Non esistono racconti morali o immorali.  Ci sono solo racconti scritti bene o racconti scritti male. Questo è tutto. Oscar Wilde

 
 
 
 
     
 
 

STORIE VERE

Giovanna Micelli

New York, la speranza di un sogno”


Tiziana Iaccarino presenta “New York, la speranza di un sogno” un racconto inedito scritto dalla giovane autrice napoletana  Giovanna Micelli.

 Si tratta di una storia ispirata ad un fatto reale, un racconto duro, dai temi forti, ma veritieri  che ricalca molto i tempi odierni e le problematiche sociali internazionali.

E’ la storia di una ragazza africana che sbarca negli States per cercare una vita migliore, ma che dovrà scontrarsi con la dura realtà di chi non ha niente ed affronta il mondo da solo.

Una storia interessante che colpisce.
 


Tiziana Iaccarino
Sito Ufficiale: www.tizianaiaccarino.com

 

 


 

Foto GundegaDege

 
     
 
 
 
 
     
 
     
 

Una terra arida e secca, inesistente agli occhi del mondo. Dove sembra d'esser al centro dell'Inferno del sole che sbriciolava a poco a poco i granellini di sabbia ed essiccava la pelle.
Conflitti e violenze che si ampliano tra le ombre del giorno e della notte, che a far spazio, a danneggiare ancora di più questa terra povera, sono le malattie invane.
Analfabetismo non solo per leggere e parlare, ma anche comprendere "cuore e mente".
Ruggiti furiosi di esseri umani che si scambiavano con quelli dei leoni feroci e selvatici della savana.
Il veleno dei serpenti è il nostro DNA sin dalla nascita … difficile e incurabile il dolore immerso nel nostro corpo, che mai se ne andrà.
Ecco dove venni alla luce io, in una terra chiamata Zimbawe, una dei Paesi più poveri del mondo dove, nell'anno in cui nacqui, ci fu un terribile conflitto che fece migliaia di vittime tra due gruppi chiamati “ZANU E ZAPU” dal 1983 fino al 1988, quando si tornò alla pace con un accordo che li unì in un nome solo: “ZANU PF”.

Sono un'afroamericana. Mio padre si chiama Robert Taw e vive a New York. Mentre mia madre, si chiama Aisha Badou.
Si conobbero verso la fine del 1980, in un piccolo centro di "Medici senza frontiere", lui era uno dei migliori.
La loro storia durò fino a quando lui non seppe che mia madre aspettava da pochi mesi una nuova vita. E così scappò, anche perché nel 1983 ci fu quel famoso conflitto e il suoi colleghi medici tornarono a New York.
Da quell'anno, mia madre non ebbe più notizie di lui, non seppe più nulla, come se fosse stato inghiottito dalla Terra. Non sapeva nemmeno se fosse tornato a casa sano e salvo!
Ricordo ancora che mia madre lo aspettava sempre, guardando dietro a quella piccola finestra un po' rotta e sbiadita, con le braccia incrociate e gli occhi pieni di speranza.
Lo ha sempre amato, sin dalla prima volta che l'ha incontrato. Custodisce una sua foto tra le mani, tenendola sempre stretta a sé ed appoggiandola poi al suo petto sinistro, dove il cuore batteva ancora per lui, come la prima volta.
Alle volte capitava che mia madre lo ricordasse e mi guardasse negli occhi, perché abbiamo lo stesso colore. Un azzurro chiaro.
Oppure capitavano piccole incomprensioni tra madre e figlia e diceva: “Hai lo stesso carattere di tuo padre … un testardo!” o quando era serena: “"Sei buona come tuo padre”.
Quando mi parlava di lui, aveva gli occhi che brillavano. E mi affascinava conoscerlo in quel modo. Il mio più grande sogno, era proprio quello di conoscere mio padre. Sperai, però, che fosse ancora vivo.


La mia vita in Zimbawe non era stata affatto facile. La povertà era incredibile in quel luogo, soprattutto dopo quel gran conflitto.
La mia famiglia era poverissima. Io vivevo con mia madre e mia nonna, con la quale avevo un bellissimo rapporto, quasi come fosse una seconda madre.
Cercavo di aiutarle, andando a lavorare in un bar molto lontano dal mio minuto villaggio. Avevo 14 anni.
Dovevo camminare a piedi tutti i giorni per molti chilometri anche se, ogni tanto, capitava che la mia migliore amica, Jolia, mi accompagnasse con la bici.
Ho un bellissimo ricordo di lei. Era fantastica, come fosse stata una sorella. Avevamo anche la stessa età. Purtroppo, però, la sua vita non durò a lungo. Morì a 17 anni e mezzo, a causa della malaria.
Mi trovavo in una situazione disastrosa. Avevo la forte necessità della presenza di un padre al mio fianco.
Soffrivo nel vedere che altri ragazzi del villaggio avessero un padre mentre a me era stato negato. Li invidiavo.
Avrei voluto sapere, almeno una volta, cosa si provasse ad avere un padre.
Purtroppo, dopo 3 mesi dalla morte della mia migliore amica e dopo aver compiuto 18 anni, morì anche mia nonna, per una forte polmonite.
Ricordo ancora i minuti prima del suo addio. Mi chiese di avvicinarmi a lei. Avevo il cuore spezzato.
Vidi che la sua mano s'infilò nella sacca del vestito dal quale tirò fuori alcuni soldi. Me li porse e disse: “Tieni tesoro, questi sono per te”.
Presi i soldi e la guardai incredula, sussurrando con voce tremante: “Nonna, ma questi soldi sono per me? T'ho detto che non voglio sposarmi con Ahim!”.
Mi sorrise e disse: “Vai da tuo padre … è vivo, me lo sento. Insegui il tuo tesoro, piccola mia.” poi fece un profondo sospiro e diede un forte colpo di tosse, per poi aggiungere affannosamente: “Questi soldi li ho conservati per te”.
“E mia madre?” le chiesi.
"Lo sai … tua madre non verrebbe mai via con te. Ama questo villaggio, anche se non le offre nulla. Ma tu, invece, puoi andare … sei giovane.” sospirò ancora, mentre la sua voce divenne roca: “Vai in America. Lì avrai fortuna, fidati.” sorrise lievemente, accarezzandomi il viso con la sua mano rugosa che emanava spossatezza e terminò dicendo: “Ti starò sempre vicina … ciao piccola, Aisha”. e chiuse gli occhi per riposare in eterno.
Piansi per un dolore sconosciuto. La abbracciai forte e cercai di svegliarla, come se si fosse solo addormentata, perché non accettavo la realtà, dura e crudele.


