Francesca
Panzacchi
presenta
Lorenzo Mazzoni
autore
di
Le
Bestie - Kinshasa Serenade
Kinshasa, Repubblica Democratica del Congo. Mentre il paese sta
per precipitare nella guerra civile, un medico inglese, la sua
giovane e avvenente compagna, un losco individuo dei Servizi
Segreti sudafricani e un giornalista freelance disilluso e
allucinato, portano avanti la loro esistenza rinchiusi a Gombe,
il quartiere dei ricchi. Fra feste, echi di una guerra sempre
più vicina, tradimenti, traffici di diamanti e di organi umani,
le giornate di questi personaggi vanno avanti, intrecciandosi e
scontrandosi, fino all'inquietante e drammatico finale, quando
la guerra “arriva ovunque”.
IN LIBRERIA
Un
romanzo di forte denuncia, con sfumature da spy-story classica.
Un documento terribilmente attuale, che fa riflettere sul
compito delle missioni umanitarie in Africa e, più in generale,
sul razzismo psicologico dell'Occidente nei confronti delle
popolazioni più povere.
10 DOMANDE ALL'AUTORE
Lorenzo, come nasce il romanzo “Le bestie - Kinshasa Serenade”? Ho scritto
“Le bestie” nell'estate del 2004. Da anni raccoglievo materiale su
quella che è stata definita “La Guerra Mondiale Africana”. Un
conflitto sempre passato in secondo piano per dare spazio solo ed
esclusivamente alle Guerre del Terrore di stampo occidentale. Ero
arrabbiato. Sono sempre stato interessato a quelli che purtroppo nel
nostro Paese diventano fatti marginali ignorati dai media e ho
scritto il romanzo di getto. “Le bestie” è uscito, in formato
ridotto, in ebook nel 2005 per Kult Virtual Press Edizioni.
Successivamente ho iniziato a postarlo sul mio blog, infine Massimo
Di Gruso, editore di Momentum Edizioni, trovandolo un lavoro
interessante, mi ha contattato per farne una nuova versione
cartacea. Mi sarebbe piaciuto potesse rappresentare solo una
testimonianza di quello che fu. Purtroppo, attualmente, in Congo
vaga oltre un milione e mezzo di profughi che ha abbandonato le zone
dove il conflitto dura da quindici anni, causando quasi sei milioni
di morti e i componenti usati per far funzionare i nostri computer e
i nostri smartphone continuano a provenire dalle zone minerarie del
Paese africano, dove persone ridotte in schiavitù muoiono per il
nostro quotidiano e, a volte, futile benessere.
Descrivilo con tre aggettivi
Duro, speziato, veloce.
Chi sono
i protagonisti della storia?
La città di Kinshasa, innanzitutto. Poi ci sono Harold Brook, un
medico inglese disilluso, Tania, la sua giovane compagna che ha
scambiato il Congo per un atelier di arte contemporanea, Cristobal,
un giornalista ormai incapace di reggere psicologicamente il proprio
lavoro e Jacov Cohen, un ex agente dei servizi segreti sudafricani
immischiato in raccapriccianti traffici illegali e
nell'organizzazione di colpi di Stato. Intorno a loro ruotano
personaggi minori, dai medici dell'ospedale per poveri diretto da
Harold Brook, alla corte degli europei ricchi asserragliati a Gombè,
il quartiere superlusso di Kinshasa, dai militari dell'esercito
congolese alle prostitute dei bordelli, dai tassisti orfani ai
bambini-soldato.
Come hai
costruito il profilo psicologico dei personaggi?
La rassegnazione e il fatalismo del dottor Harold Brook sono
ispirati a Scobie, protagonista dello splendido “Il nocciolo della
questione” dell'inarrivabile Graham Greene. Scobie è un uomo
rassegnato all'Africa, a un mondo “diverso” che non cerca più di
capire. Harold fa lo stesso, disinteressandosi del suo lavoro alla
bidonville di Kibuka e passando interminabili ore ascoltando i
notturni di Chopin, una specie di antidoto contro l'orrore. Per
Tania mi è bastato pensare a come vivrebbe l'esperienza Congo una
qualsiasi “starlette” della televisione nostrana, qualcuna che sa a
memoria i nomi di tutti i villaggi turistici del mondo, ma che non
ha mai sentito nominare Kinshasa ed è costretta a viverci. Per gli
altri ho lavorato sulle debolezze e sui limiti dell'essere umano.
