Carnival.
È sempre lo stesso angolo di muro, ma Paco lo veste diversamente ogni
volta che un’idea lo accende.
Mi posiziona lì, cerca di indirizzarmi, se non lo assecondo mi lascia
libera perché lui non forza mai le sue modelle.
Mi
lascia scoprire il territorio come un animale libero, mi fa giocare tra
le stelle filanti come una bambina.
Mi chiede di sorridere ma sa che non fa parte di me.
Allora vira verso altre idee con una capacità d’improvvisazione unica.
Le mie
pose sono classiche, forse banali, il mio sguardo sfugge la camera…ma
lui non si arrende.
Avvolge il mio corpo coi coriandoli, scompone col vento i miei capelli,
si mette a ridere perché sono maldestra.
Distruggo il sipario che ha pazientemente realizzato, allora
ricostruisce il set e ricomincia.
Sa che lo adoro, che mi fido ciecamente di lui, deve solo darmi il tempo
di scaldarmi.
E alla fine la sua pazienza lo premia.
Carnival.
Non so se sia fashion, glamour o cos’altro…non sopporto le
classificazioni.
Ne ho viste tante di scenografie di palloncini malinconiche ed insipide.
Di set che sembrano preparati da bambini delle scuole materne.
Di modelle annoiate che si sforzano di sorridere ma nella testa hanno
solo gli oggetti in cui investiranno il loro cachet.
Paco sa
osare, sa mettersi in gioco anche quando il rischio di sbagliare è alto.
Sa come prendermi, sa convincermi che la vita non è solo bianco e nero.
Mi
immerge nei colori e studia le mie reazioni.
Mi ritrae bambola, persino pin up, ma senza mai svuotarmi della sottile
malinconia che identifica il mio modo di posare.
E’uno psicologo che sa portarmi dove vuole senza neanche che me ne
accorga.
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