dei Paesi più poveri del
mondo dove, nell'anno in cui nacqui, ci fu un
terribile conflitto che fece migliaia di vittime
tra due gruppi chiamati “ZANU E ZAPU” dal 1983
fino al 1988, quando si tornò alla pace con un
accordo che li unì in un nome solo: “ZANU PF”.
Sono un'afroamericana. Mio padre si chiama
Robert Taw e vive a New York. Mentre mia madre,
si chiama Aisha Badou.
Si conobbero verso la fine del 1980, in un
piccolo centro di "Medici senza frontiere", lui
era uno dei migliori.
La loro storia durò fino a quando lui non seppe
che mia madre aspettava da pochi mesi una nuova
vita. E così scappò, anche perché nel 1983 ci fu
quel famoso conflitto e il suoi colleghi medici
tornarono a New York.
Da quell'anno, mia madre non ebbe più notizie di
lui, non seppe più nulla, come se fosse stato
inghiottito dalla Terra. Non sapeva nemmeno se
fosse tornato a casa sano e salvo!
Ricordo ancora che mia madre lo aspettava
sempre, guardando dietro a quella piccola
finestra un po' rotta e sbiadita, con le braccia
incrociate e gli occhi pieni di speranza.
Lo ha sempre amato, sin dalla prima volta che
l'ha incontrato. Custodisce una sua foto tra le
mani, tenendola sempre stretta a sé ed
appoggiandola poi al suo petto sinistro, dove il
cuore batteva ancora per lui, come la prima
volta.
Alle volte capitava che mia madre lo ricordasse
e mi guardasse negli occhi, perché abbiamo lo
stesso colore. Un azzurro chiaro.
Oppure capitavano piccole incomprensioni tra
madre e figlia e diceva: “Hai lo stesso
carattere di tuo padre … un testardo!” o quando
era serena: “"Sei buona come tuo padre”.
Quando mi parlava di lui, aveva gli occhi che
brillavano. E mi affascinava conoscerlo in quel
modo. Il mio più grande sogno, era proprio
quello di conoscere mio padre. Sperai, però, che
fosse ancora vivo.
La mia vita in Zimbawe non era stata affatto
facile. La povertà era incredibile in quel
luogo, soprattutto dopo quel gran conflitto.
La mia famiglia era poverissima. Io vivevo con
mia madre e mia nonna, con la quale avevo un
bellissimo rapporto, quasi come fosse una
seconda madre.
Cercavo di aiutarle, andando a lavorare in un
bar molto lontano dal mio minuto villaggio.
Avevo 14 anni.
Dovevo camminare a piedi tutti i giorni per
molti chilometri anche se, ogni tanto, capitava
che la mia migliore amica, Jolia, mi
accompagnasse con la bici.
Ho un bellissimo ricordo di lei. Era fantastica,
come fosse stata una sorella. Avevamo anche la
stessa età. Purtroppo, però, la sua vita non
durò a lungo. Morì a 17 anni e mezzo, a causa
della malaria.
Mi trovavo in una situazione disastrosa. Avevo
la forte necessità della presenza di un padre al
mio fianco.
Soffrivo nel vedere che altri ragazzi del
villaggio avessero un padre mentre a me era
stato negato. Li invidiavo.
Avrei voluto sapere, almeno una volta, cosa si
provasse ad avere un padre.
Purtroppo, dopo 3 mesi dalla morte della mia
migliore amica e dopo aver compiuto 18 anni,
morì anche mia nonna, per una forte polmonite.
Ricordo ancora i minuti prima del suo addio. Mi
chiese di avvicinarmi a lei. Avevo il cuore
spezzato.
Vidi che la sua mano s'infilò nella sacca del
vestito dal quale tirò fuori alcuni soldi. Me li
porse e disse: “Tieni tesoro, questi sono per
te”.
Presi i soldi e la guardai incredula,
sussurrando con voce tremante: “Nonna, ma questi
soldi sono per me? T'ho detto che non voglio
sposarmi con Ahim!”.
Mi sorrise e disse: “Vai da tuo padre … è vivo,
me lo sento. Insegui il tuo tesoro, piccola
mia.” poi fece un profondo sospiro e diede un
forte colpo di tosse, per poi aggiungere
affannosamente: “Questi soldi li ho conservati
per te”.
“E mia madre?” le chiesi.
"Lo sai … tua madre non verrebbe mai via con te.
Ama questo villaggio, anche se non le offre
nulla. Ma tu, invece, puoi andare … sei
giovane.” sospirò ancora, mentre la sua voce
divenne roca: “Vai in America. Lì avrai fortuna,
fidati.” sorrise lievemente, accarezzandomi il
viso con la sua mano rugosa che emanava
spossatezza e terminò dicendo: “Ti starò sempre
vicina … ciao piccola, Aisha”. e chiuse gli
occhi per riposare in eterno.
Piansi per un dolore sconosciuto. La abbracciai
forte e cercai di svegliarla, come se si fosse
solo addormentata, perché non accettavo la
realtà, dura e crudele.
Da quel giorno trascorsero due settimane. Io e
mia madre non riuscivamo più a sopravvivere,
poichè Ahim, il figlio del proprietario del bar
in cui lavoravo, mi aveva licenziata solo perché
lo avevo rifiutato. Non volevo sposarmi con lui.
