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PRIMO CAPITOLO
Il più è la luna
Pensieri appena nati, dolcemente soavi e leggeri nell'aria come
ali di farfalle, al momento di prendere forma compiutamente si
scioglievano nella gigantesca luna rossa adagiata sugli ultimi
alberi, sulle ultime case all'orizzonte, occupando il centro
della terra.
Niente pareva avere più significato. Ogni sentimento, ogni
pensiero era preso nella magia del chiarore rossastro
dell'immane palla luminosa, mentre alle finestre delle case,
come immersi in tanti buchi neri sui muri, si stagliavano le
sagome degli uomini che si affacciavano per cogliere la prima
frescura della sera estiva, restando rapiti dallo spettacolo.
Anche Gina aveva aperto la porta del balcone della sua stanza e
si era affacciata, rimanendo affascinata dalla luna rossa.
Intorno, tutto era cambiato. Il Mincio emergeva dall'ombra come
una lamina d'oro, esaltando sulle sponde le macchie scure degli
alberi che lambivano le acque. Il bosco si perdeva nella massa
scura agitando i misteri di paure ataviche dell'animo umano per
le tenebre. Come se i sentieri si chiudessero e le piante
diventassero mostri notturni, capaci di inghiottire quanti
avessero osato violarne la sacrale impenetrabilità.
E proprio i misteri della notte riportarono Gina alla luna di
un'altra estate. Una luna piena che aveva illuminato gli ardori
dei sensi al finire di un giorno che non poteva ripetersi perché
lui, Alberto, non era più di questo mondo terreno.
Il ricordo le metteva un senso d'angoscia, coprendo d’incertezza
quella serenità che credeva di aver riconquistato nel nuovo
rapporto con Paolo. Ma Alberto era saldamente ancorato nella
memoria che si spalancava sul paesaggio lunare, tornando a
ricreare ed a far rivivere i momenti sublimi che li avevano
uniti, senza confini, senza limiti, compiutamente, alimentati
dal verbo eterno del piacere.
Durante il pomeriggio, come spesso avveniva d’estate, si erano
allontanati lungo i sentieri nei campi. Ma entrambi avvertivano
che quel giorno tutto doveva accadere. Il desiderio di
appartenersi li aveva vinti. Rotolati nell'erba del sentiero, ai
piedi di un salice, avevano continuato a baciarsi, a spogliarsi,
a baciarsi ancora. Ad accarezzarsi ed a baciarsi, finché ogni
pudore era caduto e nudi ed amanti avevano congiunto i loro
corpi.
Si erano abbandonati fino a sciogliere nel piacere caldo e lento
il turbinio dei sensi, delle passioni e delle emozioni che
scoppiavano dentro. Fino a che erano tornati a percepire le
immagini della campagna nella calura che avvolgeva i corpi
perlati di sudore, mentre lo scorrere del tempo addolciva i loro
sentimenti. Ed il sole ormai basso allungava le ombre dei salici
a lenire i corpi amanti.
Prima che il buio li cogliesse, rendendo difficile il ritorno
con il togliere ogni riferimento al paesaggio, si erano
incamminati, viandanti del piacere, appoggiandosi l'una
blandamente all'altro, scambiandosi ad ogni passo l'uno
sull'altra il fardello del corpo, grave per il carico d'amore
che li sovrastava e legava passi e pensieri.
Un sentiero che avrebbero voluto fosse quel tramonto, quello
spazio magico indefinito come il desiderio nel variare delle
atmosfere e dei colori, fuori del tempo. E più si avvicinavano
alle case dei bovari, più si faceva forte e prevalente il
presentimento che quella sarebbe stata l'ultima occasione di
stare insieme in quell'estate.
Come avrebbero resistito alla lontananza? Come opporsi ad un
destino che li voleva divisi, languire anziché vivere?
Improvviso il sole era scomparso all'orizzonte e nel cielo terso
ad oriente appariva, appena sopra le case e le cime degli
alberi, la luna piena, avvolgendo ogni cosa nel magico biancore.
Ed in breve gli occhi si erano abituati a quella lenta magia
dove tutto appariva immobile, luminoso e trasparente sì che si
distinguevano sul sentiero imbiancato anche i ciuffi d'erba.
Erano vicini ad un pagliaio. E una frenesia folle, accresciuta
dalla luna, si impadroniva sempre più di loro, al punto che
Alberto sollevando Gina sulle braccia la spingeva come un peso
inerte nell'antro dorato ricavato con le balle di paglia.
