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Le 8.15. Sono in ritardo. Ho quasi finito di truccarmi, l’ultimo tocco
di mascara e sono pronta. Tailleur nero attillato, scarpe a punta. Mi
guardo allo specchio e mi piaccio. Mia madre dice che vesto come una
segretaria, magari ha ragione. Mi raccolgo i capelli. Forse mi stanno
meglio sciolti. No, meglio raccolti. Afferro borsa e cappotto e in un
attimo sono fuori. Prendo l’autobus al volo e accendo il cellulare.
Sette messaggi, quattro della stessa persona. Detesto gli uomini che
non capiscono quando una storia è finita. Diventano patetici, mi
costringono a diventare crudele. L’ultimo messaggio è del mio
capo…dice semplicemente “Dove sei?” Mentre elaboro mentalmente la
scusa più plausibile è già tempo di scendere. La redazione è in pieno
centro storico, dalla fermata ci sono almeno cinque minuti di strada a
piedi e con questi tacchi non è piacevole. Entro nel vecchio
ascensore, chiudo a mano il cancello. Non appena varco la soglia il
caporedattore mi ordina: “Nel mio ufficio, subito”. Mi sfilo il
cappotto e lo seguo. Chiudo la porta alle mie spalle e sfodero uno dei
miei migliori sorrisi.
Mi siedo, accavallo dolcemente le gambe, guardo il mio capo negli
occhi, c'è un attimo di silenzio, vedo i suoi occhi su di me, li sento
anche se non lo sto guardando. Mi chiedo come mai mi abbia chiamato
con questa urgenza, sicuramente ci sarà qualche lavoro importante.
Appaio fredda, determinata, come sempre, ma dentro di me è forte la
curiosità di sapere il mio prossimo incarico. Amo questo lavoro, l'ho
difeso sempre con tutta me stessa dagli attacchi di chi crede che non
sia un vero lavoro, ma solo così mi sento veramente realizzata, il
resto è rumore di fondo: le critiche, le incomprensioni. Il rumore di
fondo è solo un ronzio, fastidioso ma impercettibile. “Ho un nuovo
lavoro per te, è una cosa molto importante. Devi andare fuori città,
si tratta di una mostra, Turner, roba che io non ho mai capito, che
sinceramente non mi piace, ma il pubblico sembra amare molto questo
pittore, quindi dovremo accontentare i nostri lettori. La mostra è a
Ferrara…” Fa una pausa, poi aggiunge: “Per questo lavoro non sarai
sola” Lo guardo interdetta, odio lavorare con qualcuno, non mi piace
il gioco di squadra. “Chi hai intenzione di affiancarmi?”, chiedo
curiosa e un po' seccata. “E' uno nuovo, ora lo conoscerai”. Tira su
il telefono e fa chiamare qualcuno di cui non capisco bene il nome.
Poco dopo sento due colpi alla porta, il capo sorridente lo fa
accomodare. Lo squadro, è un ragazzino, avrà sì e no 23/25 anni,
vestito di tutto punto, maglione di cachemire, camicia bianca
perfettamente stirata, jeans alla moda, mi sa di odioso, di figlio di
papà, di raccomandato. So già che non lo potrò sopportare.
Ci presentiamo velocemente, lui sorride appena. Il capo ci da’ le
ultime coordinate e poi ci congeda.
Non è insolito che io debba spostarmi per lavoro ma avrei preferito
che mi fosse affiancata una persona che conosco. L’appuntamento è per
domattina alle 8 in punto davanti alla redazione.
Apro gli occhi prima che la sveglia inizi a suonare, un attimo dopo
sono già sotto alla doccia.
Ho tutto il tempo per fare colazione con calma. Indosso una camicia a
righe sottili, jeans e giacca casual. Mi trucco il viso in modo
leggero, prendo l’apparecchiatura fotografica e scendo a fare
colazione. Cornetto dolce vuoto e cappuccino addolcito con zucchero di
canna, il modo migliore per iniziare una lunga giornata. Arrivo
davanti alla redazione con quasi dieci minuti d’anticipo. Lui è già
là. Detesto quelli che arrivano in anticipo più ancora di quelli che
arrivano sistematicamente in ritardo. Indossa un cappotto antracite e
una sciarpa azzurra, giocherella con le chiavi dell’auto.
“Ciao, sono appena arrivato, avrei giurato che saresti arrivata in
ritardo” mi dice sfoderando un sorrisetto ironico.
“Io sono sempre puntualissima” mento senza ritegno.
Ci scambiamo uno sguardo di sfida e ci incamminiamo verso la sua auto.
