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foto Andrea Figallo
Durante il convegno di
InterCulture, ieri ha Bologna ho pranzato con Adel Jabbar, iracheno
musulmano e ho “conosciuto” lo sguardo e l’amore del nemico.
Sei li, magari anche non davanti all’acqua, quando “pluff”,
cerchi dell’acqua al contrario, un rigurgito del profondo risveglia il
tuo sguardo e qualcosa, sepolto, riemerge.
Noi diciamo parole, facciamo opere, si, viviamo, ma quanto davvero
tutto quel che diciamo e facciamo è ancorato alla nostra vita, quanto
è radice profonda consapevole e che ci irrora e
a cui dare quotidianamente la nostra attenzione, il nostro profondo
ascolto, la nostra cura?

Ieri, improvvisamente dall’oceano profondo, il verso di una mia poesia
scritta nel 1985, improvvisamente “pluff”, riemerge.
Aveva dato anche il titolo a quel mio primo libro: Inutile fare
trasloco, e il verso diceva:
“Sei un ricordo e una presenza continua, inutile fare trasloco”.

Stupore di quel che crediamo passato e che invece chiede nuova
conoscenza.
A chi parlavo? Chi era quel ricordo e quella presenza tanto continua
da rendere allora inutile ogni trasloco e da essere presente ancora
oggi, tanto da ri-emergere dopo anni di silenzio?
O di silenzioso quotidiano patimento per “una mancanza e una
presenza”?
E’ facile fare il re-wind del noto, guardare sempre dalla stessa parte
con lo stesso sguardo, amare senza più sapere nemmeno chi amiamo, ma
ri-tornare su quel che insapientemente abbiamo voluto ignorare,
ri-tornare su quei passi che allora non abbiamo potuto e saputo fare,
non è cosa facile.
E non è per tutti possibile.
Credo sia questa la fortuna nella vita, non vincere il superbingo,
no, e nemmeno incontrare George Clooney al super che ti offre una
coppa di Martini ( anche se non nego che mi piacerebbe, lui e anche il
Martini!), no; ma saper osare lo sguardo dell’ignoto (per questo la
fortuna è bendata) e tenerlo li, guardando il precipizio che non
abbiamo attraversato.
E’ sempre “il più bello dei mari quello che ancora non abbiamo
attraversato” e tentare d’attraversalo non è mai troppo tardi e la
fortuna non è mai cieca, siamo noi che lo eravamo,
che non l’abbiamo voluta vedere.

Ma, (per fortuna!), ritorna, sempre, come l’assassino sul luogo del
cadavere (“pluff”, ecco un bel lapsus freudiano!) sul luogo del
delitto.
Dunque più importante il cadavere del delitto!
Più importante uccidere qualcuno che sapere perché lo stiamo
uccidendo?
E di chi è il corpo emerso? Lo potrò riconoscere ancora dopo tanto
tempo?
Che ne avranno fatto di quello sguardo e di quella bocca venti anni di
mani d’oceano? (le mie!)
E l’assassino? Chi è? O meglio quale parte di me è potuta arrivare a
tanto?
Perché arrivare a voler distruggere qualcosa o qualcuno che in noi
palpita?
Come tempo fa mi diceva un’amica criminologa, più l’assassinio è
cruento, più infiniti e violenti sono i colpi inferti all’altro, più
l’assassino è famigliare alla vittima o nel giro delle intime
amicizie.
Insomma quando l’odio è tanto grande è perché troppo grande è anche
l’amore.
E noi non siamo capaci di sostenerlo l’Amore, perché ancora non ne
conosciamo lo sguardo.
Penso a Gerusalemme, mani e occhi e cuori pieni di rabbia e di
sangue.
E d’amore.

E allora il nemico chi è, e dove é?
E perché lo chiamo nemico, se è dentro di me, se sono io che lo creo?
Ma è certo che per trovare il nemico ci vuole un altro nemico.
E chi meglio di me, di ognuno di noi, lo è, il nemico?
Non è forse il mio, quello che invece indico del nemico, lo sguardo
che non ho osato incontrare?
Non è forse il mio il cadavere che oggi mi chiama, mio il delitto che
oggi posso tentare di decifrare, di conoscerne i moventi, di guardare
le impronte, di condannarmi o, perché no, di perdonarmi?
E’ forse questa la strada del perdono?, che se non passa dal mio
nemico-dentro non potrà mai arrivare anche al perdono del
nemico-fuori?
Non è forse il mio amore “del” nemico che ho temuto di incontrare
perché mi rendeva vulnerabile?
Perché l’amore, è vero, ci rende vulnerabili, ci apre talmente tanto
da spaventarci, da indurci ad ogni forma di difesa, ad ogni forma di
offesa.
Il titolo di allora “inutile fare trasloco” è oggi ancora di più per
me verità esperita, nel senso che davvero è inutile cambiare casa,
andare altrove, “lontano da dove?”.

