RACCONTO
 
     
 
 
 

Francesca Panzacchi
Paolo Panzacchi

Vite in gioco

 

 
 
 
 

 

Foto Michele Stuppiello
Modella Francesca Panzacchi

 
     
 
 
 


Mi chiamo Marco Zotti, ho 34 anni, nato e cresciuto a Bologna in una famiglia piccolo borghese, mi sono laureato in Economia e Commercio qui a casa, ho fatto un bel Master alla Bocconi a Milano e poi, con un piccolo gruzzolo che i miei mi hanno generosamente donato, ho affittato un piccolo ufficio vicino Piazza Maggiore. All'inizio avevo a stento un computer e una scrivania, quel poco che guadagnavo serviva giusto giusto per sopravvivere; oggi ho dieci soci, ventitré dipendenti, una segretaria e uno studio in una palazzina d'epoca di quattro piani. Guido un'Audi Q7, vesto Hermès, Ralph Lauren, Ermenegildo Zegna, ho una villa a Santorini per l'estate, una in Val D'Orcia in Toscana per quando voglio stare un po' solo, abito in una bella villa sui colli della mia città e ho un conto in banca con sei zeri. Ho appena chiuso un contratto che mi frutterà una provvigione di 350.000 euro, mi lascio andare sulla mia poltrona, i miei occhi corrono veloci su ciò che ho davanti: le chiavi della macchina, dei documenti, delle lettere, ma si soffermano su una cosa, che mi riporta con la mente a ciò che avverrà fra poche ore, a quel vizio che ormai non riesco più a controllare: i miei occhi sono su due mazzi di carte. Il mio vizio è il gioco.

Prendo la macchina, guidare mi rilassa. Dovrò farlo per quasi due ore. Alzo il volume dello stereo e fisso l’asfalto con occhi immobili. Stringo saldamente il volante, ho fretta di arrivare ma ad ogni chilometro percorso il traguardo sembra sempre più lontano. Mi allento la cravatta e spingo sull’acceleratore ben oltre il consentito. Guardo l’orologio, mi rendo conto che così arriverò in anticipo ma non riesco a rallentare. Alcune gocce di pioggia bagnano il parabrezza, il cielo è come squarciato a metà: verso nord nuvole nere e gonfie di pioggia, alle mie spalle un orizzonte quasi sereno. Se fossi superstizioso penserei ad un presagio. Ma non lo sono. Ho una sola idea in mente: il gioco.

Il mio viaggio termina davanti a una villa nelle campagne attorno a Mantova, ho giusto il tempo per cambiarmi d'abito: ho preso il mio bellissimo abito blu di Carlo Pignatelli, una camicia bianca e una cravatta nera in seta comprata a Singapore. Me lo sento, questa sera vinco tutto, non voglio avere limiti. Entro nella casa, mi fa strada verso il salone una collaboratrice domestica, mi accendo una sigaretta. Davanti a me altri quattro uomini, tre li conosco, ho giocato altre volte con loro e vinto, uno no, non l'ho mai visto. Mi intimorisce col suo sguardo, la sua bocca sorride ma i suoi occhi mi rendono terribilmente inquieto. Brindiamo prima della partita, per me Rum Zacapa Centenario, invecchiato 23 anni, questa sera vinco! Ci sediamo al tavolo, la posta è di 10.000 euro, ne prendo subito trenta, devo fare vedere al nuovo arrivato che sono forte, il più forte. Lui mi guarda, mi scruta, attendo un istante prima di chiedere le poste, ne prende venti, non cade nella mia provocazione. I primi giri sono interlocutori, nessun punto degno di nota, né io né il mio avversario ci scopriamo. Ecco il quinto giro, l'uomo alla mia sinistra distribuisce le carte, la prima è un otto, poi un asso, poi un altro, un altro ancora, le mie mani sudano, ma il mio sguardo è di pietra, ecco, arriva un altro otto! E' un punto importante. Il mio avversario cambia punta 50.000 euro cambiando una carta, rilancio a 100.000, lui ci sta. Gli altri si ritirano subito, siamo solo io e lui, la parola a me. "Cosa ne dice di 200.000 euro?", lui è impassibile, con una freddezza invidiabile viene a vedere il mio punto. "Full di assi con gli otto, lei cos'ha?", sogghigna, "Complimenti, il piatto è suo!", raccolgo le fiches, mi sento imbattibile, sono un campione.