Da quel giorno trascorsero due settimane. Io e mia madre non riuscivamo più a sopravvivere, poichè Ahim, il figlio del proprietario del bar in cui lavoravo, mi aveva licenziata solo perché lo avevo rifiutato. Non volevo sposarmi con lui.
C'erano anche altri due ragazzi del villaggio che mi chiedevano in sposa, ma ero e continuavo ad essere contraria al matrimonio, malgrado mia madre aspettasse che mi sistemassi. Sapevo che aveva riposto molte speranza in Ahim, perchè aveva il denaro sufficiente per aiutarci a sopravvivere.
I soldi di mia nonna, intanto, li avevo ben nascosti ed ogni giorno ripensavo all'America. Ero triste all'idea di lasciare mia madre.
Poi arrivò il giorno in cui mi decisi e presi la mia decisione: “Voglio andare in America!” esclamai.
Camminai a lungo, fino ad arrivare al centro. Entrai in un'agenzia per chiedere il prezzo del biglietto aereo.
Scoprii sfortunatamente che mancavano molti altri soldi. Il costo del biglietto era elevato. Eppure la ragazza che lavorava in agenzia, riuscì a venirmi incontro con una soluzione low-cost.
Ebbi, quindi, finalmente il biglietto fresco di stampa tra le mani.
La partenza era prevista per il giorno successivo. Dovevo solo parlarne a mia madre, anche se era difficile.
Nel tornare a casa, pensai che quando fossi riuscita a trovare un buon lavoro in America, avrei finalmente potuto aiutare anche mia madre. Sorrisi a quel pensiero. E proseguii per il mio cammino.

Tornata a casa, andai di corsa in camera a preparare una borsa per il viaggio. Mia madre entrò in camera e, in silenzio, osservò la borsa appoggiata su una sedia che aspettava i vestiti che le riponevo all'interno.
“Cosa fai?” mi chiese con voce tremante e proseguì: “Cosa sta succedendo?” terminò.
“Vado in America” le dissi senza mezze misure, mentre riponevo i vestiti nella mia vecchia e malandata borsa di finto cuoio scuro.
“In America?” ripeté incredula, per poi riprendersi dallo stupore che l'aveva colta in fragrante ed aggiunse: “E i soldi … chi te li ha dati?”.
La guardai con aria mesta. Ero triste, ma risposi: “Mia nonna. Li ha conservati per me … per farmi andare in America”.
Rimase senza parole per un paio di secondi, fino ad aggiungere un'ulteriore domanda: ”Che intenzioni hai?”.
“Voglio andare a cercare mio padre” le rivelai senza pudore e senza timori.
"E mi lasci da sola? Proprio ora che ho bisogno di te? Che abbiamo bisogno di stare insieme, unite?! E poi, conoscendo le nostre condizioni, hai speso dei soldi per comprare un biglietto per l'America piuttosto che per andare a procurarti da mangiare?” chiese, incredula.
“Mamma ...” sospirai, ma non aggiunsi altro.
Mi guardò severa. Imperterrita. Non aveva avuto neanche il tempo di sapere, di capire, di realizzare quel mio programma.
Sapevo di non avergliene dato, perché temevo una sua reazione contraria. Temevo potesse convincermi a restare. E temevo che quel coraggio che si era fatto avanti in me, non tornasse più per permettermi d'intraprendere quel viaggio.
In seguito aggiunsi: “Il biglietto di ritorno lo comprerò solo quando riuscirò a trovare un lavoro.” con tono deciso e quasi noncurante, ma la verità era che a lei pensavo e che se avevo deciso di partire era per entrambe.
Mia madre mi guardò stralunata. Aveva gli occhi lucidi, come se stesse per piangere. Si avvicinò per dirmi con voce più tenera: “Piccola … l'America è grande, cosa farai lì?”.
"Me la caverò.” risposi prontamente: “Come ho sempre fatto.”
Ci guardammo dritte negli occhi e ci abbracciammo, per finire con lo scoppiare in lacrime.
Mi sussurrò ad un orecchio:"Stai attenta, piccola mia, io ho solo te in questo mondo e ti voglio bene.”
Le risposi che se fossi riuscita a comprare un altro biglietto, lei sarebbe partita con me.
"No, tesoro” rispose, invece: “Io non lascerò mai questo posto.” aggiunse per terminare: “Vai … ma non dimenticarti di me”.
"Mai!” esclamai in lacrime: “Non potrò mai dimenticare la grande donna che mi ha fatto nascere e crescere. Sei stata e sei mia madre e mio padre”.