C'erano anche altri due ragazzi del villaggio
che mi chiedevano in sposa, ma ero e continuavo
ad essere contraria al matrimonio, malgrado mia
madre aspettasse che mi sistemassi. Sapevo che
aveva riposto molte speranza in Ahim, perchè
aveva il denaro sufficiente per aiutarci a
sopravvivere.
I soldi di mia nonna, intanto, li avevo ben
nascosti ed ogni giorno ripensavo all'America.
Ero triste all'idea di lasciare mia madre.
Poi arrivò il giorno in cui mi decisi e presi la
mia decisione: “Voglio andare in America!”
esclamai.
Camminai a lungo, fino ad arrivare al centro.
Entrai in un'agenzia per chiedere il prezzo del
biglietto aereo.
Scoprii sfortunatamente che mancavano molti
altri soldi. Il costo del biglietto era elevato.
Eppure la ragazza che lavorava in agenzia,
riuscì a venirmi incontro con una soluzione
low-cost.
Ebbi, quindi, finalmente il biglietto fresco di
stampa tra le mani.
La partenza era prevista per il giorno
successivo. Dovevo solo parlarne a mia madre,
anche se era difficile.
Nel tornare a casa, pensai che quando fossi
riuscita a trovare un buon lavoro in America,
avrei finalmente potuto aiutare anche mia madre.
Sorrisi a quel pensiero. E proseguii per il mio
cammino.
Tornata a casa, andai di corsa in camera a
preparare una borsa per il viaggio. Mia madre
entrò in camera e, in silenzio, osservò la borsa
appoggiata su una sedia che aspettava i vestiti
che le riponevo all'interno.
“Cosa fai?” mi chiese con voce tremante e
proseguì: “Cosa sta succedendo?” terminò.
“Vado in America” le dissi senza mezze misure,
mentre riponevo i vestiti nella mia vecchia e
malandata borsa di finto cuoio scuro.
“In America?” ripeté incredula, per poi
riprendersi dallo stupore che l'aveva colta in
fragrante ed aggiunse: “E i soldi … chi te li ha
dati?”.
La guardai con aria mesta. Ero triste, ma
risposi: “Mia nonna. Li ha conservati per me …
per farmi andare in America”.
Rimase senza parole per un paio di secondi, fino
ad aggiungere un'ulteriore domanda: ”Che
intenzioni hai?”.
“Voglio andare a cercare mio padre” le rivelai
senza pudore e senza timori.
"E mi lasci da sola? Proprio ora che ho bisogno
di te? Che abbiamo bisogno di stare insieme,
unite?! E poi, conoscendo le nostre condizioni,
hai speso dei soldi per comprare un biglietto
per l'America piuttosto che per andare a
procurarti da mangiare?” chiese, incredula.
“Mamma ...” sospirai, ma non aggiunsi altro.
Mi guardò severa. Imperterrita. Non aveva avuto
neanche il tempo di sapere, di capire, di
realizzare quel mio programma.
Sapevo di non avergliene dato, perché temevo una
sua reazione contraria. Temevo potesse
convincermi a restare. E temevo che quel
coraggio che si era fatto avanti in me, non
tornasse più per permettermi d'intraprendere
quel viaggio.
In seguito aggiunsi: “Il biglietto di ritorno lo
comprerò solo quando riuscirò a trovare un
lavoro.” con tono deciso e quasi noncurante, ma
la verità era che a lei pensavo e che se avevo
deciso di partire era per entrambe.
Mia madre mi guardò stralunata. Aveva gli occhi
lucidi, come se stesse per piangere. Si avvicinò
per dirmi con voce più tenera: “Piccola …
l'America è grande, cosa farai lì?”.
"Me la caverò.” risposi prontamente: “Come ho
sempre fatto.”
Ci guardammo dritte negli occhi e ci
abbracciammo, per finire con lo scoppiare in
lacrime.
Mi sussurrò ad un orecchio:"Stai attenta,
piccola mia, io ho solo te in questo mondo e ti
voglio bene.”
Le risposi che se fossi riuscita a comprare un
altro biglietto, lei sarebbe partita con me.
"No, tesoro” rispose, invece: “Io non lascerò
mai questo posto.” aggiunse per terminare: “Vai
… ma non dimenticarti di me”.
"Mai!” esclamai in lacrime: “Non potrò mai
dimenticare la grande donna che mi ha fatto
nascere e crescere. Sei stata e sei mia madre e
mio padre”.
Il giorno che seguì ci salutammo. Mi recai così
all'aeroporto di Joshua Mqabuko Nkomo, Bulawayo.
Ero in ansia. Il viaggio era lunghissimo e
sapevo che avrebbe potuto nascondere molte
insidie ed imprevisti. Tremavo. In seguito,
però, dopo aver occupato il mio posto a bordo,
mi addormentai per molte ore.
Una hostess mi svegliò dicendo che ero arrivata
a destinazione e che avrei dovuto cambiare
orario.
Dove lo cambiavo l'orario, se non avevo nemmeno
l'orologio? Mah ...
Scesi dal velivolo ed entrai in aeroporto.
Respirai profondamente un'aria diversa, completamente
diversa.
Uscii dall'aeroporto. Ero eccitata, sorridevo in
continuazione. E pensare che il giorno prima il
mio orizzonte era fatto di aridità, caldo, sole
e solitudine infinite.
Mi addentrai in un mondo diverso dove la
vegetazione era sostituita da terra secca e le
case rotte da palazzi giganteschi fatti di 30 o
forse più piani.
