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PALCOSCENICO
 
 
 
 
 

PALCO

RUBRICA

 

Miriam Bendìa

Paolo Bianchi

La cura dei sogni

Tre metri sotto terra: il romanzo italiano sui trentenni di oggi

 
 
 
 

 
 

 
 
 

Sogni che ti annebbiano gli occhi e il cervello.

Sogni che ti tagliano in profondità, come la lama di un rasoio.

Sogni che ti portano lontano, faccia a faccia con te stesso.

Sogni che si perdono e ti perdono.

Sogni che hanno il profumo del mare e il colore del cuore.

Sogni che ti derubano del sonno.

Sogni feroci, unici, pericolosi, allucinati, disperati, malati.

Sogni vivi, più vivi di te

 
 
 

 
 
 

Simone

Eugenia ha forti capelli color miele bruciato e gli occhi verdi come laghi alpini. E mai in vita sua Simone aveva visto un sorriso più prezioso. Se solo glielo concedesse qualche volta in più.
Poi c’è che è gentile. E riservata. Molto riservata.
Quel giorno che lei è arrivata lui era sulle nuvole. Nuvole nere. Era stato il tempo. È l’effetto del particellato atmosferico che si deposita sulla vernice e ne viene inglobato. La vernice nei secoli è stata passata diverse volte, sempre per rinfrescare la pittura. Alla lunga, la polvere s’è fissata a strati. E poi chissà cos’altro, il fumo delle candele. E le ridipinture. Perciò le nuvole, che non erano state pensate nere, lo sono diventate. E allora lui quel giorno ci passava sopra il solvente con la mano destra, poi il bastoncino avvolto nel cotone con la sinistra. Aveva il naso molto vicino alla nuvola, era sopra l’impalcatura a quattro metri e mezzo da terra.
È sceso e c’era Eugenia.
E non l’aveva dipinta Giovanni Agostino da Lodi, con tutto il rispetto. Ma Leonardo. E non era dipinta, era vera.
Quella mattina non sarebbe riuscito a dir niente lo stesso, neanche con tutto il tempo del mondo. Perché il tempo era sospeso, tutto lì. Splendeva su di loro come una lanterna arancione al crepuscolo. Era una finestra illuminata nella piccola casa in cima alla scogliera, contro il cielo viola. E sotto il mare urlava, impotente.
Erano nell’Attimo ed erano l’Attimo.
Lei sorrideva e basta.

 
 
 

 
 
 

Eugenia

Ma cosa ci fa in una periferia buia? Cammina verso uno spiazzo limitato da una montagna di terriccio e detriti. Com’è anonima la notte in questa città. Sull’orlo dello sterrato c’è un pezzo di verde stantio. E un ippocastano con i rami stecchi. Che chiarore felpato, che c’è, e in fondo, in penombra, una qualche figura gobba che si dilegua. Lei d’istinto s’avvicina all’albero rachitico. Il terreno lì è più molle. Il chiaro disegna le ombre. E guarda nel chiaro pensando di vedere la luna, ma la luna non c’è, c’è solo il chiaro e le ombre. E il silenzio e un fischio lontano. No, non è un fischio, è un grido, però fatto di tanti gridi lontani che diventano uno.
Un urlo di colore rosso, pensa.
E capisce che il paesaggio invece è bianco e nero. Non si ricorda dov’è, che ci fa.
Si guarda i piedi, che non ci sono più. Sono affondati alla caviglia.
Sono le sabbie mobili, pensa.
E quello che è strano è che le sembra logico.
Poi va giù, fino a metà coscia, schiacciata dall’urlo. Fa per aggrapparsi al ramo scheletrico. Non si spezza, si piega come la gomma. Lei è giù nella terra con tutta la pancia. Anche le braccia si tirano, si tirano finché senza neanche un tac, ma molli come una candela, le braccia si staccano e l’urlo roso la acceca.
È la sveglia che suona.
 