Il giorno che seguì ci salutammo. Mi recai così all'aeroporto di Joshua Mqabuko Nkomo, Bulawayo.
Ero in ansia. Il viaggio era lunghissimo e sapevo che avrebbe potuto nascondere molte insidie ed imprevisti. Tremavo. In seguito, però, dopo aver occupato il mio posto a bordo, mi addormentai per molte ore.
Una hostess mi svegliò dicendo che ero arrivata a destinazione e che avrei dovuto cambiare orario.
Dove lo cambiavo l'orario, se non avevo nemmeno l'orologio? Mah ...
Scesi dal velivolo ed entrai in aeroporto. Respirai profondamente un'aria diversa, completamente diversa.
Uscii dall'aeroporto. Ero eccitata, sorridevo in continuazione. E pensare che il giorno prima il mio orizzonte era fatto di aridità, caldo, sole e solitudine infinite.
Mi addentrai in un mondo diverso dove la vegetazione era sostituita da terra secca e le case rotte da palazzi giganteschi fatti di 30 o forse più piani.
Auto, tecnologie, lavoro, gente, tutto questo era sorprendente per me.
Ma non dovevo volare troppo con la fantasia e l'entusiasmo. Dovevo trovare assolutamente un lavoro e poi una camera dove dormire.
Conoscevo l'Inglese, perché lo avevo studiato grazie a mia madre e lo avevo praticato al bar in cui lavoravo, quindi, non si sarebbe presentato alcun problema nel parlare con la gente per raccogliere le informazioni che mi sarebbero servite a sistemarmi per l'inizio della mia avventura.

Inizialmente, girai per la città in modo confuso, senza una meta. Non ero abituata a vedermi circondata da tanta gente. In ogni angolo correvano, parlavano, telefonavano con cellulari di ultima generazione, apparecchi incomprensibili, ma fantastici. Ero come estasiata.
Chiesi informazioni presso un paio di affittacamere, ma mi accorsi che i soldi non bastavano. Avevo giusto gli spiccioli necessari a sfamarmi con un panino e a comprarmi una bottiglietta d'acqua.
Infine, entrai in un pub, esausta. Mi sedetti presso un tavolino, sconfortata.
Appoggiai la mia vecchia borsa su di una sedia affianco a me ed appoggiai i gomiti al tavolo, guardandomi attorno.
Mi sentivo strana. Avevo la sensazione che qualcuno mi osservasse. E, infatti, mi accorsi quasi subito che alcuni ragazzi seduti affianco al mio tavolo, non facevano che sbirciarmi e confabulare. Ma che avevano tanto da guardare e da parlare?

“Ciao … ordini qualcosa?” mi chiese una cameriera dai 45 anni in su nell'avvicinarsi al tavolo che avevo occupato.
“Ciao” risposi con un sorriso lieve: “Vorrei un panino e … una bottiglietta di acqua naturale: quanto costano?” arrivai subito al punto, col timore di non riuscire a pagare tutto, poiché avevo pochi soldi.
La donna scrisse seriosa su di un block notes la mia ordinazione e rispose: “Sei nuova, per caso?”
"Sì” risposi con un certo imbarazzo: “Perché?” chiesi.
“Beh, si vede e si sente … da dove vieni?” commentò per poi chiedere ancora.
“Io?” balbettai quasi: “Dall'Africa … precisamente dallo Zimbawe” precisai.
“Ah … sei sola?” mi chiese ancora.
"Ehm … sì” risposi senza riuscire a dire altro.
In seguito un signore la chiamò e mi disse: “Scusa, il lavoro mi chiama, ti porto il panino”.
Venne a portarmelo dopo circa 10 minuti. Era buonissimo. Non avevo mai mangiato nulla del genere. Era il mio primo, vero panino!
La cameriera, intanto, si sedette di fronte a me e riprese il filo del discorso, tornando a fare domande: “Allora, dicevi? Perché sei qui? E poi da sola?”.
Parlai in breve della mia vita e sospirò solo con un “Beh ...” per poi guardarsi attorno ed aggiungere: “Qui avremmo bisogno di una bella e dolce cameriera, di una … proprio come te! Quindi, se ti fa piacere, potresti lavorare proprio qui!” esclamò, infine, sorprendendomi.
Rimasi incredula e piena di gioia allo stesso tempo. Non era passato neanche un giorno che già avevo trovato un lavoro!
“Davvero?” le chiesi per accertarmi di aver capito bene: “Grazie, comunque, grazie infinite!” esclamai sorridente.
Ricambiò il mio sorriso e disse: “Non ti preoccupare … poi a dormire vieni per qualche tempo a casa mia. I miei figli sono all'estero e io sono divorziata” mi raccontò.
“Ah … mi … mi dispiace" commentai, balbettando ancora.
"Fa nulla … sono passati già 5 anni. Allora, rimani qui e ti faccio vedere come devi lavorare, ok?”.
Rimasi lì, in quel pub, finchè non venne l'ora di fine turno per Lily. Andammo a casa sua. Era al piano di sopra del pub, quindi a lavoro, avrei fatto presto.
Le raccontai la mia vita, così come lei la sua. Sembrava davvero una brava donna, allegra e comprensiva.
Avevo una gran voglia di chiamare mia madre, per dirle che stavo bene e che in poche ore avevo avuto già la fortuna di trovare un lavoro e un posto per dormire, oltre alla gentilezza di una persona fantastica, un angelo.