Auto, tecnologie, lavoro, gente, tutto questo
era sorprendente per me.
Ma non dovevo volare troppo con la fantasia e
l'entusiasmo. Dovevo trovare assolutamente un
lavoro e poi una camera dove dormire.
Conoscevo l'Inglese, perché lo avevo studiato
grazie a mia madre e lo avevo praticato al bar
in cui lavoravo, quindi, non si sarebbe
presentato alcun problema nel parlare con la
gente per raccogliere le informazioni che mi
sarebbero servite a sistemarmi per l'inizio
della mia avventura.
Inizialmente, girai per la città in modo
confuso, senza una meta. Non ero abituata a
vedermi circondata da tanta gente. In ogni
angolo correvano, parlavano, telefonavano con
cellulari di ultima generazione, apparecchi
incomprensibili, ma fantastici. Ero come
estasiata.
Chiesi informazioni presso un paio di
affittacamere, ma mi accorsi che i soldi non
bastavano. Avevo giusto gli spiccioli necessari
a sfamarmi con un panino e a comprarmi una
bottiglietta d'acqua.
Infine, entrai in un pub, esausta. Mi sedetti
presso un tavolino, sconfortata.
Appoggiai la mia vecchia borsa su di una sedia
affianco a me ed appoggiai i gomiti al tavolo,
guardandomi attorno.
Mi sentivo strana. Avevo la sensazione che
qualcuno mi osservasse. E, infatti, mi accorsi
quasi subito che alcuni ragazzi seduti affianco
al mio tavolo, non facevano che sbirciarmi e
confabulare. Ma che avevano tanto da guardare e
da parlare?
“Ciao … ordini qualcosa?” mi chiese una
cameriera dai 45 anni in su nell'avvicinarsi al
tavolo che avevo occupato.
“Ciao” risposi con un sorriso lieve: “Vorrei un
panino e … una bottiglietta di acqua naturale:
quanto costano?” arrivai subito al punto, col
timore di non riuscire a pagare tutto, poiché
avevo pochi soldi.
La donna scrisse seriosa su di un block notes la
mia ordinazione e rispose: “Sei nuova, per
caso?”
"Sì” risposi con un certo imbarazzo: “Perché?”
chiesi.
“Beh, si vede e si sente … da dove vieni?”
commentò per poi chiedere ancora.
“Io?” balbettai quasi: “Dall'Africa …
precisamente dallo Zimbawe” precisai.
“Ah … sei sola?” mi chiese ancora.
"Ehm … sì” risposi senza riuscire a dire altro.
In seguito un signore la chiamò e mi disse:
“Scusa, il lavoro mi chiama, ti porto il
panino”.
Venne a portarmelo dopo circa 10 minuti. Era
buonissimo. Non avevo mai mangiato nulla del
genere. Era il mio primo, vero panino!
La cameriera, intanto, si sedette di fronte a me
e riprese il filo del discorso, tornando a fare
domande: “Allora, dicevi? Perché sei qui? E poi
da sola?”.
Parlai in breve della mia vita e sospirò solo
con un “Beh ...” per poi guardarsi attorno ed
aggiungere: “Qui avremmo bisogno di una bella e
dolce cameriera, di una … proprio come te!
Quindi, se ti fa piacere, potresti lavorare
proprio qui!” esclamò, infine, sorprendendomi.
Rimasi incredula e piena di gioia allo stesso
tempo. Non era passato neanche un giorno che già
avevo trovato un lavoro!
“Davvero?” le chiesi per accertarmi di aver
capito bene: “Grazie, comunque, grazie
infinite!” esclamai sorridente.
Ricambiò il mio sorriso e disse: “Non ti
preoccupare … poi a dormire vieni per qualche
tempo a casa mia. I miei figli sono all'estero e
io sono divorziata” mi raccontò.
“Ah … mi … mi dispiace" commentai, balbettando
ancora.
"Fa nulla … sono passati già 5 anni. Allora,
rimani qui e ti faccio vedere come devi
lavorare, ok?”.
Rimasi lì, in quel pub, finchè non venne l'ora
di fine turno per Lily. Andammo a casa sua. Era
al piano di sopra del pub, quindi a lavoro,
avrei fatto presto.
Le raccontai la mia vita, così come lei la sua.
Sembrava davvero una brava donna, allegra e
comprensiva.
Avevo una gran voglia di chiamare mia madre, per
dirle che stavo bene e che in poche ore avevo
avuto già la fortuna di trovare un lavoro e un
posto per dormire, oltre alla gentilezza di una
persona fantastica, un angelo.
Passarono 2 mesi. A New York mi trovavo molto
bene, anche se mi mancava un affetto familiare.
Ogni fine settimana spedivo a mia madre i soldi
che guadagnavo. Inoltre, le raccontavo la mia
vita per lettera.
Le promisi che quando avessi conservato
abbastanza soldi, le avrei comprato un
cellulare, così avremmo potuto sentirci più
facilmente.
Non ricevevo sue lettere, perché le avevo
raccomandato di conservare i soldi che mandavo.
Il lavoro andava alla grande e, inoltre,
sembravo anche molto corteggiata, sebbene avessi
altro a cui pensare e non volessi una
relazione instabile.
Sognavo sin da piccola un amore da favola … come
tutte le bambine che sarebbero cresciute. Poi
col tempo, ci rendiamo conto che le favole
restano tali e che la realtà è ben diversa.