In un lampo si denudavano e cominciavano a baciarsi con voglia
pazza in tutto il corpo, come se non si fossero mai toccati e
fosse quella la prima volta.
Le bocche avide si cercavano, si prendevano, cercando spazi ed
emozioni, correndo mai sazie sul collo, sul dorso, sui seni ed
indugiando sul ventre, mentre le gambe di Gina si aprivano come
ali di gabbiano per un volo magico, alto nell’azzurro.
Ogni volta Alberto riprendeva a baciarla sulla bocca, sul collo,
sui seni. Ogni volta per accertarsi che quel suo ansimare fosse
di vita, fosse voglia di piacere.
Ed ogni volta che ricominciava a baciarla sulla bocca, sul
collo, sui seni, sul ventre, ogni volta la vedeva per la prima
volta. Per la prima volta le labbra toccavano quella pelle di
seta, candida come la luna, innocente come i germogli della
primavera e sulla quale le ombre lunari della sera indicavano i
sentieri più segreti del piacere che egli coglieva, dimenticava
e tornava a cogliere senza fine.
Ed egli aveva fermato le labbra all'ombra del pube e con le
braccia levava divaricando verso il cielo le gambe lunghe di
lei, distese come ali in volo, tuffando la bocca mai sazia nelle
tremule e turgide labbra vaginali, come a suggerne il gaudio che
ne usciva. Indugiando a lungo. A lungo abbandonandosi a quel
piacere folle senza mai finire di scoprire il segreto ed i
confini di tanto gaudio.
Fin che la lingua scivolò, cadde, si tuffò nel tondo foro anale
fermandosi ad assaporarne tutto il gusto pieno inusitato sapido
e grasso della carne.
E più non si staccava da quel sapore carnoso pregno ed acre,
antico e nuovo, incisivo e mordente, diffuso ed incancellabile,
più i sensi si inebriavano perdutamente. E con i sensi, ogni
spazio mentale, mentre nelle vene il sangue pulsava
vertiginosamente, animando quelle ali candide di gabbiano che si
aprivano leggere nella notte senza tempo del piacere.
Ed ogni volta che la punta della lingua, arrotolata come un
cuneo, spingeva nell'orifizio, ogni volta i sospiri diventavano
suoni, ogni volta lei aveva un sussulto, un gemito,
un'implorazione. Ogni volta or più accesi or più languidi
ripeteva irripetibili e mai uguali, un sussulto, un gemito,
un'implorazione.
Si presero con furia, perdutamente.
Perdutamente fino ad essere esausti mentre il mondo cambiava
intorno e la beatitudine li avvolgeva, caduto ogni pudore, per
dare spazio alla superba esaltazione del piacere ed allo
scoprire insieme i percorsi della carne.
La luna già era alta nel cielo, sopra le loro teste, quando
riprendevano il cammino, ormai vicini a casa.
Anche la luna rossa non era più adagiata sulla terra ed era
salita all'orizzonte quando Gina, rientrando dai ricordi nel
presente, avvertì che la memoria d’Alberto tendeva a rifiutare
il nuovo rapporto con Paolo. Allontanare Alberto dalla sua
memoria, però, era come tagliare la sua infanzia e adolescenza.
Si conoscevano così bene che intuivano l'un l'altro i modi e i
gesti, le inflessioni della voce, le parole e perfino i
pensieri. Coetanei erano cresciuti insieme nella stessa casa, il
Palazzotto. Una costruzione quadrata di mattoni a vista,
imponente e massiccia che si ergeva ben visibile nella campagna
sulle rive del Mincio a pochi chilometri da Mantova.
Alberto era il figlio del giovane veterinario toscano che il
padre di Gina aveva chiamato per aiutarlo nella cura e
nell'allevamento dei cavalli.
La vicinanza li aveva condotti a cercare insieme le esperienze
della vita giorno dopo giorno, anno dopo anno.
A volte si univano a loro altri ragazzi del luogo. Insieme
avevano formato un gruppo per giocare nel tempo libero fuori
casa. Avevano anche delle parole d’ordine e quando si
incontravano, per salutarsi, uno diceva: ”Caramelle calde” e
l’altro rispondeva: “Polenta fredda”.