Passarono 2 mesi. A New York mi trovavo molto bene, anche se mi mancava un affetto familiare. Ogni fine settimana spedivo a mia madre i soldi che guadagnavo. Inoltre, le raccontavo la mia vita per lettera.
Le promisi che quando avessi conservato abbastanza soldi, le avrei comprato un cellulare, così avremmo potuto sentirci più facilmente.
Non ricevevo sue lettere, perché le avevo raccomandato di conservare i soldi che mandavo.
Il lavoro andava alla grande e, inoltre, sembravo anche molto corteggiata, sebbene avessi altro a cui pensare e non volessi una relazione instabile.
Sognavo sin da piccola un amore da favola … come tutte le bambine che sarebbero cresciute. Poi col tempo, ci rendiamo conto che le favole restano tali e che la realtà è ben diversa.
Nella realtà l'amore è quasi sempre "un'avventura", non certo una favola! Un'avventura nel trovarla ed un'altra nel viverla!

Una mattina poi la mia vita cambiò completamente.

Mentre stavo lavorando al turno di sera, entrarono nel pub un gruppo di uomini intorno ai 40 anni. Mi notarono subito. Mi guardavano, osservavano, studiavano e ridacchiavano.
Provavo un profondo disagio, ma continuai a lavorare come se nulla potesse turbarmi.
Chiesi al mio compagno di lavoro il motivo per il quale quegli uomini stessero ridendo e mi rispose che, probabilmente, piacevo loro.
Si avvicinò a loro per sapere se volevano ordinare qualcosa, per capire quali intenzioni avessero e tornò dicendomi: “Vogliono parlare con te … aspettano che io ti porti i drink da servire loro al tavolo”.
"Che vogliono ora?" pensai, a quel punto. E, quando portai loro i drink che avevano ordinato, mi fermarono ed uno di loro mi chiese: “Scusa, possiamo rubarti un secondo?”.
“Sì … ditemi!" risposi un po' titubante, ma cercando di non dimostrarlo.
“Non sei di queste parti, eh?” sorrise.
“No, vengo dall'Africa, perché?” risposi a mia volta, cercando di capire cosa volessero realmente.
“Si vede, lo sai? E sei venuta a cercare qualcuno … vero? O almeno fortuna, giusto?” disse quell'uomo, convinto di ciò che affermava, pur non conoscendomi affatto.
Rimasi sorpresa, ma risposi: “Sì … quindi?”cercai una motivazione a quel dialogo, ma non la trovai, poiché non riuscivo a capire cosa volessero.
“Qualcuno?” rispose un altro seduto di fronte a quello che stava aprendo bocca con me.
E tra un giro di parole e l'altro, mostrai loro la foto di mio padre.
“Ma sì … lo conosco, è Robert Taw!” esclamò uno di loro.
I miei occhi luccicarono dalla gioia: "Davvero conoscete mio padre?" chiesi con un enorme sorriso.
"Sì, certo e ha parlato molte volte di te, sai? Anche se non ti è mai venuto a cercare perché, sfortunatamente, tuo nonno non si è sentito molto bene … e da pochi mesi è morto. Ora sta a pezzi, poverino”.
“Come lo conoscete? Siete amici?” chiesi, per comprendere meglio la situazione.
“Sì. Ci siamo conosciuti nel corso di un programma televisivo … lo sai, lui ha fatto l'attore, dopo essersi licenziato dal gruppo di “Medici senza frontiere”, non era il tipo per quelle cose.” commentò quell'uomo con un sorriso beffardo sulle labbra, per poi proseguire: “Ma ora non ci sentiamo più proprio per ciò che è successo a suo padre, ah … povero Robert! Anch'io sono un attore … e, nel tempo libero, stilista” disse.
Ero incredula, ma contenta ed affermai: “Non sapevo che mio padre parlasse di me e che facesse addirittura l'attore!” esclamai col sorriso.
Quell'uomo, inoltre, cominciò a farmi dei complimenti, dicendo che avevo un bel viso e che avrei potuto fare la modella, piuttosto che sprecare il mio tempo in un pub. Inoltre, avrei avuto l'opportunità di conoscere mio padre.
Ero d'accordo.
Prendemmo un appuntamento per la mattina seguente.
Prima di andar via, disse: “Okay Jalia … Taw!" si alzò imitando i suoi amici che accompagnai anche fino all'uscita, per poi sentirmi dire: “Ehi … mi raccomando, non dire a nessuno di questa cosa, ok?".
"Perchè?" chiesi.
"Perchè sai … la gente da queste parti è invidiosa, ama fare pettegolezzi inutili per ogni cosa, anche per non farti fare una carriera diversa, per non farti diventare famosa e … se sapessero che sei anche la figlia di Robert, potrebbero avere delle ostilità nei tuoi confronti” terminò.
“Okay” annuii: “Starò zitta”.
Quando tornai a casa di Lily, dissi una bugia: avevo trovato mio padre, proprio mentre stavo lavorando ed avrei voluto andare a vivere con lui.
Sembrava entusiasta, anche se un po' triste per il fatto che me ne sarei andata: era abituata alla mia presenza in casa e si era affezionata a me, aveva imparato a volermi bene come ad una figlia.
Il giorno che seguì incontrai gli stessi uomini in prossimità del pub. Erano in auto. Mi fecero entrare e mi accompagnarono in un luogo bellissimo.
Una villa grandissima, a due piani e una piscina … sembrava una villa hollywoodiana!
Mi accompagnarono dentro e conobbi altre 10 ragazze.