Nella realtà l'amore è quasi sempre
"un'avventura", non certo una favola!
Un'avventura nel trovarla ed un'altra nel
viverla!
Una mattina poi la mia vita cambiò
completamente.
Mentre stavo lavorando al turno di sera,
entrarono nel pub un gruppo di uomini intorno ai
40 anni. Mi notarono subito. Mi guardavano,
osservavano, studiavano e ridacchiavano.
Provavo un profondo disagio, ma continuai a
lavorare come se nulla potesse turbarmi.
Chiesi al mio compagno di lavoro il motivo per
il quale quegli uomini stessero ridendo e mi
rispose che, probabilmente, piacevo loro.
Si avvicinò a loro per sapere se volevano ordinare
qualcosa, per capire quali intenzioni
avessero e tornò dicendomi: “Vogliono parlare
con te … aspettano che io ti porti i drink da
servire loro al tavolo”.
"Che vogliono ora?" pensai, a quel punto. E,
quando portai loro i drink che avevano ordinato,
mi fermarono ed uno di loro mi chiese: “Scusa,
possiamo rubarti un secondo?”.
“Sì … ditemi!" risposi un po' titubante, ma
cercando di non dimostrarlo.
“Non sei di queste parti, eh?” sorrise.
“No, vengo dall'Africa, perché?” risposi a mia
volta, cercando di capire cosa volessero
realmente.
“Si vede, lo sai? E sei venuta a cercare
qualcuno … vero? O almeno fortuna, giusto?”
disse quell'uomo, convinto di ciò che affermava,
pur non conoscendomi affatto.
Rimasi sorpresa, ma risposi: “Sì …
quindi?”cercai una motivazione a quel dialogo,
ma non la trovai, poiché non riuscivo a capire
cosa volessero.
“Qualcuno?” rispose un altro seduto di fronte a
quello che stava aprendo bocca con me.
E tra un giro di parole e l'altro, mostrai loro
la foto di mio padre.
“Ma sì … lo conosco, è Robert Taw!” esclamò uno
di loro.
I miei occhi luccicarono dalla gioia: "Davvero
conoscete mio padre?" chiesi con un enorme
sorriso.
"Sì, certo e ha parlato molte volte di te, sai?
Anche se non ti è mai venuto a cercare perché,
sfortunatamente, tuo nonno non si è sentito
molto bene … e da pochi mesi è morto. Ora sta a
pezzi, poverino”.
“Come lo conoscete? Siete amici?” chiesi, per
comprendere meglio la situazione.
“Sì. Ci siamo conosciuti nel corso di un
programma televisivo … lo sai, lui ha fatto
l'attore, dopo essersi licenziato dal gruppo di
“Medici senza frontiere”, non era il tipo per
quelle cose.” commentò quell'uomo con un sorriso
beffardo sulle labbra, per poi proseguire: “Ma
ora non ci sentiamo più proprio per ciò che è
successo a suo padre, ah … povero Robert!
Anch'io sono un attore … e, nel tempo libero,
stilista” disse.
Ero incredula, ma contenta ed affermai: “Non
sapevo che mio padre parlasse di me e che
facesse addirittura l'attore!” esclamai col
sorriso.
Quell'uomo, inoltre, cominciò a farmi dei
complimenti, dicendo che avevo un bel viso e che
avrei potuto fare la modella, piuttosto che
sprecare il mio tempo in un pub. Inoltre, avrei
avuto l'opportunità di conoscere mio padre.
Ero d'accordo.
Prendemmo un appuntamento per la mattina
seguente.
Prima di andar via, disse: “Okay Jalia … Taw!"
si alzò imitando i suoi amici che accompagnai
anche fino all'uscita, per poi sentirmi dire:
“Ehi … mi raccomando, non dire a nessuno di
questa cosa, ok?".
"Perchè?" chiesi.
"Perchè sai … la gente da queste parti è
invidiosa, ama fare pettegolezzi inutili per
ogni cosa, anche per non farti fare una carriera
diversa, per non farti diventare famosa e … se
sapessero che sei anche la figlia di Robert,
potrebbero avere delle ostilità nei tuoi
confronti” terminò.
“Okay” annuii: “Starò zitta”.
Quando tornai a casa di Lily, dissi una bugia:
avevo trovato mio padre, proprio mentre stavo
lavorando ed avrei voluto andare a vivere con
lui.
Sembrava entusiasta, anche se un po' triste per
il fatto che me ne sarei andata: era abituata
alla mia presenza in casa e si era affezionata a
me, aveva imparato a volermi bene come ad una
figlia.
Il giorno che seguì incontrai gli stessi uomini
in prossimità del pub. Erano in auto. Mi fecero
entrare e mi accompagnarono in un luogo
bellissimo.
Una villa grandissima, a due piani e una piscina
… sembrava una villa hollywoodiana!
Mi accompagnarono dentro e conobbi altre 10
ragazze.
"Ragazze, domani si terrà per voi il book
fotografico, quindi … preparatevi!” annunciò uno
di loro.
Il book fotografico, mio padre, diventare famosa
… sembrava che la mia vita stesse cambiando di
punto in bianco senza neanche che me ne rendessi
conto. Mi sentivo felice. Ingenuamente felice,
proprio come una bambina che sta vivendo la sua
favola.
