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Nel suo primo
romanzo "In un tempo andato con biglietto di ritorno” si distinguono
due momenti del nostro secolo che, per quanto vicini, sono molto
differenti. Quali sono stati secondo Lei i cambiamenti più radicali
nell’ultimo trentennio del secolo?
Il mio libro contrappone due epoche condividendo una medesima trama.
L’ultima parte, ‘il biglietto di ritorno’, ha uno scarto di circa un
ventennio rispetto gli avvenimenti che lo precedono. Ci si ritrova dai
tardi anni Settanta di colpo al 2000. Risaltano subito le tecnologie,
già contenitori delle nostre solitudini, comunque capaci di farci
ritrovare: Walter e Lorenzo, i due protagonisti, si rincontreranno
casualmente in una chat. Emergono mutamenti di costume che Lorenzo,
rientrando dal suo espatrio in Francia, evidenzierà meglio
rapportandoli a quanto immaginava stando all’estero. Che altro
aggiungerci? Dieci anni che ci hanno inoltrato nel nuovo millennio: il
medioevo di un terrorismo religioso e globale privo di ogni romantico
riferimento.
Ci sono degli scrittori che prende a modello? Quali? Modelli,
anche nostro malgrado, finiamo col portarli dentro interiorizzandoli.
Il punto è creare una propria scrittura, agire, attraverso la
contemporaneità, in un mosaico di rotture e tradizioni per ricreare il
proprio, quello del contesto in cui si anima divenendo arte. Corbiere,
Baudelaire, Scapigliati, modernismo e decadentismo, Montale e
Ungaretti, certe reminescenze del volgare ed anche qualche
sperimentazione sono, ma non i soli, possibili ingredienti di un mio
percorso poetico…
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