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1
Andrea, sei stato spesso definito artista oltre che scrittore:
ritieni che la narrativa debba aprirsi all’arte e lasciarsi
contaminare?
Kandinsky, molto prima di me, e molto meglio di me, ha teorizzato
che ogni forma d’arte sia la stessa cosa. E che ogni arte debba
fondersi all’altra, in totale sinestesia, e magari essere espressa,
alla fine, attraverso la potenza del teatro. Io credo che l’arte
sia, così come l’amore, una specie di enorme fascio di luce che
passa attraverso uno stroboscopio. Escono tanti diversi raggi, ma
alla fine l’energia è identica. Per quanto mi riguarda arrivo alla
letteratura, non solo attraverso “altra letteratura”, ma passando da
musica, fotografia, arte visiva, danza e, perché no, anche cinema.
2
Definisci il tuo modo di scrivere con tre aggettivi.
Che te ne pare di obliquo, insolito e sentimentale…? No questo mi
pare scorretto. Direi sanguigno, carnale e alcolico.
3
Cosa racconta il tuo libro "Il cielo sotto - viaggio insolito,
obliquo e sentimentale nelle terre verdiane" e com’è strutturato?
Racconta di un metaforico viaggio a bordo di un vecchio vespone
attraverso le terre di Giuseppe Verdi e Giovannino Guareschi. Parla
dell’invenzione del vero. E di quanto il sangue di una storia,
attraverso lo strumento della narrazione, possa assumere un gusto
più vero di quello della realtà. La struttura è quella “a cornice”.
C’è un fil rouge che unisce diversi racconti convergenti.
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