"Ragazze, domani si terrà per voi il book fotografico, quindi … preparatevi!” annunciò uno di loro.
Il book fotografico, mio padre, diventare famosa … sembrava che la mia vita stesse cambiando di punto in bianco senza neanche che me ne rendessi conto. Mi sentivo felice. Ingenuamente felice, proprio come una bambina che sta vivendo la sua favola.
Il giorno dopo, ci organizzarono per la realizzazione del book fotografico e, dopo due settimane, ci dissero che avremmo partecipato ad una sfilata importante. La sfilata di uno stilista molto famoso, anche se non lo menzionarono.
Ci portarono a fare shopping e ci comprarono tantissimi abiti costosi.
Avevo un buon rapporto con le ragazze, soprattutto con una di loro: Melania. Anche se nessuna avrebbe potuto sostituire la mia migliore amica.

Arrivò il giorno tanto atteso: la mia prima sfilata. Ero eccitatissima. Non riuscii a chiudere occhio per tutta la notte precedente insieme a Melania, che era più eccitata di me.
Verso le otto di sera, ci dissero di andarci a preparare e alle 23:30 partimmo con le loro auto.
Entrammo in un locale enorme. C'erano tutti uomini e in fondo un altro gruppo di ragazze … forse altre modelle?
Ci condussero nei camerini, dove in seguito ci venne a chiamare il nostro capo, Richard: “Ragazze, presto, andate a sfilare … siete pronte?”. Corremmo subito in pista e sfilammo.
Sembrava una strana sfilata. Diversa dalle altre. Era presente un pubblico di soli uomini.
Quando Richard disse col microfono che la sfilata era finita, scendemmo dal palco a prenderci un drink … almeno le altre, perché io presi una semplice bibita.
Mi si avvicinarono due uomini sui sessant'anni molto predisposti ai complimenti ed un ragazzo dagli occhi chiari ed i capelli biondi che mi disse: “Ehi … bella, ciao, piacere … Ted” con fare deciso per stringermi la mano e riuscire ad allontanare tutti gli altri.
"Piacere, Jalia" risposi un po' emozionata.
"Bellissimo nome .. .proprio come te … i tuoi occhi. Sei bellissima” disse facendomi arrossire dall'imbarazzo.
Chiacchierammo per un po'. In seguito mi chiese di seguirlo e ci ritrovammo in una camera della villa. Una camera molto sontuosa, elegante, raffinata. Un letto, un tavolo, lo champagne e due bicchieri.
Disse: “Starai meglio qui … in salone c'era troppa gente”.
”Sì, infatti” risposi.

Ci sedemmo ai piedi del letto e bevemmo champagne. Era la prima volta che provavo qualcosa del genere. Non mi piaceva, ma lo assaggiai.
Il giovane, invece, bevve parecchio, uno, due, tre bicchieri ed iniziò ad avvicinarsi lentamente per baciarmi al collo.
Provai dei brividi sconosciuti. Ricordai il primo bacio quando avevo solo 15 anni. Era stato il bacio dato da un ragazzo che era solo un amico, facendo il gioco della bottiglia insieme ad altri ragazzini del mio villaggio. Ed ero ancora vergine.
Mi scostai un po' e gli chiesi: “Che stai facendo? Non stai correndo un po' troppo?”.
“No, ma che dici?" chiese a sua volta e continuò a baciarmi sul collo, fino ad arrivare alle labbra. Mi rifiutai, alzandomi dal letto, per andare verso la porta ed uscire. Quando lui, improvvisamente, mi prese per il gomito e disse: “No, tu rimani qui!" esclamò alzando la voce ed avvicinando nuovamente le sue labbra alle mie.
Lo respinsi con le mani. Era completamente ubriaco, l'alito gli puzzava di champagne. Mi sentivo in trappola.
Lui non ebbe una buona reazione. Mi chiamò: "Puttana" e mi diede uno schiaffo, un altro e un altro ancora. Poi mi portò a letto per i capelli, per sbattermici violentemente. Mi fece male alla testa.
Iniziai a piangere e a tremare. Chiedevo aiuto ma nessuno sentiva. Ed infine … mi violentò.

