RACCONTO
 
     
 
 
 

Francesca Panzacchi
Paolo Panzacchi

Nebbia

 

 
 
 
 

 

Foto DARK DREAM STUDIO
Modella Francesca Panzacchi

 
     
 
 
 


Le 8.15. Sono in ritardo. Ho quasi finito di truccarmi, l’ultimo tocco di mascara e sono pronta. Tailleur nero attillato, scarpe a punta. Mi guardo allo specchio e mi piaccio. Mia madre dice che vesto come una segretaria, magari ha ragione. Mi raccolgo i capelli. Forse mi stanno meglio sciolti. No, meglio raccolti. Afferro borsa e cappotto e in un attimo sono fuori. Prendo l’autobus al volo e accendo il cellulare. Sette messaggi, quattro della stessa persona. Detesto gli uomini che non capiscono quando una storia è finita. Diventano patetici, mi costringono a diventare crudele. L’ultimo messaggio è del mio capo…dice semplicemente “Dove sei?” Mentre elaboro mentalmente la scusa più plausibile è già tempo di scendere. La redazione è in pieno centro storico, dalla fermata ci sono almeno cinque minuti di strada a piedi e con questi tacchi non è piacevole. Entro nel vecchio ascensore, chiudo a mano il cancello. Non appena varco la soglia il caporedattore mi ordina: “Nel mio ufficio, subito”. Mi sfilo il cappotto e lo seguo. Chiudo la porta alle mie spalle e sfodero uno dei miei migliori sorrisi.

Mi siedo, accavallo dolcemente le gambe, guardo il mio capo negli occhi, c'è un attimo di silenzio, vedo i suoi occhi su di me, li sento anche se non lo sto guardando. Mi chiedo come mai mi abbia chiamato con questa urgenza, sicuramente ci sarà qualche lavoro importante. Appaio fredda, determinata, come sempre, ma dentro di me è forte la curiosità di sapere il mio prossimo incarico. Amo questo lavoro, l'ho difeso sempre con tutta me stessa dagli attacchi di chi crede che non sia un vero lavoro, ma solo così mi sento veramente realizzata, il resto è rumore di fondo: le critiche, le incomprensioni. Il rumore di fondo è solo un ronzio, fastidioso ma impercettibile. “Ho un nuovo lavoro per te, è una cosa molto importante. Devi andare fuori città, si tratta di una mostra, Turner, roba che io non ho mai capito, che sinceramente non mi piace, ma il pubblico sembra amare molto questo pittore, quindi dovremo accontentare i nostri lettori. La mostra è a Ferrara…” Fa una pausa, poi aggiunge: “Per questo lavoro non sarai sola” Lo guardo interdetta, odio lavorare con qualcuno, non mi piace il gioco di squadra. “Chi hai intenzione di affiancarmi?”, chiedo curiosa e un po' seccata. “E' uno nuovo, ora lo conoscerai”. Tira su il telefono e fa chiamare qualcuno di cui non capisco bene il nome. Poco dopo sento due colpi alla porta, il capo sorridente lo fa accomodare. Lo squadro, è un ragazzino, avrà sì e no 23/25 anni, vestito di tutto punto, maglione di cachemire, camicia bianca perfettamente stirata, jeans alla moda, mi sa di odioso, di figlio di papà, di raccomandato. So già che non lo potrò sopportare.

Ci presentiamo velocemente, lui sorride appena. Il capo ci da’ le ultime coordinate e poi ci congeda.
Non è insolito che io debba spostarmi per lavoro ma avrei preferito che mi fosse affiancata una persona che conosco. L’appuntamento è per domattina alle 8 in punto davanti alla redazione.

Apro gli occhi prima che la sveglia inizi a suonare, un attimo dopo sono già sotto alla doccia.
Ho tutto il tempo per fare colazione con calma. Indosso una camicia a righe sottili, jeans e giacca casual. Mi trucco il viso in modo leggero, prendo l’apparecchiatura fotografica e scendo a fare colazione. Cornetto dolce vuoto e cappuccino addolcito con zucchero di canna, il modo migliore per iniziare una lunga giornata. Arrivo davanti alla redazione con quasi dieci minuti d’anticipo. Lui è già là. Detesto quelli che arrivano in anticipo più ancora di quelli che arrivano sistematicamente in ritardo. Indossa un cappotto antracite e una sciarpa azzurra, giocherella con le chiavi dell’auto.
“Ciao, sono appena arrivato, avrei giurato che saresti arrivata in ritardo” mi dice sfoderando un sorrisetto ironico.
“Io sono sempre puntualissima” mento senza ritegno.
Ci scambiamo uno sguardo di sfida e ci incamminiamo verso la sua auto.

