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3. Per quale ragione
le tue fotografie sono pervase di una forte componente onirica?
Credo che le foto che faccio siano frutto sia del talento, sia della
serendipità cioè della scelta di dispormi da solo in un luogo, senza
uno scopo preciso, con la mia macchina fotografica, e attendere che la
realtà mi sorprenda.
La componente onirica è qualcosa di me che entra nelle foto che
faccio. Nel mio sito si trovano scatti di ogni tipo, paesaggistici,
iperrealistici, non mi limito ad un unico stile quando fotografo.
Tuttavia se devo presentare me e la mia fotografia preferisco parlare
di sogni. E’quello che mi ispira di più quando scatto. Sogni nella
realtà, sogni nelle persone e nelle emozioni che trasmettono. Quasi
mai in un ritratto cerco la posa; preferisco di gran lunga la
sorpresa, la distrazione, lo sguardo perso nei pensieri. Spesso
fotografo persone del tutto estranee per la strada.
Cerco il sogno che è nascosto tra le pieghe della realtà quotidiana.
Spesso lo trovo, in un momento fermato nell’immagine. Ti faccio due
esempi: un vetro rotto e annerito di una baracca andata a fuoco, mi
piaceva la tessitura di grigio, nero e il bianco della luce che vi
passava attraverso. Tornato a casa ho scoperto che, senza che me ne
accorgessi, una piccola farfalla si era posata in alto a destra
nell’immagine. Il mio scatto è divenuto qualcosa di più di una bella
tessitura di colore: l’immagine della vita – la farfalla – e della non
vita – il vetro distrutto dal fuoco.
Altro esempio: domenica scorsa mi sono alzato presto, da tempo volevo
cogliere qualche immagine del quartiere Eur, le geometrie forti
dell’architettura fascista, in particolare le fughe di colonnati e i
giochi di luce e di ombre che generano. Questo è il contesto, lo
sfondo che ho scelto quella mattina. In primo piano ciò che si è posto
e non poteva essere preventivato: un signore anziano, ben vestito, che
giocava con il suo barboncino lanciandogli una palla, un primo scatto,
e poi un bimbo, che correva da solo, sotto lo sguardo dei genitori,
tra le colonne del museo della civiltà romana. Nella foto quelle
colonne, immense, austere, che tagliano duramente la luce e l’ombra,
sembrano inchinarsi di fronte al dettaglio minuscolo, il bambino che
gioca. L’architettura razionalista e un bambino che corre. Due
elementi così distanti, antitetici, che puoi immaginare di trovarli in
un sogno.
4. Quali sensazioni
pensi che possano trasmettere le tue fotografie? Quali sensazioni,
invece, suscitano in te? Quali sensazioni penso, direi quali
sensazioni desidero e spero di far sentire agli altri. Spero che le
persone che guardano un mio scatto possano provare quella sensazione
che hanno nel cuore in quel preciso istante. Niente di più, niente di
meno. Il loro personale stato d’animo.
La fotografia per me – come la psicoterapia – è una guida, un
facilitatore che fa emergere qualcosa che era già lì ma non si vedeva.
Il percorso lo sceglie chi si mette di fronte all’esperienza
artistica. Se hai tristezza nel cuore e guardi la foto di un clown, la
sua maschera può suscitare il pianto. La stessa immagine può indurre
il sorriso in un’altra persona.
Di certo uno scatto trasmette un messaggio. Tale messaggio può essere
interpretato e se è giudicato dai più un veicolo di allegria –
un’immagine ridicola – è quella la sensazione che trasmette.
A me non importa troppo quali siano le sensazioni che prova chi guarda
una mia foto: ritengo un successo che la persona percepisca la sua
personale sensazione del momento grazie al mio scatto.
Quali sensazioni suscitano in me le mie fotografie: allegria,
orgoglio, passione, voglia di creare, di donare agli altri nuove
immagini, voglia di sognare e di permettere ad altri di sognare. |
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