Il giorno dopo, ci organizzarono per la
realizzazione del book fotografico e, dopo due
settimane, ci dissero che avremmo partecipato ad
una sfilata importante. La sfilata di uno
stilista molto famoso, anche se non lo
menzionarono.
Ci portarono a fare shopping e ci comprarono
tantissimi abiti costosi.
Avevo un buon rapporto con le ragazze,
soprattutto con una di loro: Melania. Anche se
nessuna avrebbe potuto sostituire la mia
migliore amica.
Arrivò il giorno tanto atteso: la mia prima
sfilata. Ero eccitatissima. Non riuscii a
chiudere occhio per tutta la notte precedente
insieme a Melania, che era più eccitata di me.
Verso le otto di sera, ci dissero di andarci a
preparare e alle 23:30 partimmo con le loro
auto.
Entrammo in un locale enorme. C'erano tutti
uomini e in fondo un altro gruppo di ragazze …
forse altre modelle?
Ci condussero nei camerini, dove in seguito ci
venne a chiamare il nostro capo, Richard:
“Ragazze, presto, andate a sfilare … siete
pronte?”. Corremmo subito in pista e sfilammo.
Sembrava una strana sfilata. Diversa dalle
altre. Era presente un pubblico di soli uomini.
Quando Richard disse col microfono che la
sfilata era finita, scendemmo dal palco a
prenderci un drink … almeno le altre, perché io
presi una semplice bibita.
Mi si avvicinarono due uomini sui sessant'anni
molto predisposti ai complimenti ed un ragazzo
dagli occhi chiari ed i capelli biondi che mi
disse: “Ehi … bella, ciao, piacere … Ted” con
fare deciso per stringermi la mano e riuscire ad
allontanare tutti gli altri.
"Piacere, Jalia" risposi un po' emozionata.
"Bellissimo nome .. .proprio come te … i tuoi
occhi. Sei bellissima” disse facendomi arrossire
dall'imbarazzo.
Chiacchierammo per un po'. In seguito mi chiese
di seguirlo e ci ritrovammo in una camera della
villa. Una camera molto sontuosa, elegante,
raffinata. Un letto, un tavolo, lo champagne e
due bicchieri.
Disse: “Starai meglio qui … in salone c'era
troppa gente”.
”Sì, infatti” risposi.
Ci sedemmo ai piedi del letto e bevemmo
champagne. Era la prima volta che provavo
qualcosa del genere. Non mi piaceva, ma lo
assaggiai.
Il giovane, invece, bevve parecchio, uno, due,
tre bicchieri ed iniziò ad avvicinarsi
lentamente per baciarmi al collo.
Provai dei brividi sconosciuti. Ricordai il
primo bacio quando avevo solo 15 anni. Era stato
il bacio dato da un ragazzo che era solo un
amico, facendo il gioco della bottiglia insieme
ad altri ragazzini del mio villaggio. Ed ero
ancora vergine.
Mi scostai un po' e gli chiesi: “Che stai
facendo? Non stai correndo un po' troppo?”.
“No, ma che dici?" chiese a sua volta e continuò
a baciarmi sul collo, fino ad arrivare alle
labbra. Mi rifiutai, alzandomi dal letto, per
andare verso la porta ed uscire. Quando lui,
improvvisamente, mi prese per il gomito e disse:
“No, tu rimani qui!" esclamò alzando la voce ed
avvicinando nuovamente le sue labbra alle mie.
Lo respinsi con le mani. Era completamente
ubriaco, l'alito gli puzzava di champagne. Mi
sentivo in trappola.
Lui non ebbe una buona reazione. Mi chiamò:
"Puttana" e mi diede uno schiaffo, un altro e un
altro ancora. Poi mi portò a letto per i
capelli, per sbattermici violentemente. Mi fece
male alla testa.
Iniziai a piangere e a tremare. Chiedevo aiuto
ma nessuno sentiva. Ed infine … mi violentò.
Passarono due ore. Ero immobile, distesa sul
letto. Mi sentivo indolenzita. Avevo lo sguardo
fisso al soffitto e … la testa vuota.
Sembrava un sogno brutto, irreale, così tremendo
che avrei voluto svegliarmi, ma ero già sveglia
… non era un incubo, era la realtà.
Mi voltai lentamente verso il lato destro e vidi
Ted che dormiva. Mi chiesi perchè un ragazzo
così bello e apparentemente dolce avesse potuto
farmi violenza. E mi sconvolse constatare che
nessuno, in quel lasso di tempo, mi era venuto a
cercare. Dove erano andati a finire gli altri?
Mossi un po' le mani e pian piano mi alzai dal
letto, rimanendo seduta. Iniziai a pensare e
pensare, senza freni.
Sentivo freddo. Incrociai le braccia, per
strofinarmele con le mani e mi accorsi che avevo
dei graffi.
Che stava succedendo in quel momento? Non potevo
pensare che l'amore fosse stato così violento. E
poi … amore, quale amore? Io ero stata a letto
con un uomo che neanche conoscevo. Dove avevo
sbagliato?
Quando sentii d'improvviso una carezza sul mio
capo, fino a scendere alla punta dei miei lunghi
capelli.
“Ciao piccola … divertita?” chiese Ted nel
risvegliarsi con un sorriso ebete. Non risposi.
Avrei voluto picchiarlo, ma ero solo una debole
e fragile ragazza.