Perché
hai scelto questo titolo?
Nel testo c'è un continuo riferimento alle “bestie”, inteso in tutte
le sue accezioni: le bestie da mattatoio, i comportamenti bestiali,
la bestialità di una grande metropoli. Il sottotitolo (“Kinshasa
Serenade”) è un omaggio alla città che “ospita” le vicende narrate.
Quali
sono i punti di forza del romanzo?
Il ritmo, l'inusualità del contesto, la semplicità narrativa e la
sintesi fra letteratura e reportage.
Quanto
tempo hai impiegato per la stesura?
Un mese. Anche se, negli anni, il testo ha avuto diversi
rimaneggiamenti e aggiunte. Come dicevo prima ho scritto il libro
nel 2004, ispirato da decine di articoli che ho raccolto dal 1998 e
usciti, prevalentemente, su “Internazionale”. È stata un'operazione
veloce perché non ho dovuto inventare nulla. Non una delle
mostruosità narrate ne “Le bestie” è frutto della mia fantasia, c'è
una documentazione che lo dimostra. Ho solo assemblato i pezzi, come
avrebbe detto Salgari, amalgamandoli con il mio metodo di scrittura,
attraverso personali scelte critiche.
A quali
lettori si rivolge?
Spero possa rivolgersi, soprattutto, a un pubblico giovane. Credo
molto in quella che potremmo definire “letteratura popolare”.
L'utilizzo di una narrativa semplice che contenga temi “impegnati”.
Penso sia un buon modo per far conoscere ai ragazzi situazioni che,
se spiegate in modo troppo accademico, forse non recepirebbero. Mi
auguro che “Le bestie” possa essere un canale per saperne qualcosa
di più sul Congo e sul conflitto che sta lacerando una terra
magnifica. Un conflitto che i media continuano a ignorare.
Quali
tematiche affronta?
Lo scontro, perdente, con le nostre paure. Il mettersi alla prova
come esseri umani sapendo di fallire. La guerra. L'ignoranza e
l'arroganza dell'Occidente per tutto ciò che non è Occidente.
A quali
progetti ti stai dedicando attualmente?
Ho concluso da poco un nuovo romanzo a cui credo molto e sono alla
ricerca di un nuovo agente (e non è impresa facile). Sto
partecipando a diverse antologie che usciranno con Compagnia delle
Lettere Edizioni e con LineaBN Edizioni. Racconti migranti e storie
bulgare. E poi c'è la promozione de “Le bestie”. La prima
presentazione sarà al Mètissage, a Milano, il 18 febbraio a cui
seguiranno altre serate in tutta Italia. Credo sia importante
sensibilizzare la gente sul tema: “Genocidio in Congo”.
Lorenzo Mazzoni è nato a Ferrara nel 1974. Laureato una prima volta
in D.A.M.S. e successivamente in Storia e Istituzioni dell'Asia,
ignorato dal mondo accademico si è dato al viaggio e alla
letteratura. Ha abitato a Londra, Parigi, Sana'a e Hurghada, e
vagabondato, oltre che in Europa, in Marocco, Egitto, Turchia,
Kurdistan, Yemen, Laos e Vietnam. Innamorato da sempre di Emilio
Salgari, dei Segretissimo e di Graham Greene si è dedicato alla
narrativa e ai reportage, collaborando con il quotidiano "Il
Reporter" e pubblicando numerosi racconti e romanzi, fra cui "Il
requiem di Valle Secca" (Tracce, 2006; Finalista al Premio Rhegium
Julii 2007), "Ost "(Edizioni Melquìades, 2007), "Le acrobazie
mentali di Ivan Mostarda" (Robin Edizioni, 2007), "Un tango per
Victor" (La Carmelina Edizioni, 2008), "Porno Bloc" (fotografie di
Marco Belli; LineaBN Edizioni, 2009), "Il sole sorge sul Vietnam"
(fotografie di Tommy Graziani; LineaBN Edizioni, 2010), oltre alla
serie noir "Nero ferrarese", con protagonista l'ispettore Pietro
Malatesta (illustrata da Andrea Amaducci e pubblicata da linea
Edizioni).
Ascolta con devozione musica allucinogena passata di moda da almeno
vent'anni e ha fatto di Paco Ignacio Taibo II, Yasmina Khadra e
Aidan Hartley i suoi eroi (che si vanno a sommare a schiere di
implacabili guerrieri della cultura e del buon senso con cui
l'autore è platonicamente cresciuto).