Passarono due ore. Ero immobile, distesa sul letto. Mi sentivo indolenzita. Avevo lo sguardo fisso al soffitto e … la testa vuota.
Sembrava un sogno brutto, irreale, così tremendo che avrei voluto svegliarmi, ma ero già sveglia … non era un incubo, era la realtà.
Mi voltai lentamente verso il lato destro e vidi Ted che dormiva. Mi chiesi perchè un ragazzo così bello e apparentemente dolce avesse potuto farmi violenza. E mi sconvolse constatare che nessuno, in quel lasso di tempo, mi era venuto a cercare. Dove erano andati a finire gli altri?
Mossi un po' le mani e pian piano mi alzai dal letto, rimanendo seduta. Iniziai a pensare e pensare, senza freni.
Sentivo freddo. Incrociai le braccia, per strofinarmele con le mani e mi accorsi che avevo dei graffi.
Che stava succedendo in quel momento? Non potevo pensare che l'amore fosse stato così violento. E poi … amore, quale amore? Io ero stata a letto con un uomo che neanche conoscevo. Dove avevo sbagliato?
Quando sentii d'improvviso una carezza sul mio capo, fino a scendere alla punta dei miei lunghi capelli.
“Ciao piccola … divertita?” chiese Ted nel risvegliarsi con un sorriso ebete. Non risposi.
Avrei voluto picchiarlo, ma ero solo una debole e fragile ragazza.
Abbassai lo sguardo, senza dire nulla e lui proseguì: “Oh, non mi dire che questa era la tua prima volta? Cucciola … vabbè, è solo l'inizio, ti ci abituerai”.
Abituare? Che cosa voleva intendere per “abituare”? E poi con chi, con lui? Preferivo tornarmene di nuovo in Africa piuttosto che abituarmi alla violenza sessuale.

Si alzò dal letto e andò a raccogliere i jeans che aveva buttato a terra. Scavò in una tasca e disse: "Tieni", gettando dei soldi a terra, verso di me. Erano molti soldi. Ben 750 Dollari.
“Solo perché sei ancora inesperta e mi fai un po' pena” disse.
Ancora non parlai. Mi coprii solo con il lenzuolo. Non li raccolsi quei soldi da terra, perché erano “sporchi”. Si avvicinò ad un mio orecchio ed alzò la voce dicendo: “Ora vattene!" prendendo i soldi da terra ed il mio braccio.
“I miei panni” mi uscì solo un filo di voce, guardandomi indietro.
“Cosa hai detto?” chiese inferocito.
“I … i miei ve … stiti” ripresi, balbettando e con le lacrime fino alla gola.
"Ah..." li andò a prendere e me li gettò in faccia "Ora vai via".
Aprì la porta e, con uno spintone, mi fece cadere a terra. Avevo ancora il lenzuolo addosso, me l'ero trascinato per coprirmi, poiché ero completamente nuda.
Guardai attorno e non c'era nessuno. Poi si aprì una porta affianco alla camera in cui ero stata.

Vi uscì Melania che piangeva a dirotto e un vecchio che la consolava dicendo: "Dai, piccola non piangere … t'ho dato i soldi che vuoi di più!" e le diede un bacio sulla fronte, per liquidarla con un semplice: "Alla prossima" e chiuse la porta.
"Ehi ..." dissi guardandola a malincuore.
Lei non rispose, si scaraventò addosso a me per abbracciarmi. Iniziammo così a piangere a dirotto. Ma che ci era successo?
Mi accompagnò in bagno, poiché mi dovevo vestire ancora.
Mentre mettevo la maglia, tremando, sentii Melania dire: "Vai via, lasciaci in pace!".
Uscii subito e vidi un vecchio che ci provava con lei. Lo cacciai via e iniziarono gli insulti. Poi arrivò Richard che chiese cosa stesse succedendo.
Noi rispondemmo con un bel: “Dove ci avevi lasciate? Hai capito che questi maniaci ci hanno violentate?".
Richard si mise a ridere dicendo: “Ma che vi credevate, tesori miei … che potevate ottenere lavoro facile come se nulla fosse? Non avete ricevuto nessuna violenza e nessun maniaco. Erano solo stilisti e attori”.
"E ci trattano così?" chiese Melania prendendo poi il mio braccio per mostrarglielo: "Guarda che le ha fatto quel bastardo! E quello dovrebbe essere anche un attore?".
Richard non rispose. Gli scappò un mezzo sorriso e disse: “Andiamo a casa e … per piacere non parlate. Ah ... vi hanno dato i soldi?".
"Sì" rispose.
"Okay ... datemeli! Che mi servono per comprarvi dei vestiti!”. Si voltò e disse, continuando a camminare: "Se volete raggiungere i vostri sogni, dovete fare questo e altro … “.
Io e Melania ci guardammo, incoscienti di ciò che era accaduto. Tornammo a casa dove c'erano anche le altre ragazze. Erano più distrutte di noi. Solo un paio sembravano allegre.
Ricordo ancora che la notte successiva io e Melania dormimmo mano nella mano, tremando ancora come foglie portate via dal vento gelido.

Passarono alcuni giorni. Molto duri per noi ragazze.
Una sera Richard venne a bussare alle porte di tutte le camere, dove le ragazze dormivano e disse: "Domani di nuovo un'altra sfilata … mi raccomando!" esclamò guardando me e Melania: "Fate quello che dicono loro e non vi comportate male … sono dei clienti importanti”.
"No, io non ci sto!" rispose Melania.
"Tu non ci stai? Mi dispiace, ora che sei dentro, devi fare quello che dico io, capito carina?!" rispose il nostro “capo”.
"Io volevo diventare una modella, non una prostituta per voi bastardi!" esclamò la ragazza.
Lui non parlò, ma le diede uno schiaffo: "Non ti permettere più … hai capito?".
"Io mi permetto, invece!" reagì lei.
E ricevette un altro schiaffo. Più forte. Al punto da farle uscire il sangue dal naso. Poi la prese per i capelli e disse ad alta voce: “Ora voi tutte … siete dentro, ormai … non potete più ribellarvi, e se volete ... allora, vi dovete solo uccidere!" esclamò e la lasciò cadere violentemente.

