STORIA DELLA PROSTITUZIONE

IL MESTIERE ANTICO

La Prostituzione Sacra

 


 

 

 

La prostituzione antica aveva una caratteristica sacrale in quanto le donne offrivano il loro corpo come sacrificio alla divinità. Chiamata “porneusis sacra” era praticata nei templi, come rito propiziatorio, allo scopo di assicurare fertilità e fortuna. Le prostitute si univano in un rito sotto forma di culto della fecondità oppure di dono all'ospite come gesto di generosità. Erano le sacerdotesse, venerate e rispettate come coloro attraverso le quali si manifestava la benevolenza della dea, immagine di Armonia e Disordine, perché in grado di esprimere con i loro corpi e le loro movenze forti cariche di desiderio.

Donne uguale Terra. Donne depositarie di ogni seme e forza vitale, d’energia e motore che fa muovere il mondo. Avevano una corona di corda intorno al capo, i capelli sciolti, lunghe vesti, erano le sacerdotesse nel Tempio, erano ierodule, assire, babilonesi e fenicie, erano fanciulle, vergini di buona famiglia, oppure schiave che si univano carnalmente ai sacerdoti, oppure ai fedeli spesso stranieri, nel tentativo di catturare l’energia vitale.

 

  



“Oh Ishtar, oh Astarte, oh Afrodite!” Nell’invocazione offrivano le loro intimità sottoforma d’anima e di fede, compivano un atto di adorazione, propiziando la fertilità in loro stesse, alla terra e al popolo tutto e insieme ad esse la prosperità economica dell’intera comunità. Di solito chiedevano un obolo, quasi una carità, ma non avevano un prezzo fisso, non facevano commercio del loro corpo, nessuna logica di mercato nell’esercizio di quell’arte. A volte nella suggestione dell’atto assumevano le sembianze delle divinità a cui venivano consacrate, spesso facevano da tramite con la divinità stessa.

Molto spesso si univano al monarca, al des
pota, al ras del luogo, e durante la cerimonia anche il popolo si univa con le proprie spose in un rito suggestivo dove il dio infiammato dal desidero veniva paragonato all’aquila che segue con lo sguardo la sua preda. Le sacerdotesse trattate con rispetto non venivano usate ma onorate, assimilate al fiume Tigri in piena o alle sponde bonificate. Erano le regine, le figlie del Dio del cielo, il giardino dove sbocciavano fiori rari, la tavola imbandita su cui era alzato il vaso della libagione.

Presso i babilonesi era legge che almeno una volta nella vita tutte le donne d’ogni ceto sociale, in età piacente, dovessero recarsi al tempio di Afrodite, la puttana, e, concedendosi al maschio sull’altare, sacrificavano alla divinità le proprie carni come un qualsiasi agnello, fino ad emulare le stesse sensazioni delle sacerdotesse raggiungendo così il paradiso afrodisiaco.

Ad Eliopoli, ogni vergine doveva, secondo l'uso, prostituirsi a uno straniero nel tempio di Astarte. La prostituta sacra aveva il dovere morale di soddisfare tutti i clienti che esprimessero tale desiderio. Il cliente, come atto simbolico, doveva offrire del denaro gettandolo sul ventre o sulle ginocchia della prostituta stessa. Al termine della giornata, nessuno le poteva offrire più nulla per averla di nuovo. Il periodo di prostituzione sacra avveniva solo in alcuni giorni dell'anno.

Solo successivamente, all'incirca al tempo della legge ebraica, la prostituzione fu indicata come atto dissoluto e peccaminoso. Nell'Antico Testamento è citata molte volte, nella quasi totalità dei casi in un contesto di riprovazione e presentata come peccato o motivo di vergogna.
Nel Nuovo Testamento viene citata anche come causa di rovina nella parabola del figliol prodigo.

Il perdono ad una prostituta viene effettivamente praticato da Cristo nell'episodio della peccatrice penitente, questa figura viene identificata tradizionalmente con Maria Maddalena, divenuta simbolo del pentimento.

 

    
 

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