Abbassai lo sguardo, senza dire nulla e lui
proseguì: “Oh, non mi dire che questa era la tua
prima volta? Cucciola … vabbè, è solo l'inizio,
ti ci abituerai”.
Abituare? Che cosa voleva intendere per
“abituare”? E poi con chi, con lui? Preferivo
tornarmene di nuovo in Africa piuttosto che
abituarmi alla violenza sessuale.
Si alzò dal letto e andò a raccogliere i jeans
che aveva buttato a terra. Scavò in una tasca e
disse: "Tieni", gettando dei soldi a terra,
verso di me. Erano molti soldi. Ben 750 Dollari.
“Solo perché sei ancora inesperta e mi fai un
po' pena” disse.
Ancora non parlai. Mi coprii solo con il
lenzuolo. Non li raccolsi quei soldi da terra,
perché erano “sporchi”. Si avvicinò ad un mio
orecchio ed alzò la voce dicendo: “Ora vattene!"
prendendo i soldi da terra ed il mio braccio.
“I miei panni” mi uscì solo un filo di voce,
guardandomi indietro.
“Cosa hai detto?” chiese inferocito.
“I … i miei ve … stiti” ripresi, balbettando e
con le lacrime fino alla gola.
"Ah..." li andò a prendere e me li gettò in
faccia "Ora vai via".
Aprì la porta e, con uno spintone, mi fece
cadere a terra. Avevo ancora il lenzuolo
addosso, me l'ero trascinato per coprirmi,
poiché ero completamente nuda.
Guardai attorno e non c'era nessuno. Poi si aprì
una porta affianco alla camera in cui ero stata.
Vi uscì Melania che piangeva a dirotto e un
vecchio che la consolava dicendo: "Dai, piccola
non piangere … t'ho dato i soldi che vuoi di
più!" e le diede un bacio sulla fronte, per
liquidarla con un semplice: "Alla prossima" e
chiuse la porta.
"Ehi ..." dissi guardandola a malincuore.
Lei non rispose, si scaraventò addosso a me per
abbracciarmi. Iniziammo così a piangere a
dirotto. Ma che ci era successo?
Mi accompagnò in bagno, poiché mi dovevo vestire
ancora.
Mentre mettevo la maglia, tremando, sentii
Melania dire: "Vai via, lasciaci in pace!".
Uscii subito e vidi un vecchio che ci provava
con lei. Lo cacciai via e iniziarono gli
insulti. Poi arrivò Richard che chiese cosa
stesse succedendo.
Noi rispondemmo con un bel: “Dove ci avevi
lasciate? Hai capito che questi maniaci ci hanno
violentate?".
Richard si mise a ridere dicendo: “Ma che vi
credevate, tesori miei … che potevate ottenere
lavoro facile come se nulla fosse? Non avete
ricevuto nessuna violenza e nessun maniaco.
Erano solo stilisti e attori”.
"E ci trattano così?" chiese Melania prendendo
poi il mio braccio per mostrarglielo: "Guarda
che le ha fatto quel bastardo! E quello dovrebbe
essere anche un attore?".
Richard non rispose. Gli scappò un mezzo sorriso
e disse: “Andiamo a casa e … per piacere non
parlate. Ah ... vi hanno dato i soldi?".
"Sì" rispose.
"Okay ... datemeli! Che mi servono per comprarvi
dei vestiti!”. Si voltò e disse, continuando a
camminare: "Se volete raggiungere i vostri
sogni, dovete fare questo e altro … “.
Io e Melania ci guardammo, incoscienti di ciò
che era accaduto. Tornammo a casa dove c'erano
anche le altre ragazze. Erano più distrutte di
noi. Solo un paio sembravano allegre.
Ricordo ancora che la notte successiva io e
Melania dormimmo mano nella mano, tremando
ancora come foglie portate via dal vento gelido.
Passarono alcuni giorni. Molto duri per noi
ragazze.
Una sera Richard venne a bussare alle porte di
tutte le camere, dove le ragazze dormivano e
disse: "Domani di nuovo un'altra sfilata … mi
raccomando!" esclamò guardando me e Melania:
"Fate quello che dicono loro e non vi comportate
male … sono dei clienti importanti”.
"No, io non ci sto!" rispose Melania.
"Tu non ci stai? Mi dispiace, ora che sei
dentro, devi fare quello che dico io, capito
carina?!" rispose il nostro “capo”.
"Io volevo diventare una modella, non una
prostituta per voi bastardi!" esclamò la
ragazza.
Lui non parlò, ma le diede uno schiaffo: "Non ti
permettere più … hai capito?".
"Io mi permetto, invece!" reagì lei.
E ricevette un altro schiaffo. Più forte. Al
punto da farle uscire il sangue dal naso. Poi la
prese per i capelli e disse ad alta voce: “Ora
voi tutte … siete dentro, ormai … non potete più
ribellarvi, e se volete ... allora, vi dovete
solo uccidere!" esclamò e la lasciò cadere
violentemente.
Le sere erano ormai diventati abitudini. La
notte aveva preso il posto del giorno e il
giorno della notte.
Richard ci aveva spostate in un altro luogo,
nella "casa delle lucciole", così era chiamata
dai clienti che venivano da noi.
Era il quartiere più brutto della città di New
York. Le camere orribili. Si poteva dire che la
mia casa in Africa, poteva essere una reggia!
Avevamo come vicini di casa drogati e
delinquenti … non male, eh?
