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Mentre, insegnando
all’Università Popolare per la Terza e Libera Età, mi fa piacere
sapere di aver incoraggiato ad avviarsi alla pittura persone che, fino
a poco tempo prima, non immaginavano neanche di poter dipingere.
Loro mi dicono che si sentono bene, che provano soddisfazione nel
cimentarsi coi colori e ne sono entusiasti. Questa è una soddisfazione
anche per me. La
tua arte può essere definita etnica? Perché?
Non ritengo affatto che la mia arte sia etnica, almeno per il
significato che attribuisco a questa parola. “Etnico” mi sa di moda,
di gusto passeggero, che da un po’ si è diffuso in Italia. I miei
quadri parlano di Africa, ma non sono etnici ed è un caso che mi
ritrovi a dipingerli in questo periodo, in cui l’arte e l’artigianato
africani hanno preso piede.
Quando ho cominciato a parlare della “mia” Africa ancora questa moda
non c’era. Nei
tuoi lavori permea un'evocazione della civiltà africana. Da dove è
nato questo interesse che hai tradotto poi sulla tela?
E’ sempre difficile per me spiegarlo, forse perché con certezza non so
spiegarlo a me stessa. So che, fin da piccola, sono sempre stata
colpita dal problema del razzismo e dall’ingiustizia subita dei popoli
africani, lo
schiavismo, a causa dei bianchi, degli occidentali. I razzismi sono
tanti, in realtà, ma quello dovuto alla differenza di colore è
emblematico. La solidarietà verso quella gente, verso le donne, più di
tutto, in ogni parte del mondo con una vita più difficile di quella
degli uomini, ma nei paesi del cosiddetto Terzo Mondo ancora di più,
mi ha portato a dipingerli. Ma non solo: sento il fascino di quel
continente, mi piace il suono dei tamburi, i colori intensi, la luce.
E’ un omaggio, ma non solo alla sofferenza, bensì anche alla bellezza,
ai lati positivi che vi intravedo. In Africa non ci sono ancora mai
stata, ma conosco in parte l’Africa che è in Italia.
Il volontariato nell’ambito dell’immigrazione, la collaborazione coi
missionari in progetti di sensibilizzazione alle culture altre, alla
terra da cui tutti proveniamo, l’aver parlato con africani e visto
foto, video,
riviste sull’Africa, mi hanno portato a dipingere i soggetti che
vedete. Nelle donne che portano pesi sulla testa vedo anche la mia
fatica di vivere, vedo delle compagne che mi spronano a resistere e
andare avanti. Come se mi dicessero: se lo facciamo noi, a maggior
ragione devi farlo tu. A proposito delle donne coi pesi ho scritto:
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