C’era in quelle parole un significato recondito che forse a loro
sfuggiva o non tentavano di approfondire, anche se non mancava
di creare una certa atmosfera irreale. Le caramelle calde erano
la dolcezza e la gioia in cui erano cresciuti bambini. La mamma
di Alberto era solita prepararle sciogliendo, in un filo d’olio
d’oliva bollente, dello zucchero ancora misto a melassa e
lasciando raffreddare in modo che l’amalgama si compattasse.
Ancora calde le tagliava in tanti pezzetti e le distribuiva ai
ragazzi. La polenta fredda, era la polenta avanzata per il
giorno dopo, che i contadini poveri avvolgevano in un tovagliolo
e si portavano nei campi per consumarla a mezzogiorno e poter
continuare a lavorare la terra fino a sera.
Era come se attraverso quelle parole cogliessero il messaggio
della vita, gioia e dolore, ricchezza e miseria, luce e tenebra.
Un chiaro richiamo alla realtà del quotidiano in cui la dolcezza
e la gioia si contrappongono ai momenti in cui il calore del
fuoco e della vita svanisce e l’equilibrio interiore non trova
le condizioni per comunicare all’esterno e sentirsi realizzato,
senza la dolcezza e l’affetto di un pugno di caramelle calde e
la calda atmosfera del focolare di una polenta fumante, intorno
ad un tavolo nella sfera dell’intimità familiare.
Gina ed Alberto avvertivano di essere dei privilegiati e si
avvicinavano con rispetto ed umiltà al mondo della fatica
contadina.
La loro vitalità esplodeva soprattutto nella stagione calda,
mettendo a dura prova chiunque avesse voluto seguirli. Ore di
cammino, di movimento e di giochi non riuscivano a stancarli ed
al ritorno per rimettersi in sesto bastava un’immersione
nell’acqua, resa tiepida dal sole, dell'antico vascone di
pietra, un tempo abbeveratoio per i cavalli in sosta prima di
essere attaccati alle carrozze.
Erano cresciuti liberi ed insieme. Una stagione dopo l'altra e
soprattutto le lunghe estati delle campagne lussureggianti di
verde e di frutti nelle quali, oltre a correre e giocare,
avevano imparato l’ozio estremo, quando tutta la vita
dell’universo pareva ad un tratto fermarsi, immobile nel tempo e
nella calura. Tale e tanta pareva la pigrizia del solleone,
quanto era il caldo insopportabile, senza un filo di vento nella
dorata atmosfera ineguagliabile, irripetibile, imprevedibile e
magica della campagna.
Erano inseparabili. I percorsi nei campi erano ogni anno nuovi,
ogni anno diversi, seguendo le rive ombrose dei fossati con i
loro misteri e tutta la vita animale e vegetale presente nella
pianura.
Era come immergersi nei colori più strani e vari, tra
acquitrini, fango, piante ed erbe selvatiche. Un mondo di magie
e di silenzi nella maturità della natura che si manifestava
quasi umanizzandosi. Rane, saltarelli, rospi, lucertole,
ramarri, come avvertivano i loro passi sul terreno, restavano
per qualche attimo sorpresi e stando il più possibile ritti,
poggiati sulle zampine posteriori, li osservavano, per poi
sgusciare nell'erba alta o saltare in acqua.
Quei rumori di vita campestre, il canto del cuculo lontano e di
qualche passerotto solitario, erano i soli rumori, le sole voci
che accompagnavano il loro andare ed oziare. Ed erano anche,
crescendo, la risposta alla curiosità, alla voglia di entrare in
una dimensione sempre più ampia e completa della vita.
Come le zolle scure della terra si aprivano per dare vita alle
erbe ed alle piante, germinando le foglie ed i frutti, così
mutavano anche i corpi di Gina e di Alberto, dando origine a
sensazioni nuove e trasformazioni fino all'avvertimento che
quell'affetto fraterno che li univa era mutato in qualcosa che
inesorabilmente li attraeva e nello stesso tempo per paura li
respingeva, rendendoli diversi.
Così erano diventati ragazzi, avvertendo nella crescita le
sensazioni e le trasformazioni che sanciscono le differenze tra
maschio e femmina. Quando l'attrazione reciproca diventa
invasiva, facendo scoppiare il cervello ed incidendo le carni
con mille aghi. Rapporti un tempo facili e consueti diventavano
proibitivi e quasi impossibili.