 
 
 

 
 
 

Andrea

«Se una donna ha luce, allora intorno proietta delle ombre» spiega Andrea. «Sotto i tuoi piedi, alle tue spalle, devi vedere la tua ombra provocata dalla sua luce.

Io davanti a una donna cerco subito la mia ombra, perché da quella capisco. Quasi tutti gli uomini guardano la luce e basta. È quello che loro vogliono, o almeno che credono di volere. Ti spiego meglio. Una donna non ti dice mai quello che vuole davvero. Ma si accorge subito se tu lo capisci e lo sai».


«E tu come fai a saperlo?» chiede Simone.
«Ci vuole una specie di talento, come ce l’hai tu per vedere il colore di uno sfondo o per distinguere un tono dall’altro. Tu che cosa guardi del Caravaggio? Subito quello che vedi, poi però ti accorgi di quello che c’è anche se lui non lo ha dipinto. Come la storia del bicchiere nel quadro della Cena, quello che mi hai fatto vedere. Non lo vedi subito ma dopo un po’ che guardi, eccolo lì.

 
 
 

 
 
 

Cioè, capisci che è un bicchiere. Ma poi, se lo analizzi, diciamo, ti rendi conto che il bicchiere non c’è, c’è solo il bordo, e la striscia di luce sul margine. Il bicchiere tu lo hai visto, ma non c’è, nel quadro. C’è solo l’ombra del bicchiere. È un po’ come quelle immagini dei libri di psicologia. Che tu vedi due facce di profilo che si parlano, e poi invece è un vaso.

Oppure vedi solo il vaso. E dopo un po’ le vedi tutt’e due, le figure. Sono illusioni ottiche. Non so i quadri, ma le donne sono illusioni ottiche. E noi maschi per le donne.
Poi ci sono le donne senza luce, o con poca luce.
Io sto molto attento alle donne senza luce, perché ce ne sono tante. Bisogna starci attenti. Le donne senza luce non ti fanno vedere niente di te. Non ti fanno vedere la paura, per esempio.

Non ti fanno vedere la debolezza. Ti fanno vedere soltanto se stesse, come qualcosa che tu dovresti possedere. E lì ti perdi e sbagli. Io quell’errore non lo faccio più. Per me, per il mio lavoro, è lo sbaglio più grande. Perdere di vista l’insieme, voglio dire».
 

 
 
 
 
 
 
 

La cura dei sogni
Salani Editore, 2006

Milano, oggi. Aperitivi, lavoro, soldi... noia. Eugenia e Simone, restauratori, ossessionati dall’idea della conservazione del bello; Andrea, di professione gìgolo, che con le belle ci va a letto. Ciascuno di loro ha un sogno, che tenta di inseguire prima che esso venga divorato dal grigiore quotidiano. Così Simone molla tutto e va a Cuba, Andrea compra la barca che dovrà aprirgli nuovi esotici orizzonti, mentre Eugenia tenta la fuga da se stessa e da un corpo che non soggiace alle statiche leggi dell’eternità dell’opera d’arte...

Un triangolo sentimentale, tre illusioni, tre modi diversi di scappare di fronte al vuoto, alla fissità, a una realtà che non soddisfa e che opprime. Personalità fragili e disilluse, si cercano, si scontrano, ma non si incontrano davvero mai. Non resta che farsi curare – e avere cura – dei propri sogni, utili forse, o forse indispensabili, ma solo a condizione che non si avverino... Un abile ritratto penetrante e vivido di una generazione disincantata, incapace di amare anche se stessa.

 


 

"La storia si svolge per la maggior parte sopra il livello terrestre (...) metaforicamente nei cieli dell’arte, territori più facili da attraversare, per chi è esperto, rispetto a quelli della vita vera, molto più crudele e aggrovigliata. Come in un gioco di specchi, quattro persone si fronteggiano, intrecciano i loro percorsi di vita e di lavoro, rischiano di perdersi(...) Passioni, sogni e desideri che hanno comunque a che fare con il massimo della concretezza umana, il corpo".