Le sere erano ormai diventati abitudini. La notte aveva preso il posto del giorno e il giorno della notte.
Richard ci aveva spostate in un altro luogo, nella "casa delle lucciole", così era chiamata dai clienti che venivano da noi.
Era il quartiere più brutto della città di New York. Le camere orribili. Si poteva dire che la mia casa in Africa, poteva essere una reggia!
Avevamo come vicini di casa drogati e delinquenti … non male, eh?

I giorni passarono e, pian piano, tutto divenne abitudine. All'inizio ero un po' fredda e ancora sotto-shock, andando ogni sera con uomini diversi e anche più grandi di me che potevano essere dei padri e dei nonni di famiglia, anche per me.
Le prime sere mi vennero assegnate persone di una certa età e dentro morivo di rabbia e dolore.
Purtroppo ero costretta. Temevo le mani addosso di Richard. Sapevo che Melania era stata picchiata anche dai suoi clienti, poiché si opponeva a ciò che quegli individui desideravano da lei.
M'imbarazzavo ogni volta che mi chiedevano "Sei nuova?". Rispondevo a stento con un "Sì". Richard ci aveva vietato di parlare troppo con i clienti, perchè dovevamo concentrarci sul lavoro.
Ero ancora più imbarazzata quando mi costringevano a stare in certe posizioni e a fare cose che mi disgustavano.
Poi, dopo avermi pagata, chiedevano se avessi un numero di cellulare. Rispondevo di no.
E Richard, molto presto, me ne comprò uno, dicendo: “Molti tuoi clienti sono venuti a chiedermi il motivo per cui tu non abbia un cellulare. Cercavano un tuo numero personale. Sei abbastanza brava”.
Avrei voluto spaccargli la faccia!
Così cominciai a dare il mio numero ed iniziarono anche le richieste di “sesso al telefono”, poichè le mogli di determinati tipi non soddisfacevano mai i loro desideri.
All'inizio non sapevo neanche in che modo comportarmi, ma poi capii e mi abituai anche a quello.
Mi faceva male scoprire che venivano molti uomini sposati. Ma perché tradivano le loro mogli? Avrei voluto chiamarle per dire loro ciò che combinavano i loro mariti.
Capii che l'amore non esisteva e promisi a me stessa che non mi sarei mai sposata, perché non volevo soffrire e non volevo che anche i miei eventuali bambini potessero soffrire.

A poco a poco mi abituai persino a quel lavoro. Dopotutto avevo soldi facili che mi permettevano di vivere bene. In due o al massimo tre sere arrivavo anche a guadagnare intorno ai 1.500 Dollari.
Mi piaceva quel guadagno anche se, nel tempo, cambiai completamente. Non ero più la persona che ero stata, così come le ragazze non erano più loro.
Inoltre, dovevamo stare attente coi clienti: non si poteva parlare troppo, perché già una ragazza aveva avuto anche dei problemi con la polizia.
Col tempo, avevo imparato tutti i desideri che un uomo esprimeva con una prostituta.

Dopo mesi cominciai ad avere un rapporto stretto anche con alcool e droga. E pensare che un tempo odiavo persino la birra!
Avevo dimenticato anche l'idea di voler cercare mio padre, ma non avevo dimenticato mia madre. Quando le scrivevo, era sempre di mattina, quando ero ben lucida, anche se la testa mi scoppiava ogni 5 secondi.
A lei raccontavo un sacco di bugie. Che ero diventata una ballerina. Eppure avrei tanto voluto scriverle: “Mamma … profumavo di sogni, ora puzzo di realtà”.

Quando ero piccola mia madre mi diceva sempre che non dovevo smettere di sognare. Eppure in quel momento, mi sembrò che sognare, mi avrebbe solo fatto del male.
I sogni illudono, eppure … perché continuiamo a sognare? Perché si realizzano agli altri i sogni? Perché in quel periodo a me non si realizzava alcun sogno? Forse la colpa era mia.

Era passato un anno esatto dal mio arrivo a New York e quella mattina arrivò la prima lettera di mia madre.

“Piccola mia, perché stai fingendo di essere felice? Perché stai fingendo di star bene? Me lo sento, anche se stai lontana, che ti sta succedendo qualcosa. Se lavori, perché non mi hai mai spedito una foto del posto in cui lavori? Se hai un fidanzato, perché non mi hai mai parlato di lui e inviato qualche foto? Soprattutto, se veramente hai conosciuto tuo padre, perché non venite a trovarmi? Ti prego, apri bene gli occhi, perché tocco quei soldi e sembrano sporchi. Sei ancora in tempo a cambiare vita … Ti amo, piccola”.

D'improvviso iniziai a piangere e l'unica cosa che mi poteva calmare era la droga e una canna. Andai in bagno, mi guardai allo specchio e un vortice di ricordi mi assalirono, riportandomi a quando ero arrivata in città ad un anno di distanza.
Ripensai alle illusioni, alle bugie, ai sogni buttati al vento e dalla rabbia presi una bottiglia vuota che lanciai contro il muro. In seguito ripresi un'altra bottiglia dal comodino e iniziai a bere, dicendo frasi senza senso: “Che cavolo ne sa mia madre? Non so, le mando i soldi ed ha anche da ridire! Ma stesse un po' zitta, và ... soldi così facili non li vedo da nessuna parte!!”.

