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La rubrica di

Sabrina Falzone

L'Arte Dentro

 

 Sabrina Falzone intervista, in esclusiva per LiberaEva, Magda Carella. L'artista dipinge da molti anni ed ha esposto in personali e collettive ricevendo vari riconoscimenti. A partire dall’anno accademico 1997-98 insegna Pittura e Arte Decorativa presso l’Università Popolare per la Terza e Libera Età di Bari.

 
 
 
     
 
 
 

ARTE E PITTURA

Intervista all’artista Magda Carella

L’evocazione della civiltà africana

ESCLUSIVA LIBERAEVA

 

Magda Carella, nata a Bari, ha conseguito il Diploma di Maturità d’Arte Applicata ed il Diploma in Pittura dell’Accademia di Belle Arti, esponendo in varie personali e collettive. Dal 1997 insegna Pittura e Arte Decorativa presso l’Università Popolare per la Terza e Libera Età di Bari.


Nel 2003, nel refettorio dell’Istituto dei Missionari Comboniani ha dipinto scene del paesaggio africano per l’ambientazione di un percorso educativo riservato agli alunni delle scuole elementari e medie, eseguendo, peraltro, una serie di sagome dipinte da collocare nel paesaggio stesso, raffiguranti personaggi africani immersi nella vita quotidiana. Queste opere sono state esposte a Roma, nel Vaticano, all’interno di una mostra sull’arte e l’artigianato africani in occasione della santificazione del Padre Daniele Comboni.

Pensi che l'ambiente in cui sei vissuta abbia in qualche modo inciso sul tuo stile pittorico?
Non credo, penso più che abbiano inciso gli artisti di cui ho visto e amato le opere, le mostre visitate e la mia indole. Amo gli Impressionisti e gli artisti a loro vicini come Toulouse-Lautrec e Van Gogh. Per il contrasto di
luci e ombre e l’innovazione portata nei soggetti, Caravaggio. L’ambiente, invece, credo abbia inciso più sui contenuti.

Finora quali traguardi e soddisfazioni hai raggiunto nel corso della tua attività artistica?
La soddisfazione più grande sta nel dipingere in sè, di esprimermi con l’arte. Certo questa viene moltiplicata nel momento in cui chi guarda i miei quadri prova, almeno in parte, l’emozione che ho cercato di trasmettere, o percepisce un pensiero, una sensazione, un messaggio da me trasmessi.
Alcune di queste persone, dicendomi che i miei quadri “parlano” o che ne avvertono il calore, mi hanno resa felice.
Alcuni africani che hanno visto i quadri con soggetti che ricordano il loro continente sono rimasti stupiti, sapendo che non ci sono ancora mai stata, mi hanno detto che non si direbbe, ciò mi dato una gioia grande.
 

 
 
 
 
 
 
 

Mentre, insegnando all’Università Popolare per la Terza e Libera Età, mi fa piacere sapere di aver incoraggiato ad avviarsi alla pittura persone che, fino a poco tempo prima, non immaginavano neanche di poter dipingere.
Loro mi dicono che si sentono bene, che provano soddisfazione nel cimentarsi coi colori e ne sono entusiasti. Questa è una soddisfazione anche per me.

La tua arte può essere definita etnica? Perché?
Non ritengo affatto che la mia arte sia etnica, almeno per il significato che attribuisco a questa parola. “Etnico” mi sa di moda, di gusto passeggero, che da un po’ si è diffuso in Italia. I miei quadri parlano di Africa, ma non sono etnici ed è un caso che mi ritrovi a dipingerli in questo periodo, in cui l’arte e l’artigianato africani hanno preso piede.
Quando ho cominciato a parlare della “mia” Africa ancora questa moda non c’era.