Alberto si era fatto lungo ed ossuto ed il suo volto aveva perso
i lineamenti dolci dell'infanzia lasciando spazio ad un naso
tagliente e diritto. Gina era ugualmente cresciuta in altezza e
si era fatta una creatura meravigliosa ed esplosiva, mettendo in
evidenza, come d'improvviso, le forme femminili, i glutei pieni
e rotondi che spingevano in fuori come frutti vogliosi di
maturare.
Il suo volto appariva di una bellezza mutevole che la memoria
non riusciva a fissare in via definitiva. A ciò contribuiva il
fascino intenso degli occhi già pervasi d’una dolce sottile
sensuale malinconia che variava d’intensità. Una sensualità
profonda che nulla – gioia, paura, passione, dolore – pareva in
grado di cancellare dallo sguardo e che ella comunicava
spontaneamente..
Per la prima volta percepivano interiormente le diversità del
sesso, che fino a quel momento avevano colto negli aspetti ed
elementi esteriori. La percezione era così intensa che al solo
sguardo il respiro diventava affannoso e nel petto sentivano un
dolore lancinante.
Prima di arrivare al giorno della prima volta si chiedevano nel
segreto del loro animo se ci fosse un modo meno doloroso di
frequentarsi e se mai quel turbamento potesse aprire presto una
via diversa alla felicità di stare insieme ed al toccarsi senza
quell’imbarazzo profondo, senza il senso esasperato del pudore,
senza quel torpore acerbo che si mescolava nel sangue e bruciava
nella testa, rendendoli impacciati e paralizzando quasi i loro
movimenti.
Comprendevano che fino ad allora il riso ed il gioco avevano
coperto l'attenzione fisica dei sensi e che il forte sentimento
che li univa non era più amore fraterno o amicizia, ma
un'attrazione irresistibile, epidermica. E quando casualmente
venivano a contatto o anche soltanto si sfioravano, un brivido
correva per tutto il corpo, come una rivoluzione del sangue,
travolgendo ogni possibilità di reazione e di pensiero. Un
pomeriggio Alberto aveva dovuto fermarsi ed era bastato che si
toccasse per scoprire che era diventato uomo.
Quasi ne aveva provato umiliazione. Poi la notte, il silenzio e
la solitudine sarebbero divenute le dolci compagne di una
piacevole abitudine, conseguenza di un desiderio che cresceva e
che il tempo avrebbe maturato.
Gina nascondeva il suo vero sentire col riso e con parole
lontane. Così rispondeva al mutamento delle sensazioni ed
all’imbarazzo che penetrava in lei come una puntura dolorosa ed
inevitabile, mentre cresceva alla radice del desiderio la
curiosità di conoscere quel non ben definito piacere che la
turbava.
Quel riso acutizzava le ferite interiori di Alberto che
diventava rosso in viso come di fuoco e si ammutoliva
allontanandosi da lei per udire la sua voce che lo chiamava
quasi implorandolo di restare.
Tutto era diverso nella fantasia e nel sogno, quando la realtà
era ancora al di fuori del breve spazio dei due metri quadrati
del letto, quando egli indugiava nell'immagine di Gina che gli
appariva così vicina che sarebbe stato impossibile non toccarla,
accarezzarla, entrare nelle pieghe segrete sotto quella vestina
a campana, così fragile e leggera che ad ogni movimento pareva
sollevarsi e rivelargli la fine di un desiderio straziante.
Gina, pur prendendo piena coscienza della passione crescente,
non faceva nulla per evitare atteggiamenti e movenze che le
appartenevano naturalmente e che mettevano a disagio Alberto.
Qualche spintone, una mano sulle spalle o sulla testa, una
carezza sul volto, facevano parte del gioco e, se pure lei aveva
a volte l'impressione che quelle poche decine di centimetri di
cotone che la dividevano da Alberto e dall'essere toccata
potessero cadere e dar luogo ad un contatto più intimo, tuttavia
si abbandonava al caso, quasi non stesse a lei decidere come e
quando.
Istintivamente credeva in una naturale protezione per una
femminilità che ancora doveva crescere pienamente, che ancora
doveva percorrere segrete vie interiori prima di manifestarsi
compiutamente.
Rimanevano liberi i percorsi della fantasia ed il gioco dei
pensieri fra le dita disegnando incontri e contatti lontani da
un reale accadimento.