I giorni passarono e, pian piano, tutto divenne
abitudine. All'inizio ero un po' fredda e ancora
sotto-shock, andando ogni sera con uomini
diversi e anche più grandi di me che potevano
essere dei padri e dei nonni di famiglia, anche
per me.
Le prime sere mi vennero assegnate persone di
una certa età e dentro morivo di rabbia e
dolore.
Purtroppo ero costretta. Temevo le mani addosso
di Richard. Sapevo che Melania era stata
picchiata anche dai suoi clienti, poiché si
opponeva a ciò che quegli individui desideravano
da lei.
M'imbarazzavo ogni volta che mi chiedevano "Sei
nuova?". Rispondevo a stento con un "Sì".
Richard ci aveva vietato di parlare troppo con i
clienti, perchè dovevamo concentrarci sul
lavoro.
Ero ancora più imbarazzata quando mi
costringevano a stare in certe posizioni e a
fare cose che mi disgustavano.
Poi, dopo avermi pagata, chiedevano se avessi un
numero di cellulare. Rispondevo di no.
E Richard, molto presto, me ne comprò uno,
dicendo: “Molti tuoi clienti sono venuti a
chiedermi il motivo per cui tu non abbia un
cellulare. Cercavano un tuo numero personale.
Sei abbastanza brava”.
Avrei voluto spaccargli la faccia!
Così cominciai a dare il mio numero ed
iniziarono anche le richieste di “sesso al
telefono”, poichè le mogli di determinati tipi
non soddisfacevano mai i loro desideri.
All'inizio non sapevo neanche in che modo
comportarmi, ma poi capii e mi abituai anche a
quello.
Mi faceva male scoprire che venivano molti
uomini sposati. Ma perché tradivano le loro
mogli? Avrei voluto chiamarle per dire loro ciò
che combinavano i loro mariti.
Capii che l'amore non esisteva e promisi a me
stessa che non mi sarei mai sposata, perché non
volevo soffrire e non volevo che anche i miei
eventuali bambini potessero soffrire.
A poco a poco mi abituai persino a quel lavoro.
Dopotutto avevo soldi facili che mi permettevano
di vivere bene. In due o al massimo tre sere
arrivavo anche a guadagnare intorno ai 1.500
Dollari.
Mi piaceva quel guadagno anche se, nel tempo,
cambiai completamente. Non ero più la persona
che ero stata, così come le ragazze non erano
più loro.
Inoltre, dovevamo stare attente coi clienti: non
si poteva parlare troppo, perché già una ragazza
aveva avuto anche dei problemi con la polizia.
Col tempo, avevo imparato tutti i desideri che
un uomo esprimeva con una prostituta.
Dopo mesi cominciai ad avere un rapporto stretto
anche con alcool e droga. E pensare che un tempo
odiavo persino la birra!
Avevo dimenticato anche l'idea di voler cercare
mio padre, ma non avevo dimenticato mia madre.
Quando le scrivevo, era sempre di mattina,
quando ero ben lucida, anche se la testa mi
scoppiava ogni 5 secondi.
A lei raccontavo un sacco di bugie. Che ero
diventata una ballerina. Eppure avrei tanto
voluto scriverle: “Mamma … profumavo di sogni,
ora puzzo di realtà”.
Quando ero piccola mia madre mi diceva sempre
che non dovevo smettere di sognare. Eppure in
quel momento, mi sembrò che sognare, mi avrebbe
solo fatto del male.
I sogni illudono, eppure … perché continuiamo a
sognare? Perché si realizzano agli altri i
sogni? Perché in quel periodo a me non si
realizzava alcun sogno? Forse la colpa era mia.
Era passato un anno esatto dal mio arrivo a New
York e quella mattina arrivò la prima lettera di
mia madre.
“Piccola mia, perché stai fingendo di essere
felice? Perché stai fingendo di star bene? Me lo
sento, anche se stai lontana, che ti sta
succedendo qualcosa. Se lavori, perché non mi
hai mai spedito una foto del posto in cui
lavori? Se hai un fidanzato, perché non mi hai
mai parlato di lui e inviato qualche foto?
Soprattutto, se veramente hai conosciuto tuo
padre, perché non venite a trovarmi? Ti prego,
apri bene gli occhi, perché tocco quei soldi e
sembrano sporchi. Sei ancora in tempo a cambiare
vita … Ti amo, piccola”.
D'improvviso iniziai a piangere e l'unica cosa
che mi poteva calmare era la droga e una canna.
Andai in bagno, mi guardai allo specchio e un
vortice di ricordi mi assalirono, riportandomi a
quando ero arrivata in città ad un anno di
distanza.
Ripensai alle illusioni, alle bugie, ai sogni
buttati al vento e dalla rabbia presi una
bottiglia vuota che lanciai contro il muro. In
seguito ripresi un'altra bottiglia dal comodino
e iniziai a bere, dicendo frasi senza senso:
“Che cavolo ne sa mia madre? Non so, le mando i
soldi ed ha anche da ridire! Ma stesse un po'
zitta, và ... soldi così facili non li vedo da
nessuna parte!!”.
E quella sera accadde una cosa, la stessa di
tempo prima. Sembrava che il destino mi volesse
far ricordare continuamente cose brutte e, allo
stesso tempo, riderci su.
Melania esagerò quella sera con la droga e, in
un secondo, le scivolò l'alcool addosso. Svenne
tra le mie braccia.
