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PALCOSCENICO
 
 
 
 
 

PALCO - MOSTRE

Dal nostro inviato: Alisa Mittler

Antonio Ligabue

L’arte difficile di un pittore senza regola

 
 
 
 

 
 

 

Ligabue il pittore naïf, Ligabue il pazzo, Ligabue il genio autodidatta. Forse in secondo piano è passato il Ligabue artista, con tutta la sua carica vitale e innovativa. Un'occasione per conoscerlo è la mostra Antonio Ligabue, l'arte difficile di un pittore senza regola, in corso a Palazzo Reale a Milano, fino al 4 Novembre. Curata da Augusto Agosta Tota, presidente della Fondazione Ligabue, presenta oltre 300 opere, tra olii, disegni e sculture. Moltissimi, troppi i dipinti stipati nelle stanze, difficile orientarsi e ritrovare un filo conduttore che racconti un artista la cui vita, geniale e disperata, contribuì ad accrescere il mito, ma che venne troppo spesso liquidato dalla critica come pittore istintivo, oppure esaltato come il Van Gogh o Il Doganiere della Val Padana.

 

 
 

 
 

 

Nato nel 1899 da una ragazza madre e affidato bambino ad una famiglia di Zurigo, ebbe con la matrigna un rapporto di amore e odio, che sfociò in ricoveri in istituti per malati mentali, fino al culmine di una denuncia, con conseguente espulsione dalla Svizzera nel 1919. Si trasferì quindi in Emilia, lungo il Po, a Gualtieri, paese d' origine del padre legale, quel Laccabue che mai sentì affine, tanto che, come si può vedere nel documento presente in mostra, una volta raggiunta la celebrità, chiese di cambiare cognome di assumere una seconda pelle diventando a tutti gli effetti Ligabue, l'artista.

 

 
 

 
 

 

La sua vita errabonda, lungo gli argini del fiume, trascorreva tra lavori saltuari e ricoveri in manicomio, ma furono questi gli anni dell'approccio alla pittura, che gli consentiva dar vita alle sue fantasie e ossessioni, ambientate nello scenario dei paesaggi padani. Negli anni '50 – '60, si diffuse la sua fama, alimentata non poco anche dalla vita travagliata e dagli atteggiamenti eccentrici.

 

 
 

 
 

 

Nel 1961 tenne la sua prima mostra personale a Roma, che gli procurò denaro e notorietà. La ricchezza e il successo, lungi da dargli stabilità, ne accentuarono gli atteggiamenti eccentrici. Folli furono le sue spese per auto e motociclette; la sbariclèta a foeugh, la bicicletta a fuoco, come chiamava la sua Guzzi, che vediamo esposta, e che compare nei suoi autoritratti, era amata ed accudita quasi fosse un animale domestico.

 

 
 

 
 

 

Divisa sommariamente per vari temi, la mostra apre con i paesaggi, nei quali si notano i tratti nordici della sua Svizzera, paese amato dove sognava di ritornare. Pennellate piatte riproducono le case dall'architettura germanica, come ne il trasporto della birra oppure gli animali al lavoro, il quieto idillio campestre, con i buoi aggiogati all'aratro in un ideale connubio uomo - animale. Molto amava gli animali Ligabue, tanto da trovarsi più a suo agio con loro che con gli uomini; passava ore nelle campagne, ad osservare gli uccelli e le altre bestie, ne imitava i versi e le posture, per poi riprodurli fedelmente e con amore nei suoi quadri, come nel tenerissimo le due madri.

 

 
 

 
 

 

Ma la Natura di Ligabue, quella lussureggiante e vitale nelle pennellate corpose di colori caldi, che riesce a trasfigurare il paesaggio padano in roventi savane africane, è soprattutto lotta e trasformazione. Tigri e leoni, che avevano così impressionato l'artista quando li vide per la prima volta bambino in uno zoo di Zurigo, tanto da divenire poi un leit- motiv della sua opera, si affrontano l'un l'altro in una lotta di spire e mascelle spalancate. La vittoria è però sempre effimera: ad insidiare il Re della Foresta, nella grande tela del 1959, ci sono insetti e uno scheletro a fare da memento mori.

 

 
 

  

 
 

 

La vitalità dei caldi gialli e ocra si stempera nel nero della morte. Talvolta, pur nel calore dei colori squillanti, pare di vedere un certo compiacimento verso la crudeltà; non solo nella lotta fra per il predominio della Savana, ma anche nei fenomeni naturali. Ne Il fulmine, i cavalli sono terrorizzati e imbizzarriti, mentre nella Caccia con fulmine quasi stramazzano al suolo. In Traversata della Siberia, del 1958, il suggestivo paesaggio innevato è macchiato del sangue dei cani aggrediti da un branco di lupi. Resta difficile peraltro stendere una cronologia e uno sviluppo diacronico delle opere di Ligabue visto che, raggiunta la notorietà, l'artista tende ad autoriprodursi.

 
 
 

   

 
 

 

Qui a Milano assistiamo ad un moltiplicarsi caleidoscopico di leoni e tigri, senza tener conto che il nostro artista, vuoi per denaro, oppure semplicemente per bisogno di affetto e amicizia da chi altro non cercava che una tela da piazzare sul mercato, indugia spessissimo in forme di autoplagio. Interessante è la sezione dedicata alla grafica, quasi un mondo a parte, dato che mai, i disegni erano bozzetti preparatori per gli olii. Negli animali e negli autoritratti a puntasecca, il segno è fortemente plastico, teso alla definizione dei volumi.

 
 
 

 

 
 

 

Ligabue fu anche scultore usando materiale povero come terracotta o argilla, che ammorbidiva con la sua stessa saliva, quasi un appropriarsi e diventare se stesso terra. La materia è trattata con senso plastico, a colpi di pollice, poi rifinita nei particolari con puntelli. Le sue opere, buoi e altri animali, sono realistiche, con poca propensione alla caricatura. ANTONIO LIGABUE - l’arte difficile di un pittore senza regola Milano, Palazzo Reale - fino al 4 novembre ORARI: lunedì 14,30 - 19,30 da martedì a domenica 9,30-19,30 giovedì 9,30 - 22,30 Il servizio di biglietteria termina un'ora prima della chiusura della mostra

 
 
 

 

 
 
 
 

PER SAPERNE DI PIU'

 

Le pagine di Alisa Mittler su LiberaEva

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