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Slimane Beij, un
arabo sessantenne, vive a Sète, una cittadina vicino Marsiglia, e
lavora come addetto alla riparazione delle imbarcazioni nel cantiere
navale del porto.
Il lavoro è troppo pesante per la sua età e soprattutto è poco
disposto alla flessibilità, che la nuova organizzazione impone.
Lui cerca di
resistere perché, anche se ha divorziato, vuole rimanere vicino alla
sua ex moglie e ai figli, nonostante ora abbia una nuova compagna.
Le difficoltà finanziarie lo fanno sentire del tutto inutile.
Si rifugia allora in
un sogno per scacciare la sensazione di fallimento: ristrutturare
una vecchia imbarcazione e trasformarla in un ristorante a
conduzione familiare in cui proporre come piatto forte il cuscus al
pesce..
Il suo salario non è
certo sufficiente per lanciarsi nell’impresa, ma intanto nessuno può
proibirgli di lasciare almeno libero spazio ai sogni.
Intanto anche i suoi parenti pian piano si fanno coinvolgere e
uniscono le loro forze per un progetto
Anche dà a tutti la
speranza in una vita diversa, in cui possono migliorare la loro
situazione economica senza negare la loro identità.
Abdel Kechiche è uno dei registi europei più apprezzati: dopo il
successo al Festival di Venezia nel 2000 con l'opera d'esordio Tutta
colpa di Voltaire e il successivo trionfo ai Cesar del 2005 con La
schivata.
Con Cous cous si è
guadagnato a Venezia il Premio Speciale della Giuria e il premio
Mastroianni per l'attrice rivelazione Hafsia Herzi.
Torna a parlare efficacemente del mondo che conosce meglio e cioè di
quello degli arabo-francesi integrati da decenni nella società ma
ancora tuttavia visti come diversi.
In questo contesto Kechiche si muove con una tale leggerezza da
alleggerire la lunghezza del film e le tematiche sociali raccontate.
Un film vicino al miglior Fellini, nella sua semplicità e a volte
crudo realismo visto tramite l’occhio e le vicende di Beniji vuole
sentirsi un uomo che ha ancora da dare qualcosa alla società.
Le differenze
culturali hanno ovviamente un ruolo cardine nella narrazione e nel
nome della tolleranza il regista sembra dirci attraverso Beniji
“aggiungere pure i vostri sapori forti, le vostre culture, perché la
semola ce la mettiamo noi!”
Proprio il cous cous potrebbe essere la soluzione. Potrebbe.
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