La portai in ospedale, ma sembrava essere troppo
tardi per lei. Entrò in coma. Dopo solo mezz'ora
non era più fra di noi.
La rabbia mi assalì quando tornai a casa.
Spaccai tutto quel che mi trovai davanti. E con una
bottiglia, ruppi il vetro della finestra. Tentai
di tagliarmi le vene, anche senza riuscirci,
poiché mi tagliai solo po' il braccio e la mano.
Che stavo facendo?
Melania non sarebbe tornata in vita in quel
modo, anche se mi venne una gran voglia di
raggiungerla e continuai a fare “la vita”.
Passarono tre settimane e, per distrarmi, andai
a correre al “Central Park”. Mentre stavo
correndo, cominciai ad avere la nausea e la
testa che girava. Infine, svenni.
Non ricordai più niente. Credevo di aver fatto
la stessa fine di Melania quando, d'un tratto,
mi svegliai grazie alla voce premurosa di un
uomo.
Aprii gli occhi e compresi che mi trovavo in
ospedale. Accanto a me, c'era un bellissimo
medico. Aveva la stessa espressione di mio
padre, anche se era moro.
Gli chiesi cosa fosse successo, poiché ebbi un
vuoto di memoria. Rispose con un grande sospiro
che ero svenuta e … che aspettavo un bambino. Ma
che, a causa di alcune sostanze prese, l'avevo
perso. Una pugnalata mi colpì dritto al cuore.
Rimasi senza parole.
Quel giovane medico si chiamava Taylor, aveva 24
anni, al tempo in cui lo conobbi. Grazie al suo
cuore d'oro, mi aiutò con impegno a
disintossicarmi dalla droga e dall'alcool e mi
accompagnò ad un centro di cura.
Lasciai “la vita dai guadagni facili”, anche se
non fu semplice, perché Richard mi contattò per
avere la sua parte del denaro che avevo
guadagnato fino ad allora e se avessi rifiutato,
mi avrebbe uccisa. E mi disse: “Comunque … io e
tuo padre non siamo amici, anzi, nemici. Lui
aveva sempre la parte del “Paladino della
giustizia”. Lo conobbi al liceo e … abbiamo
sempre litigato, fino a 25 anni fa, quando
voleva a tutti i costi, aiutare le mie ragazze ad
uscire fuori da questo giro ma, alla fine, lo
ricattai e non lo vidi più. Quando mi mostrasti
la foto, lo riconobbi subito, era stato tutto un
caso”.
Lo guardai dicendo: “Sapevo già
tutto, non preoccuparti … addio!” e gli chiusi
la porta in faccia. Finalmente aria nuova!
Passarono ben 5 mesi da quel momento. Mi accorsi
di essermi presa una bella cotta per il medico che
mi aveva tanto curata ed aiutata e mi accorsi
che non gli ero indifferente.
Quando un giorno mi accompagnò sotto casa di una
persona, gli chiesi: “Perchè ti sei fermato in
questa villetta?”.
“Perchè ho chiesto informazioni su dove abitasse
tuo padre: abita qui … Ho lavorato per tanti
anni nell'ospedale in cui sono attualmente … ho
conosciuto molte persone”.
Non ci potevo credere. Mi diede anche la forza
di bussare al campanello.
Alla porta mi aprì proprio lui: “Salve … cerca
qualcuno? La conosco?” chiese.
Non riuscii a parlare, quando intravidi anche
una bambina: “Papà! Papà!” e la prese in
braccio.
Avevo la foto di lui in mano e, prima che
iniziassi a piangere, mi voltai per andar via,
ma mi cadde la foto per terra.
Feci una corsa per andare in auto, ma sentii
gridare: “Jalia, Jalia aspetta!” disse per
proseguire: “Finalmente sei arrivata, piccola
mia”.
“Come fai a sapere il mio nome?” allora gli
domandai.
“Perchè io e tua madre, abbiamo sempre voluto
che nostra figlia si chiamasse Jalia.” e mi
abbracciò forte a sé.
Sono passati 8 anni da quel giorno ed iniziai di
nuovo a profumare di sogni. Mi sposai con Taylor
e divenni mamma di una bellissima bambina di
nome Nessie.
Io e mio padre abbiamo un bellissimo
rapporto. Mi fece conoscere sua moglie e i suoi
figli, la sua nuova famiglia. Mi accolsero a
braccia aperte.
Tornai al mio Paese per un paio di mesi per far
conoscere a mia madre la mia famiglia.
Taylor, inoltre, insieme ad un gruppo di “Medici
senza frontiere”, aprì un nuovo centro, sia nel
mio Paese che in America, per bambini e donne
sole che avrebbero potuto difendersi dallo
sfruttamento della prostituzione e da ogni tipo
di violenza.
Che dire … rinnego tutto ciò che avevo pensato
dei sogni. Non è vero che portano a rovinare la
vita, poiché siamo noi a buttarli spesso via,
per seguire strade sbagliate.
Non dobbiamo mai smettere di sperare anche se,
sfortunatamente, accadono cose che, non si
vorrebbe che accadessero.
Forse, ogni evento vuol insegnarci qualcosa che
ci permetta di rialzarci e diventare più forti
di prima, per non abbatterci. Solo in questo
modo possiamo dimostrare quanto teniamo ai
nostri sogni.
Non è mai troppo tardi per ricominciare!
FINE
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