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Nudi
femminili, scene erotiche e silhouette stile anni Venti
che fuoriescono ammiccanti dalle cornici, fondali di “marine” dove sulle
onde, oltre a una bionda e fatale sirena, si aggroviglia una coppia di
amanti: sono questi i nuovi stilemi di Piersandro Coelli.
Le sue opere offrono al pubblico la sensazione del risorgere dei
grafismi che Endelmann immaginò per il film dei Beatles
Yellow Submarine. Sembrava avesse abituato gli spettatori al suo
linguaggio conturbante e allo stesso tempo scanzonato, ma ci si
sbagliava: non finisce invece più di stupire, e questo perché l’artista
si rallegra nel fuorviare chi osserva le sue opere. Per questa rassegna
ha realizzato infatti una serie di lavori in cui foto, parole, fumetti e
disegni rendono gli spettatori testimoni di una realtà tra l’istrionico
e l’irreale.
Le sovrapposizioni di piani sempre
rigorosamente “aprospettici” e di
immagini
carpite al cinematografo, alla
politica e all’arte stessa s’impongono per la loro
vivacità, per il loro doppio senso, obbligando l’astante ad un’attenta
lettura. Sì, perché a prima vista sembrano quadri di facile
intendimento, delle specie di vignette in cui tutto viene spiegato e
formalizzato, ma così non è. Se poi di fronte alle opere dalle
gradazioni spesso accese la storia riprodotta sembra scorrere dentro un
suo filo logico, vuol dire che la trappola è dietro l’angolo. Così nel
quadro che raffigura i due
soldati che si baciano c’è di tutto: appaiono Hitler e
Mussolini, la bandiera con la svastica, sulla quale è appeso un
reggiseno rosso, la bottiglia di vino, la coppia di nudi femminili anni
‘30, c’è l’umorismo e l’incitamento, ma c’è anche l’accusa. Una denuncia
raffinata, lontana da ogni intento moralistico, ma pur sempre legata
alla situazione sociale e comportamentale di una società ormai allo
stremo.
Ci sono poi gli equilibrismi grafici di
Corrado Bonomi, il “trickster” incorreggibile nel quale i numi
artisticamente inebrianti del Sessantotto, che desideravano
“l’immaginazione al potere”, non si sono mai assopiti. Con lo stesso
spirito di allora ricicla una serie di manifesti e locandine di film
“hard” degli anni ‘70 e ‘80, facendoli però attraversare da straniati,
quanto noti, animali umanizzati dei fumetti, dipinti direttamente sulle
fotografie. Si creano così delle circostanze ambiguamente umoristiche,
in cui foto e disegni interagiscono, innescando a loro volta degli
imprevedibili quanto surreali doppi sensi.
L’ironia macabra di Patrizia Nuvolari
è resa dal gioco di commistione linguistica fra pittura e fumetto, che
si accresce della rivisitazione di generi quali l’horror e il “Grand
Guignol”, ma abbelliti di preziosità e ironie tutte femminili. Nel
sostrato dei suoi dipinti appaiono la lezione del fumetto “underground”,
del gruppo “Valvoline” e delle animazioni cinematografiche orripilanti,
eppur poetiche, di Tim Burton, ma alla fine il risultato è sicuramente
qualcosa di fresco e intrigante, in cui la creatività artistica non
disprezza la festosità di Halloween.
Elisabetta Farina, al contrario,
trasforma in un fumetto l’universo altero e rarefatto della moda
femminile. Bellezze algide, che rifanno il verso ai fumetti inglesi
degli anni ‘60, indossano le griffe e i corredi più aggiornati: sandali
con tacchi a stiletto, borse, gioielli di tendenza. Gli ori, le
guarnizioni metalliche, gli strass sono però sostituiti da “texture di
led luminosi” e colorati. Interessate solo al proprio apparire e superbe
della loro agghiacciante e congelante bellezza, le eroine dei dipinti
elettrificati sono delle creature “liminali”, la cui più ambita
aspirazione sembrerebbe essere quella di potersi trasfigurare in una mai
oscurabile insegna pubblicitaria.
Ciò che equipara questi artisti è
la
volontà condivisa di trarre
ispirazione, a volte in maniera velata in altre più
palese, da un immaginario
fumettistico che concorra a
rendere le
varie citazioni istantaneamente
comprensibili al pubblico, come nel caso della
Catwoman di Massimo Festi, che chiude la mostra.
Se si trattasse di un film o di uno
sceneggiato e non già di una mostra, la presenza di
Festi sarebbe
familiarmente definita un’amichevole partecipazione, più di
un’apparizione prestigiosa. Il fatto è che per questo giovane artista il
fumetto non costituisce ancora una ricerca organica. Siamo a livello di
alcuni riusciti esperimenti all’interno di una più vasta ricerca
tecnica, ascrivibile all’idea di pittura mediale. Ma i suoi Batman
e Robin, omosessuali seppur con allusiva discrezione, e
la sua Catwoman - che, in platinato stile Jane Mansfield
proclama la fine della festa - sono ammalianti quanto non definibili,
poiché sembrano capaci di proiettare l’osservatore in uno spazio/tempo
indeterminato.
Una mostra che sa fare allettare e rallegrare, anche
per l’attuale realtà del fumetto che pur impegna il fruitore con
l’incalzare dei suoi testi che vanno letti non tanto nella loro chiave
logica, bensì nei significati reconditi, sarcastici e di denuncia che
assumono una volta evinti dal loro contesto naturale.
La stretta interdipendenza che da più di
mezzo secolo accomuna il fumetto all’arte pittorica è ormai unanimemente
nota, soprattutto dopo che la “Pop Art” ne ha depredato copiosamente
icone e contenuti, avviluppandoli in nuovi significati e portandoli di
fronte al pubblico più elitario delle rassegne d’arte. L’esposizione
vuole per l’appunto dimostrare al pubblico come questa interdipendenza
sia sempre più viva e vitale, e lo fa tramite le opere di
cinque artisti italiani,
che miscelano elementi di codici rappresentativi difformi, creando opere
di forte influenza visiva.
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