Lo spazio del letto diventava grande come l'arenile del mare
dove il corpo rotolava senza peso verso l'acqua. Sentiva Alberto
come sospeso nel respiro dell'aria premere con le mani sulla
vulva. E pareva incerta se trattenere quel piacere simile allo
spasimo o sfuggire ad esso.
Anche le parole che uscivano dalla loro bocca non ubbidivano al
bisogno di comunicare la passione febbrile che li rendeva
incerti ed impacciati. Solo la fantasia dilagava in mille
direzioni, senza che l'uno trovasse il coraggio di dire
all'altra sensazioni e desideri, troppo grandi per essere
narrati.
Nella realtà un muro invisibile di cristallo si parava tra i
due, una forza misteriosa magnetica li respingeva come poli
contrari, quando poteva essere il momento, quando tutto, proprio
tutto avrebbe potuto compiersi.
Così le estati passavano e la ripresa della scuola catturava
completamente ogni interesse esteriore. Erano arrivati al primo
anno della scuola media superiore e si erano proposti di far
bene seguendo le raccomandazioni dei genitori. Anche per non
sfigurare loro che in fondo provenivano dalla campagna.
Non erano più nella stessa classe. Ma il pensiero li teneva
uniti in ogni momento del giorno. Soprattutto la sera la loro
presenza si dilatava dolcemente nell'aria che respiravano
attraversando i muri della casa e diventando reale al punto che
avevano l'impressione di potersi toccare.
I discorsi non andavano oltre i temi scolastici ed al commento
dei fatti del Palazzotto. A tratti, in silenzio, si guardavano
intensamente negli occhi senza osar manifestare l’amore segreto.
Ma ormai era chiaro, l’attesa aveva consumato il suo tempo e la
fine dell'anno scolastico, superato da entrambi brillantemente,
sarebbe stata anche la fine della loro pena.
Arrivò il giorno in cui tutto doveva accadere.
Quel giorno di estate torrida si erano inoltrati nelle terre
prendendo il cammino che si accompagnava ad un fosso pieno
d'acqua, proveniente da un'insenatura del Mincio, dove si
formava un ampio acquitrino tra ciuffi e riviere d’erbe
rigogliose, che i due cercavano per la sua folta vegetazione
quando la calura era insopportabile.
L’aria pareva disfarsi sotto il sole creando un velo sottilmente
nebuloso. Pensieri, immagini, cose e desideri, tutto pareva
ricoprirsi di quel velo evaporando verso l’alto, sospeso in un
movimento lento che non aveva fine. Ed in quell’apparente
immobilità ogni cosa sembrava immutabile, eterna.
Si erano seduti sulla riva dell'acquitrino, mettendo
istintivamente a bagno i piedi per attingere una qualche
frescura.
L'aria era pregna di un odore acre di erbe, foglie ed acque
ferme, con un pungente sapore di marcio che evaporava
nell'atmosfera penetrando nel respiro degli uomini e della
natura, nell'epidermide, nella carne, esasperando i sensi.
Era questo l'elemento concreto di richiamo alla terra, alla
campagna ed alla calura che tutto univa nel piano immobile ed
assolato, nell'assenza totale del minimo percettibile spirare di
vento. “Cuora”, così i contadini chiamavano quella melma odorosa
profonda stagnante nel letto delle acque pesanti e ferme che
impregnava l'aria.
Poche erano state le parole fra i due durante il percorso. C'era
dappertutto un silenzio disteso e piano. Solo a lunghi
intervalli un cuculo si faceva ascoltare da lontano, fin dove
gli occhi non arrivavano, oltre la fine del sentiero, oltre gli
alberi che si vedevano appena in fondo la campagna al di là
della cava dei pesci.
Quel cuculo sembrava davvero un'immaginazione che ad ogni estate
si ripeteva senza che nessuno riuscisse o avesse mai la voglia
di scovarlo. Anche il canto delle cicale pareva emanare dai loro
pensieri, come se tutto quel mondo, vissuto insieme per anni,
fosse dentro di loro e niente venisse da fuori.
Un passero solitario dai rami sopra le loro teste si accingeva
ad attraversare i campi ancora dorati dopo la raccolta del
grano. Con il suo volo goffo pareva come rimbalzare a tratti su
un filo teso ed invisibile. Ogni volta, ad ogni rimbalzo, quel
volo sembrava vano, senza una destinazione. Ogni volta la spinta
delle ali generava faticosamente un tuffo nel vuoto come fosse
l'ultimo, tanto era l'abbandono e l'immobilità intorno.