Nei tuoi lavori permea un'evocazione della civiltà africana. Da dove è nato questo interesse che hai tradotto poi sulla tela?
E’ sempre difficile per me spiegarlo, forse perché con certezza non so spiegarlo a me stessa. So che, fin da piccola, sono sempre stata colpita dal problema del razzismo e dall’ingiustizia subita dei popoli africani, lo
schiavismo, a causa dei bianchi, degli occidentali. I razzismi sono tanti, in realtà, ma quello dovuto alla differenza di colore è emblematico. La solidarietà verso quella gente, verso le donne, più di tutto, in ogni parte del mondo con una vita più difficile di quella degli uomini, ma nei paesi del cosiddetto Terzo Mondo ancora di più, mi ha portato a dipingerli. Ma non solo: sento il fascino di quel continente, mi piace il suono dei tamburi, i colori intensi, la luce. E’ un omaggio, ma non solo alla sofferenza, bensì anche alla bellezza, ai lati positivi che vi intravedo. In Africa non ci sono ancora mai stata, ma conosco in parte l’Africa che è in Italia.
Il volontariato nell’ambito dell’immigrazione, la collaborazione coi missionari in progetti di sensibilizzazione alle culture altre, alla terra da cui tutti proveniamo, l’aver parlato con africani e visto foto, video,
riviste sull’Africa, mi hanno portato a dipingere i soggetti che vedete. Nelle donne che portano pesi sulla testa vedo anche la mia fatica di vivere, vedo delle compagne che mi spronano a resistere e andare avanti. Come se mi dicessero: se lo facciamo noi, a maggior ragione devi farlo tu. A proposito delle donne coi pesi ho scritto:


 

 
 
 
 

“Affascinata
Guardo le donne
che con eleganza
e quasi senza sforzo
portano pesi
sulla testa.

Credo proprio che portino
Il peso della vita
Con fierezza e tenacia.”

 

Alcuni tuoi quadri sono pervasi quasi interamente da tonalità blu. C'è una ragione dietro questa scelta cromatica?
E’ il mio colore preferito, è il cielo e il mare che amo tanto. Vivo in una città sul mare. Il blu, per me, è anche il colore dell’intimo mondo e della riflessione.


La tua definizione di arte.
Linguaggio personale ed universale al contempo, che attraverso vari mezzi (figurativi, letterari, musicali, ecc….) unisce il mondo, al di là del tempo e dello spazio.

 
 
 
 

Quali tecniche adoperi più assiduamente?
L’olio è stato per tanti anni la mia tecnica prediletta, in contemporanea all’acquerello che, invece, ho abbandonato dopo un po’ perchè avevo bisogno
di colore denso, corposo. Poi ho cominciato a sperimentare gli acrilici, ora uso entrambe le tecniche, separatamente o sulla stessa tela, spesso sovrapposti ad altri materiali, per formare una tecnica mista.

Alcune tue opere come "Paesaggio" o "La sosta del carovaniere" sono quasi prive di elementi narrativi, risultando essenziali e per certi versi solitarie. Puoi spiegarci le motivazioni di una simile raffigurazione?
Sì, in quelle opere parlo di solitudine, ma una solitudine positiva o necessaria, per raccogliersi, nel senso proprio di raccogliere se stessi.
I quadri che hai menzionato, sono attimi, brevi momenti fermati. Momenti intimi di calma, di pace, di distacco dal caos, dallo stress della vita quotidiana e cittadina. Come ho scritto su “La sosta del carovaniere”: “Un momento di pace dell’animo, una tregua nel cammino affannoso”. Quei momenti
di vita reale li prendo a simbolo per dire altro, oltre l’episodio in sé.


Progetti per il futuro?
Nell’immediato, sarò a Lecce dal 20 Febbraio al 10 Marzo al Moma in collettiva, dal 10 al 31 marzo parteciperò ad un’altra collettiva dal tema “L’altro io” a Roma, presso la Domus Sessoriana. Dal 16 al 19 marzo sarò all’Expo Arte a Bari.

 

 

 






 

 
 
 
 
 
 

A cura di Sabrina Falzone  sabrina.falzone@whipart.it

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