E quella sera accadde una cosa, la stessa di tempo prima. Sembrava che il destino mi volesse far ricordare continuamente cose brutte e, allo stesso tempo, riderci su.
Melania esagerò quella sera con la droga e, in un secondo, le scivolò l'alcool addosso. Svenne tra le mie braccia.
La portai in ospedale, ma sembrava essere troppo tardi per lei. Entrò in coma. Dopo solo mezz'ora non era più fra di noi.
La rabbia mi assalì quando tornai a casa. Spaccai tutto quel che mi trovai davanti. E con una bottiglia, ruppi il vetro della finestra. Tentai di tagliarmi le vene, anche senza riuscirci, poiché mi tagliai solo po' il braccio e la mano. Che stavo facendo?
Melania non sarebbe tornata in vita in quel modo, anche se mi venne una gran voglia di raggiungerla e continuai a fare “la vita”.

Passarono tre settimane e, per distrarmi, andai a correre al “Central Park”. Mentre stavo correndo, cominciai ad avere la nausea e la testa che girava. Infine, svenni.
Non ricordai più niente. Credevo di aver fatto la stessa fine di Melania quando, d'un tratto, mi svegliai grazie alla voce premurosa di un uomo.
Aprii gli occhi e compresi che mi trovavo in ospedale. Accanto a me, c'era un bellissimo medico. Aveva la stessa espressione di mio padre, anche se era moro.
Gli chiesi cosa fosse successo, poiché ebbi un vuoto di memoria. Rispose con un grande sospiro che ero svenuta e … che aspettavo un bambino. Ma che, a causa di alcune sostanze prese, l'avevo perso. Una pugnalata mi colpì dritto al cuore. Rimasi senza parole.

Quel giovane medico si chiamava Taylor, aveva 24 anni, al tempo in cui lo conobbi. Grazie al suo cuore d'oro, mi aiutò con impegno a disintossicarmi dalla droga e dall'alcool e mi accompagnò ad un centro di cura.
Lasciai “la vita dai guadagni facili”, anche se non fu semplice, perché Richard mi contattò per avere la sua parte del denaro che avevo guadagnato fino ad allora e se avessi rifiutato, mi avrebbe uccisa. E mi disse: “Comunque … io e tuo padre non siamo amici, anzi, nemici. Lui aveva sempre la parte del “Paladino della giustizia”. Lo conobbi al liceo e … abbiamo sempre litigato, fino a 25 anni fa, quando voleva a tutti i costi, aiutare le mie ragazze ad uscire fuori da questo giro ma, alla fine, lo ricattai e non lo vidi più. Quando mi mostrasti la foto, lo riconobbi subito, era stato tutto un caso”.
Lo guardai dicendo: “Sapevo già tutto, non preoccuparti … addio!” e gli chiusi la porta in faccia. Finalmente aria nuova!

Passarono ben 5 mesi da quel momento. Mi accorsi di essermi presa una bella cotta per il medico che mi aveva tanto curata ed aiutata e mi accorsi che non gli ero indifferente.
Quando un giorno mi accompagnò sotto casa di una persona, gli chiesi: “Perchè ti sei fermato in questa villetta?”.
“Perchè ho chiesto informazioni su dove abitasse tuo padre: abita qui … Ho lavorato per tanti anni nell'ospedale in cui sono attualmente … ho conosciuto molte persone”.
Non ci potevo credere. Mi diede anche la forza di bussare al campanello.
Alla porta mi aprì proprio lui: “Salve … cerca qualcuno? La conosco?” chiese.
Non riuscii a parlare, quando intravidi anche una bambina: “Papà! Papà!” e la prese in braccio.
Avevo la foto di lui in mano e, prima che iniziassi a piangere, mi voltai per andar via, ma mi cadde la foto per terra.
Feci una corsa per andare in auto, ma sentii gridare: “Jalia, Jalia aspetta!” disse per proseguire: “Finalmente sei arrivata, piccola mia”.
“Come fai a sapere il mio nome?” allora gli domandai.
“Perchè io e tua madre, abbiamo sempre voluto che nostra figlia si chiamasse Jalia.” e mi abbracciò forte a sé.

Sono passati 8 anni da quel giorno ed iniziai di nuovo a profumare di sogni. Mi sposai con Taylor e divenni mamma di una bellissima bambina di nome Nessie.
Io e mio padre abbiamo un bellissimo rapporto. Mi fece conoscere sua moglie e i suoi figli, la sua nuova famiglia. Mi accolsero a braccia aperte.
Tornai al mio Paese per un paio di mesi per far conoscere a mia madre la mia famiglia.
Taylor, inoltre, insieme ad un gruppo di “Medici senza frontiere”, aprì un nuovo centro, sia nel mio Paese che in America, per bambini e donne sole che avrebbero potuto difendersi dallo sfruttamento della prostituzione e da ogni tipo di violenza.

Che dire … rinnego tutto ciò che avevo pensato dei sogni. Non è vero che portano a rovinare la vita, poiché siamo noi a buttarli spesso via, per seguire strade sbagliate.
Non dobbiamo mai smettere di sperare anche se, sfortunatamente, accadono cose che, non si vorrebbe che accadessero.
Forse, ogni evento vuol insegnarci qualcosa che ci permetta di rialzarci e diventare più forti di prima, per non abbatterci. Solo in questo modo possiamo dimostrare quanto teniamo ai nostri sogni.
Non è mai troppo tardi per ricominciare!

 

 

FINE

 

 
 
     
 
 
 
 
     
 

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