Nessun pensiero, nessuna immagine sublime pareva venire dalla
calura. Il caldo scioglieva ogni desiderio ed occupava le fibre
dei tessuti, impotenti a liberarsene.
Come assoluta era l'impotenza della natura che generava in loro
una tensione sempre più forte e che ad un tratto sarebbe
scoppiata e li avrebbe travolti, cancellando ogni indecisione,
ogni immobilità, ogni percezione del caldo soffocante.
Soprattutto nulla era più grave del respiro dei corpi immobili e
tesi nell’incertezza di un desiderio che occupava ogni spazio
del cielo e dell'atmosfera. E di quel desiderio universale di
congiunzione, penetrante, lento e senza fine, i due si sentivano
parte, pronti a rompere il velo immutabile che li separava, in
attesa di un segno, un segnale affinché tutto potesse
incominciare ad accadere.
Un segno, mentre erano seduti pietrificati in silenzio da un
tempo indefinito. Un segno che rompesse quegli attimi tra
l'essere ed il non essere, tra l'accadere dell’evento ed il non
accadere.
Gina, muovendosi, sfiorò con la spalla nuda, per un attimo di
secondo, la spalla nuda di Alberto. Un tocco lieve, il contatto
delle pelurie adolescenziali. Ed attraverso quel contatto la
comunicazione dei mille messaggi che si affollavano nelle loro
menti ed invadevano ogni spazio della carne salendo al livello
della pelle. Appena si toccarono, quei piccoli peli si
drizzarono ritti, pungenti come aghi, intrecciando una rete
inestricabile che univa fatalmente il loro desiderio. Era il
segnale.
Uno sfiorare di epidermidi. Un contatto magnetico. Tanto era
bastato per comunicare e far sì che i peli delle braccia come
tanti piccoli elettrodi fermassero quel gesto. Il segno. Una
scossa elettrica, un'emozione improvvisa, divenuta subito
totale.
Pochi attimi in cui le barriere dell'universo cadevano. Cadeva
il muro del pudore che sembrava inamovibile, aprendo la grande
scatola magica dell'impossibile. E tutto finalmente si
manifestava ed accadeva.
Istintivamente, improvvisamente l'amore era cominciato, la magia
dei pensieri e dei sentimenti si intrecciava nel gioco delle
dita, delle carezze, dei baci. Nel colore pallido appena roseo
della pelle dei corpi amanti che il sole rendeva incandescenti.
L’immobile incantesimo si era spezzato, travolgendo ogni
incertezza e timore. Palesemente l'amore si mostrava nella
calura estiva in piena luce, nel luogo dove estate dopo estate,
anno dopo anno, era nato e cresciuto.
Le mani dapprima erano incollate sui fianchi, immobili come
paralizzate legate ai corpi tesi e irrigiditi. Anche i pensieri
erano fermi fra le dita legnose.
Un attimo lungo senza fine in cui anche il respiro si era
fermato. Finché le lingue toccandosi si legavano insieme. Un
attimo. E le mani di Alberto cominciavano a frugare nei seni,
sui fianchi, scendendo nelle vie segrete e mai osate del piacere
e la sentì viva fluida ricca carnosa tremante pulsare più calda
dei raggi del sole infuocato sopra gli alberi, sopra le teste ed
i corpi imperlati di sudore. Sopra i pensieri.
Le mani avevano imparato il suono delle carezze.
Si abbracciavano forte con tutta l'ansia e la passione,
increduli, quasi qualcuno potesse dividerli, mentre le bocche si
cercavano avidamente e le labbra nella furia inceppavano le une
sulle altre ed i nasi cozzavano contro.
Erano rotolati nell'erba alta contro il tronco di un salice che
impediva loro di finire in acqua. Continuando a baciarsi, a
spogliarsi, a baciarsi ancora. Ad accarezzarsi ed a baciarsi,
abbattendo ogni limite che si frapponeva al desiderio.
Abbandonando ogni pudore della mente. Congiungendosi.
Finché mancò il respiro, finché un urlo trovò spazio per uscire
e liberare i polmoni che riprendevano a respirare sollevandosi
come antichi mantici di cuoio. Finché lentamente alla fine l'afa
si era fatta risentire con il suo peso ed il sudore sulle carni
diveniva lenimento per i corpi, lentamente alla fine dell'amore.