Sale in macchina e la accende senza neanche aspettare che io sia salita, è veramente così odioso o ce l'ha con me in particolare? Il viaggio si preannuncia silenzioso, prima di muoverci lo vedo armeggiare col suo navigatore satellitare per impostare la rotta verso Ferrara, è serio, senza neanche accorgermene mi rendo conto che lo sto guardando da quasi un minuto, distolgo lo sguardo infastidita. Siamo partiti da poco, lui estrae una sigaretta dal pacchetto, me ne offre una, “No grazie, non fumo e gradirei che tu facessi altrettanto, almeno durante il viaggio, mi da fastidio e non è di certo un atteggiamento prudente”, senza neanche guardarmi e rispondermi sistema le sigarette nella sua giacca e si accende la sua. Che razza di stronzo! “Almeno abbassa il finestrino!”, mi guarda sogghignando, “Ecco fatto, contenta?”, socchiudo gli occhi, “Entusiasta!”.
La sua bella auto corre veloce sull'asfalto, il suo sguardo attento sulla strada però mi incuriosisce, lo osservo senza farmi notare, sarà odioso ma i suoi occhi hanno qualcosa che mi attrae, fanno intravedere una parte di personalità che va al di la di quello che mostra. La sua è una mente divisa, fra quello che vuol far credere di essere e quello che è.

“Perché hai deciso di fare la fotografa?” mi chiede senza voltarsi.
“Perché fotografare è il mio modo di appropriarmi della realtà, di trattenere le cose che amo per non farle svanire. E poi pagano bene…”
Ride, divertito.
La macchina va via veloce fendendo una nebbiolina leggera.
“Se tutto va bene per le 21 rientriamo” mi dice con aria indifferente
“Spero anche prima…stasera ho voglia di uscire” replico io mentre sfoglio il dépliant della mostra.
Non c’è traffico per fortuna, tra meno di dieci minuti saremo arrivati.
“Ma a te piace Turner?” gli domando curiosa.

Per un secondo gli si illuminano gli occhi, poi tornano velati da quel senso di mistero, che forse è tristezza, solitudine, non so. “Sì, Turner mi piace molto, apprezzo i suoi lavori, ho già seguito alcune mostre dedicate a lui. A te piace?”, “Sì, moltissimo. E' uno dei miei preferiti!”, mi guarda, sorride, incredibile, anche lui sa sorridere. L'uscita per Ferrara è a 250 metri, la imbocca con decisione, siamo lievemente in anticipo sul previsto, all'improvviso, lui mi sorprende: “Hai già fatto colazione?” Lo guardo stranita “No, a dir la verità no” mento, ma voglio scoprire dove vuole arrivare. Poco dopo siamo seduti di fronte, lui con una spremuta d'arancia e una pasta salata io con un altro cappuccino, è silenzioso, il suo sguardo perso oltre la vetrata del bar, oltre il Castello Estense, oltre Via Garibaldi, oltre e basta.

“Mi piace tanto questa città, forse è qui che vorrei vivere” mi confessa quasi sottovoce.
“E’ una città bellissima, soprattutto quando è avvolta da un leggero velo di nebbia…” gli rispondo con aria sognante.
“Andiamo” dice di scatto e fa per alzarsi “abbiamo un lavoro da fare”.

Mi piace fotografare quadri e opere d’arte, è quasi come fondersi con esse. Scatto studiando con attenzione ogni inquadratura. Mi muovo lentamente lungo le stanze indugiando su ciò che più mi colpisce. All’improvviso me lo trovo davanti. Sta fissando un paesaggio dalle tinte pastello. Annota qualcosa sul suo taccuino e poi rivolge di nuovo lo sguardo in direzione del quadro. Mi avvicino, solo qualche passo. Lo inquadro. Uno scatto. Due scatti. Ha un profilo perfetto. Un altro scatto. Ha il viso più bello che io abbia mai fotografato. Un altro click. Lui si gira verso di me: “Ma che stai facendo?” Mi chiede sorpreso ma intanto sorride di nuovo.