Carlo Faricciotti, Il Giornale, 18 maggio 2006

"’Tre metri sotto terra: il romanzo italiano sui trentenni di oggi’ è la geniale fascetta di un libro di Paolo Bianchi (‘La cura dei sogni’, Salani). Il neoministro del lavoro Cesare Damiano ha dichiarato che il suo obiettivo prioritario è l’abbassamento dell’età pensionabile. Ovvero: cinquantenni in pensione a carico dei trentenni che lavorano. La fascetta, concepita prima delle elezioni, va pertanto aggiornata: sei metri invece di tre. Che la terra vi sia lieve."

Camillo Langone, Il Foglio, 19 maggio 2006

"Si aggrappano ai sogni come naufraghi nella tempesta di cemento metropolitana, pur di sfuggire dal grigiore di ogni giorno. (...) E’ un romanzo che descrive la deriva dei trentenni di oggi : in apparenza tra le pagine non c’è niente di estremo, ma in realtà è un libro violento. Perché ci consegna la radiografia di una generazione che si è persa solo perché non si è mai trovata. Giovani che nascondono i propri sentimenti perché hanno paura che si trasformino in debolezze. Che ricercano perennemente la bellezza ma di fronte al suo ideale si sentono infinitamente inadeguati. (...) Si sente in tutto il romanzo uno sfondo, quasi una musica, di dolore: un dolore di sfondo, ma devastante (...) I trentenni di oggi descritti da Bianchi appartengono ad una generazione disincantata il cui vero dramma è l’incapacità di amare. Anche se stessi". 

 

 

Gian Paolo Serino, La Repubblica, 16 luglio 2006

" ‘La cura dei sogni’ potrebbe piacere a un Michelangelo Antonioni alla ricerca di un soggetto sulla crisi dei trentenni di oggi. Il romanzo, scritto dal giornalista Paolo Bianchi, racconta in una prosa in bilico tra minimalismo e bella scrittura il senso di spaesamento di chi, adulto, è costretto ad accettare lavori precari, a chinare il capo di fronte ad un superiore, a vergognarsi della ricchezza accumulata dai propri genitori e, soprattutto, a nascondere i sentimenti, percepiti come debolezze da una società che mette l’assunto ‘produci, consuma, crepa’ davanti a tutto. (...) Tre protagonisti, tre percorsi narrativi che si intrecciano, tre vicende attraversate da tante piccole miserie quotidiane e da una costante, ingenua speranza di riscatto. Lo sfondo è Milano, quella dei cocktail nei bar alla moda, delle aspiranti soubrette, dei colletti bianchi e degli operai accomunati dall’uso della cocaina per riflettere meno e divertirsi di più. (...) All’autore si può forse rimproverare un eccesso di coincidenze alla Kieslowski, una organizzazione della trama nella quale anche alcuni personaggi apparentemente accessori si scoprono primi attori nelle ultime dieci pagine. Ma più che di un difetto, si tratta di un approccio alla narrazione che alla gran parte dei lettori risulterà addirittura gradito".

Francesco Prisco, Il Sole 24 Ore, 8 dicembre 2006

 

 
 
 

 


 

Paolo Bianchi è nato a Biella nel 1964. È giornalista, consulente editoriale e traduttore.

Ha pubblicato l’inchiesta Avere trent’anni e vivere con la mamma (Bietti, 1997) e i romanzi Uomini addosso (ES, 1999) e Il mio principe azzurro (con Igor ribaldi, ES, 2001). Nel 2004 ha partecipato con un racconto all’antologia Delitti d’amore (Supergiallo Estate Mondadori) e pubblicato il saggio La repubblica delle marchette (con Sabrina Giannini, Stampa Alternativa).

 
 
 

 

 
 
 
 

PER SAPERNE DI PIU'

 
 

Gli articoli di Miriam Bendìa  su liberaeva

I sogni di Paolo Bianchi li trovate qui: www.pbianchi.it

Per le fotografie si ringraziano: Gabriele Rigon   www.gabrielerigon.it Paul Banner   www.paulbanner.com

    
 
 
 
 

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