La terra promessa è relazione continua e potremo crearla fuori, solo
se davvero faremo la pace dentro di noi, se davvero oseremo tentare
“l’amore del nemico”.
Nemico che vive e cresce fuori solo se lo lasciamo vivere e crescere
nella nostra Anima.
“Se non vivo l’altro come nemico egli può sfruttarmi ”, scrive Raimon
Panikkar”, ma se non corro il rischio di espormi al pericolo del
cosiddetto nemico, continuo a creare nemici e a creare inimicizie...Quindi
la motivazione sta in me. Io, vedendo nell’altro un nemico non scopro
nell’altro anche un potenziale amico, e poiché lo vedo come nemico lo
tratto già dialetticamente come qualcuno che devo combattere”.
Ieri a Bologna ho pranzato, prima del convegno organizzato da
InterCulture, con Adel Jabbar, iracheno e musulmano, nato a Bagdad,
sociologo dei processi migratori che insegna in diverse università.
L’intensità e la profondità del suo sguardo mi hanno subito colpita,
spaventandomi oltre che interessandomi, intensità e profondità a me,
donna occidentale europea italiana lombarda milanese, sconosciute.

Quegli occhi, come uno specchio, riflettevano un mondo a me ignoto, un
mondo misterioso,
denso di luci e di ombre, un mondo raccontato da altri, pieno di
giudizi e di pregiudizi, un mondo fatto di altri colori, di altri
odori, di altri sapori e di altri suoni, un mondo fatto di altri
abbracci, di altri modi d’amare, altri modi di raccontare, altri modi
di conoscere, un mondo fatato e stregato,
un mondo a me sconosciuto e tanto lontano. Ma lontano da dove?
Ecco come la paura del “diverso” crea le sue difese ed inizia le suo
offese.
Il perturbante contiene il bello ed il terribile, inscindibili, da
incontrare e contenere in noi.
Durante il convegno, prima di iniziare la sua relazione, Adel ha
chiesto ad ognuno dei partecipanti di definire con un solo aggettivo
la parola musulmano e la parola islam.

Diversità, paura, misoginia, sottomissione, imposizione,
antidemocratico, curiosità, violenza, alcuni degli “gli stati d’animo”
che raccontavano sinceramente il nostro vissuto interiore, perché ciò
che non conosciamo ci spaventa e, invece di desiderare di conoscerlo,
lo evitiamo, lo buttiamo dietro le spalle, lo isoliamo in quella che
crediamo indifferenza ma che è l’inizio dell’odio.
Perché l’indifferenza non esiste, perché di indifferenza si muore e
noi siamo esseri umani, talmente bisognosi di vita e d’amore d’avere
una terribile paura della loro mancanza e della loro presenza.
E’ per non sentire questa mancanza-presenza che uccidiamo e ci
uccidiamo, ma questa mancanza-presenza “è relazione”, è opportunità di
conoscenza, è vulnerabilità e forza, e può diventare “buco”, profonda
caverna dove si anniderà il nemico, solamente se ci consegniamo
prigionieri a questa ignoranza, solamente se non oseremo il suo
ascolto e l’amore per ciò che ancora non conosciamo.

Perché la vita e l’amore sono sempre presenti, sono dentro in ognuno
di noi, solo che non ci crediamo e non tentiamo nemmeno di farne
esperienza e così, invece di portare amore a quella parte sofferente,
amore che è desiderio di conoscenza del nostro lato buio e conoscenza
dell’altro, costitutivo di me, giriamo la moneta che abbiamo
nel palmo della nostra mano ed iniziamo a pagare il prezzo dell’odio.
Incontrare l’amore del nemico è un passo necessario in questo momento
storico così difficile, ma io credo che per fare questo passo fuori,
passo che romperà la legge del karma, del dente per dente occhio per
occhio, che potrà modificare lo scontro in atto tra civiltà, è
assolutamente necessario poterlo fare prima dentro ognuno di noi
questo passo.

E’ necessario incontrare la nostra ignoranza e perdonare noi stessi,
ognuno ha il suo delitto.
Queste due dimensioni, quella interiore e quella esteriore, sono
inseparabili, ma dobbiamo necessariamente separarle per poter operare
un radicale cambiamento e se non incontrerò prima in me quel nemico il
cui sguardo non ho osato incontrare, se non mi renderò vulnerabile, se
non avrò amore per il “mio” nemico, nulla cambierà nel mondo.
Ma se saremo capaci di ascoltare: “pluff” è la sua voce che ci chiama,
che ci invita all’incontro.
Un ricordo e una presenza continua. Mancanza e presenza continua.
Spaventata da quello che credevo lo sguardo del nemico e che invece
era lo sguardo della mia ignoranza, ho evitato la conoscenza, ho
chiuso gli occhi, e ho “creato” il nemico.
Ecco perché il perdono è “decreazione”, incontrando la mia ignoranza e
amandola “decreo” il nemico da me costruito e ritorno nella relazione
dove Conoscenza e Amore sono inseparabili.
Inutile fare trasloco
Patrizia Gioia
www.spaziostudio.net
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