Continuo a scattare, ora lui sembra divertito, i suoi occhi cercano i miei, con insistenza, così come fanno i miei coi suoi. E' come se fossimo soli, all'interno di una stanza spoglia, e ci muovessimo sospinti dal vento. Mi si avvicina, piano, ad ogni scatto lo spazio che ci divide si accorcia, non riesco a capire perché non lo respingo, perché improvvisamente mi sono messa a fotografarlo. E' come se ci fosse un segreto magnetismo che mi attrae a lui. Senza accorgercene ci troviamo nel mezzo della stanza, attorno a noi persone che guardano i quadri di Turner, io invece sto provando a capire cosa si cela dietro gli occhi di questo ragazzo. I suoi occhi non sono solo nei miei, li sento sul mio corpo, mi esplorano, curiosi e maliziosi.

Ora siamo ad un passo l’uno dall’altra. Immobili, occhi negli occhi.
“Ah se il capo non mi avesse fatto quel discorsetto….” Mi dice in un sussurro.
L’incanto si rompe. Io interdetta gli chiedo “A cosa ti riferisci?”
“Io non lo so cosa ci sia tra di voi, ma lui mi ha detto chiaramente di starti lontano.”
“Non c’è niente fra di noi. Niente.” Gli rispondo con sincerità.
“E’ evidente comunque che lui ha messo gli occhi su di te” mi dice alzando le spalle.
Sono un po’ sorpresa da quelle parole, sono confusa dalla situazione in cui mi trovo e stordita dalle sensazioni nuove ed impreviste che mi attraversano.
“Qui abbiamo finito” gli dico mentre lo prendo per mano. Ci dirigiamo verso l’uscita senza parlare.

La nebbia ci avvolge, lui guarda di fronte a sé, non lascia la mia mano, anzi, la stringe forte, quasi mi fa male. Poi d'un tratto si allontana, fa qualche passo, estrae una sigaretta e la accende, il fumo si perde fra la nebbia, gli vado vicino, lo abbraccio da dietro, sento il suo corpo abbandonarsi a me. Vorrei guardarlo, avrà gli occhi chiusi? Sarà serio? Cosa starà comunicando il suo viso ora? Parlami ti prego, parlami! “I sogni si pagano cari a volte, io volevo scrivere d'arte, mio padre mi ha presentato al tuo capo, lui mi ha procurato questo lavoro, mi ha messo vicino a te, ma mi ha detto che se voglio continuare a scrivere non devo piantare grane, soprattutto non devo mettermi in mezzo e io so che si riferiva a te. Vorrei avere risposte che oggi non ho.”
Lo volto, voglio guardarlo negli occhi.

Ci avviciniamo di nuovo. Adesso però siamo soli, non più al centro di una stanza piena di gente sconosciuta. Soltanto io e lui e questa nebbia che sale. In sottofondo il rumore della strada, di macchine che sfrecciano troppo veloci. E’ a un centimetro dalle mie labbra, forse mi bacerà. Avverto il suo respiro sul viso, annego nei suoi bellissimi occhi. Restiamo così per un po’, non so dire per quanto. Poi lui si ritrae, ma continua a guardarmi. Saliamo in macchina, senza dire una parola. Mette lo stereo a tutto volume, fissa la strada con occhi immobili. Ho la testa che mi scoppia, ho bisogno di restare sola.
Arriviamo a Bologna alle 19, molto prima del previsto. “Ti lascio in redazione o vuoi che ti porti a casa?” mi chiede con la sua voce gentile “In redazione va benissimo, devo salire un attimo prima che chiudano”
Parcheggia davanti all’ingresso e poi finalmente mi guarda di nuovo negli occhi “Ti aspetto?” “Sì, torno subito”
Le luci sono ancora accese ma a quest’ora sono andati via quasi tutti. C’è solo il capo, con gli occhiali sulla testa e la cravatta allentata. E’ sorpreso nel vedermi ritornare così presto. Ci salutiamo senza parlare, solo con un sorriso. Non riesco più a guardarlo nello stesso modo. Lui si accorge che qualcosa è cambiato. Viene verso di me, lentamente, una mia mano è sulla maniglia, una sulla chiave della porta, ho poco tempo per decidere cosa sarà di me, prima che lui sia troppo vicino, prima che...

(FINE)

 

Gli Autori

 
 
 

   Paolo Panzacchi                                                Francesca Panzacchi

 

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