Mi verso un bicchiere del rum pregiato che sorseggio dall'inizio della partita, ne offro anche al mio unico vero avversario, accetta con un sorriso, "Lo sa che disperavo di assaporare ancora questo liquore? L'ultima volta l'ho bevuto in Guatemala, la terra in cui viene prodotto, ero lì per lavoro", voglio capire chi ho di fronte, lo incalzo: "Io ho uno studio di consulenza finanziaria, lei di cosa si occupa?", lui sorride, forse ha capito il mio gioco, "Io sono un armatore nel settore militare, collaboro con i principali governi europei.". Deglutisco, mi rendo conto improvvisamente che se è un campione mi può rovinare, sorrido forzatamente mentre viene servita un'altra mano. Ormai sono due ore che la partita va avanti, fra poco chiudiamo, sto vincendo 450.000 euro e mi ritengo soddisfatto, anche se devo confessare un senso di inquietudine: è da molto che mi sento osservato, ma non da chi è al tavolo con me, sento occhi curiosi, ma lontani, celati dalla penombra. Il mio avversario distribuisce le carte guardandomi fisso negli occhi. Prima di guardare aspetto che finisca di servirle, intanto sostengo il suo sguardo, è una lotta di nervi, di coraggio. Abbassa lui lo sguardo, io raccolgo le carte, chiudo gli occhi e le apro in un colpo, ho un fremito: poker di nove servito!

Sollevo gli occhi e lo vedo, mi guarda, mi infastidisce, devo stare attento a non tradire emozioni. Il giocatore alla sua sinistra passa, l'altro pure, sta a me, non ho esitazioni: "100.000 euro, servito.", accidenti, ho pronunciato "servito" con troppa convinzione, l'uomo alla mia sinistra passa, credo proprio sarà una sfida solo fra di noi, infatti, "Per me tre carte, e vedo i suoi 100.000.". Sono nervoso, stringo le carte nelle mani, lo osservo servirsi le sue, è calmo, tranquillo, troppo calmo. C'è un attimo di silenzio, sa quasi di eterno, sembra che il tempo sia sospeso fra la volontà di arrestarsi e continuare. Tossisco per schiarirmi la voce, "Le vanno bene 300.000 euro?", ha lo sguardo basso, forse le carte che gli sono arrivate non sono il meglio, forse mi sono salvato, forse. Forse no. All'improvviso, come un urlo: "300.000 per cinque", è tranquillo, non ha espressione, gli altri al tavolo mi guardano con espressioni piuttosto eloquenti, vorrebbero che lasciassi stare, che non lo seguissi in questa follia. Le mani mi tremano, chiudo gli occhi, li riapro fissando il mio punto, mi sento più tranquillo. "Va bene, vedo il suo milione e mezzo di euro". Mi mostra il suo punto, il braccio col quale tengo le carte cade e con lui anche il mio poker di nove. Ora, solo il silenzio, il rumore delle fiches, delle stilografiche che firmano assegni, i miei occhi vuoti, il mio passo incerto verso la macchina, verso un futuro che non c'è.

Resto immobile a respirare la nebbia. E’ come se il tempo si fosse fermato. Mi sento perduto.
All’improvviso una voce mi scuote. E’una voce di donna che si mescola alla nebbia ed interrompe il corso dei miei pensieri. Non mi saluta, non si presenta, dice solo “Ho visto tutto” e mentre lo dice mi appoggia una mano sul braccio ed io ho come un sussulto. “L’ha fatto altre volte. Lui rovina le persone, ha rovinato anche me…”. A questo punto abbassa lo sguardo e lascia il mio braccio, indietreggia di qualche passo ed io capisco che sta per andarsene. “Aspetta, ti prego” le dico con slancio eccessivo e lei forse ha paura perché si allontana ancora, ma poi si volta e mi dice:
“Seguimi, senza farmi domande”. Ha lo sguardo più magnetico che io abbia mai visto. La seguo, senza pensarci. Non ho più nulla da perdere e lei è bella e sconosciuta e ha l’aria di chi custodisce un segreto.