Tutto era avvenuto intensamente e con trepidazione, come se
qualcuno potesse arrivare d'improvviso e fermarli, fermando le
loro vite e dividendoli per sempre.
Gina appariva illuminata da una nuova bellezza. La bellezza di
chi con la forza dell'amore e della femminilità aveva trovato il
mondo che cercava attraversando il mare dei turbamenti e delle
passioni sulla nave del piacere e del desiderio. “Tellus
quaesita per undas”.
Ma un sentimento come di paura per una felicità finora
sconosciuta si faceva strada e pur nell'immane calura
d'improvviso la sua pelle era percorsa da brividi di freddo,
mentre lo sguardo malinconico diventava irrequieto cercando fra
le braccia di Alberto un rifugio a quel disagio.
Ed era come se i corpi si aggrappassero l'uno sull'atro in una
scalata sulla roccia, un’arrampicata divenuta improvvisamente
affannosa, mentre le braccia scorrevano sui fianchi come corde
sulla parete più alta della montagna. Carezze dure, forti,
avvolgimenti che bloccavano il respiro fin quasi a soffocare,
fino a chiedere una pausa, un attimo di libertà.
Tutto diveniva confuso, sospeso nel vuoto di quella parete di
corpi che si sovrastavano vicendevolmente. Finché Gina lo sentì
improvvisamente e nuovamente ancora dentro, imperioso, perfino
imbarazzante. E più avrebbe voluto uscire dalla stretta più il
suo corpo si inarcava legandosi a quei fianchi duri che la
percuotevano inesorabilmente.
Era come bloccata, come se continuasse ad arrampicare, legata
alla roccia dura e spigolosa della parete. Legata
inconsapevolmente al suo desiderio di piacere. Prigioniera delle
sue stesse braccia. Impegnata con tutte le forze. Finché riuscì
infine a sollevarsi in un grande e lungo respiro, profondo come
un baratro, elevato come la cima della montagna, un respiro che
empiva tutta l'aria e che pareva ripetersi perdendosi come
l'eco, cento volte di terra in terra, di vetta in vetta, sempre
più piano, sempre più lontano. E più cercava di respirare, più
lo sentiva penetrare nel ventre, percuoterla dalle radici
vulvari dei sensi fin nella mente e nello spirito.
E più il respiro diveniva languore, gemito, implorazione, e più
ancora il corpo diveniva leggero e l'arrampicata un volo
d'uccelli sulla vetta del monte più alto.
Il piacere caldo e lento, fuori dal tempo, il turbinio dei
sensi, delle passioni e delle emozioni dominavano ogni fantasia,
spasimo e sospiro. E piano piano tornavano le immagini della
campagna, mentre la calura avvolgeva i corpi perlati di sudore
ed il tempo addolciva i loro sentimenti.
Erano tornati il sorriso e le carezze, dolcemente, mentre il
sole ormai basso allungava le ombre dei salici a lenire i corpi
amanti nella sera.
Sulla via del ritorno, viandanti del piacere, camminavano
lentamente, legandosi con le braccia ai fianchi ed appoggiandosi
l'una blandamente all'altro, sì che i corpi fluttuavano ad ogni
passo come sull'onde del mare nell'ora bruna del tramonto.
Era stato questo l’inizio travolgente dell’amore di Alberto.
Gina non poteva ingannare i sentimenti continuando a vedere
Paolo come se il suo passato non le pesasse. Inoltre un recente
evento straordinario, vissuto alla Sacra di San Michele, la
induceva ad una profonda riflessione e cambiamento.
Doveva chiarire i suoi sentimenti e, lasciando la luna al suo
cammino, si ritirò nella stanza per scrivere la lettera che
meditava già da alcuni giorni.
Sentiva di dover mettere in gioco l’amore di Paolo, aprendo
nuovi orizzonti, nuovi lidi del pensiero. Un rischio che doveva
correre. Forse il rischio della solitudine.
PROPRIETA’ LETTERARIA RISERVATA
© Copiright 2008 by Arduino Boar
Ogni riferimento a nomi di luoghi e persone è puramente casuale
L'AUTORE
Arduino Boar vive e lavora a
Torino. E’ direttore di un’importante rete televisiva regionale
ed ha al suo attivo molti documentari
e pubblicazioni sull’artigianato
artistico piemontese. In passato ha pubblicato racconti e
poesie. Realizza con quest’opera quella che era rimasta la
giovanile vocazione alla narrativa. |