I nostri passi si perdono nella nebbia, la seguo, ancora rapito dai suoi occhi, in questo momento potrei seguirla ovunque. Mi porta dietro la villa, dentro una serra, come fa a conoscere così bene la casa? Vorrei chiedere, vorrei capire, ma accetto il fatto di non poter fare domande. Siamo uno di fronte all'altra, i nostri occhi si incontrano, secondi, minuti non so, mi sento irrimediabilmente attratto da lei, dalle sue labbra. Mi avvicino per baciarla, senza neanche sapere ciò che realmente sto facendo, mi ferma mettendomi una mano sulla bocca. I nostri occhi stanno vivendo sensazioni uniche, che trasmettono ai nostri corpi, senza bisogno di toccarci sentiamo l'eccitazione crescere dentro di noi, finché non diventa insopportabile e allora le nostre labbra si incontrano, in modo avido, assoluto, le nostre lingue si intrecciano scambiandosi il nostro sapore che già è droga, che già è indimenticabile, che già sa di noi. Il nostro primo bacio è stato intenso, forte, violento, incredibilmente spinto, senza limiti, come se ci baciassimo da sempre. Di nuovo i miei occhi incontrano i suoi, siamo colmi di desiderio, il nostro petto si gonfia, il respiro si fa affannoso, la prendo per le spalle e la metto contro il muro, le tolgo i vestiti, con fretta, con forza: la voglio ora! Ormai le parole fra di noi non hanno più senso, siamo un'entità sola, un solo corpo.

E’ stato intenso, diverso. Fatico a staccarmi da lei. La guardo negli occhi. “Chi sei?”
“Sono una come te, una che non sa smettere di giocare…una che ha perso tutto e che ha dovuto pagare un prezzo troppo alto”
Reclina il capo all’indietro e socchiude gli occhi. “Sono l’amante dell’uomo che ti ha rovinato e non è una mia scelta, ma l’unica via d’uscita che mi ha offerto dopo avermi preso tutto”
Mi avvicino a lei, le sfioro una guancia col dorso della mano. “Allora siamo uguali io e te…”
Lei accenna un sorriso e poi dice “Siamo entrambi perduti”
Io ritorno lentamente alla realtà, alle sensazioni che precedevano quell’incontro ma non riesco più a sentirmi disperato.
Ho perso tutto, ma sono libero.
“Vieni via con me, adesso” le dico senza pensare.
Lei scuote la testa “Tu hai pagato il tuo debito, io no…Lui mi darebbe la caccia, mi troverebbe. Io devo restare”.

La sua frase ha un senso, una logica, ma io non la voglio accettare, la voglio per me, sento che fra di noi può esserci qualcosa di irripetibile. Le prendo le mani, “Non è certo che lui ti trovi, entrambi saremo in fuga da lui e da tutti, potremo ricominciare molto lontano da qua, io non ho tutti i soldi che gli devo, ma ne ho molti, potremo vivere in tranquillità via da questo paese, non ci troverebbe mai!”. Mi guarda, credo che ci stia pensando, gioca coi suoi capelli, mi sorride, le mie mani ora la stringono, stiamo abbracciati nel buio. “Ho la macchina esattamente dietro questa serra, possiamo passare dalla porta dietro di te senza essere notati!”, la prendo per mano, faccio per incamminarmi ma lei mi blocca, la guardo duramente, “Io uscirò da quella porta e non mi vedrai mai più! Andiamo o restiamo?”. Sento dei passi in lontananza, mi stacco da lei, faccio qualche passo verso la porta, fra poco non potrò più scappare, chiudo gli occhi, un sussurro forte come un tuono, “Andiamo o restiamo?”.

“Tu non ti rendi conto di cosa può fare…” mi dice piano ma si vede che adesso è combattuta.
Non mi muovo, ma le tendo di nuovo la mano “Non abbiamo più nulla da perdere.
Qualsiasi cosa è meglio di una vita che non vuoi…”
Lei mi afferra la mano e in un attimo siamo fuori. Fuori da tutto. Forse abbiamo firmato la nostra condanna. Ma lei era una tentazione troppo grande. Lei è tutto quello che voglio adesso. E’ così disperatamente bella seduta accanto a me su quest’auto che corre troppo veloce.
In poco più di due ore la mia vita è cambiata per sempre, senza possibilità di ritorno.
“Ho paura…” sussurra senza guardarmi
Anch’io ho paura ma rimango in silenzio.
Spingo sull’acceleratore, senza rimpianto.


 

Gli Autori

 
 
 

   Paolo Panzacchi                                                Francesca Panzacchi

 

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