Sale in macchina e la accende senza neanche aspettare che io sia
salita, è veramente così odioso o ce l'ha con me in particolare? Il
viaggio si preannuncia silenzioso, prima di muoverci lo vedo
armeggiare col suo navigatore satellitare per impostare la rotta verso
Ferrara, è serio, senza neanche accorgermene mi rendo conto che lo sto
guardando da quasi un minuto, distolgo lo sguardo infastidita. Siamo
partiti da poco, lui estrae una sigaretta dal pacchetto, me ne offre
una, “No grazie, non fumo e gradirei che tu facessi altrettanto,
almeno durante il viaggio, mi da fastidio e non è di certo un
atteggiamento prudente”, senza neanche guardarmi e rispondermi sistema
le sigarette nella sua giacca e si accende la sua. Che razza di
stronzo! “Almeno abbassa il finestrino!”, mi guarda sogghignando,
“Ecco fatto, contenta?”, socchiudo gli occhi, “Entusiasta!”.
La sua bella auto corre veloce sull'asfalto, il suo sguardo attento
sulla strada però mi incuriosisce, lo osservo senza farmi notare, sarà
odioso ma i suoi occhi hanno qualcosa che mi attrae, fanno intravedere
una parte di personalità che va al di la di quello che mostra. La sua
è una mente divisa, fra quello che vuol far credere di essere e quello
che è.
“Perché hai deciso di fare la fotografa?” mi chiede senza voltarsi.
“Perché fotografare è il mio modo di appropriarmi della realtà, di
trattenere le cose che amo per non farle svanire. E poi pagano bene…”
Ride, divertito.
La macchina va via veloce fendendo una nebbiolina leggera.
“Se tutto va bene per le 21 rientriamo” mi dice con aria indifferente
“Spero anche prima…stasera ho voglia di uscire” replico io mentre
sfoglio il dépliant della mostra.
Non c’è traffico per fortuna, tra meno di dieci minuti saremo
arrivati.
“Ma a te piace Turner?” gli domando curiosa.
Per un secondo gli si illuminano gli occhi, poi tornano velati da quel
senso di mistero, che forse è tristezza, solitudine, non so. “Sì,
Turner mi piace molto, apprezzo i suoi lavori, ho già seguito alcune
mostre dedicate a lui. A te piace?”, “Sì, moltissimo. E' uno dei miei
preferiti!”, mi guarda, sorride, incredibile, anche lui sa sorridere.
L'uscita per Ferrara è a 250 metri, la imbocca con decisione, siamo
lievemente in anticipo sul previsto, all'improvviso, lui mi sorprende:
“Hai già fatto colazione?” Lo guardo stranita “No, a dir la verità no”
mento, ma voglio scoprire dove vuole arrivare. Poco dopo siamo seduti
di fronte, lui con una spremuta d'arancia e una pasta salata io con un
altro cappuccino, è silenzioso, il suo sguardo perso oltre la vetrata
del bar, oltre il Castello Estense, oltre Via Garibaldi, oltre e
basta.
“Mi piace tanto questa città, forse è qui che vorrei vivere” mi
confessa quasi sottovoce.
“E’ una città bellissima, soprattutto quando è avvolta da un leggero
velo di nebbia…” gli rispondo con aria sognante.
“Andiamo” dice di scatto e fa per alzarsi “abbiamo un lavoro da fare”.
Mi piace fotografare quadri e opere d’arte, è quasi come fondersi con
esse. Scatto studiando con attenzione ogni inquadratura. Mi muovo
lentamente lungo le stanze indugiando su ciò che più mi colpisce.
All’improvviso me lo trovo davanti. Sta fissando un paesaggio dalle
tinte pastello. Annota qualcosa sul suo taccuino e poi rivolge di
nuovo lo sguardo in direzione del quadro. Mi avvicino, solo qualche
passo. Lo inquadro. Uno scatto. Due scatti. Ha un profilo perfetto. Un
altro scatto. Ha il viso più bello che io abbia mai fotografato. Un
altro click. Lui si gira verso di me: “Ma che stai facendo?” Mi chiede
sorpreso ma intanto sorride di nuovo.
Continuo a scattare, ora lui sembra divertito, i suoi occhi cercano i
miei, con insistenza, così come fanno i miei coi suoi. E' come se
fossimo soli, all'interno di una stanza spoglia, e ci muovessimo
sospinti dal vento. Mi si avvicina, piano, ad ogni scatto lo spazio
che ci divide si accorcia, non riesco a capire perché non lo respingo,
perché improvvisamente mi sono messa a fotografarlo. E' come se ci
fosse un segreto magnetismo che mi attrae a lui. Senza accorgercene ci
troviamo nel mezzo della stanza, attorno a noi persone che guardano i
quadri di Turner, io invece sto provando a capire cosa si cela dietro
gli occhi di questo ragazzo. I suoi occhi non sono solo nei miei, li
sento sul mio corpo, mi esplorano, curiosi e maliziosi.
Ora siamo ad un passo l’uno dall’altra. Immobili, occhi negli occhi.
“Ah se il capo non mi avesse fatto quel discorsetto….” Mi dice in un
sussurro.
L’incanto si rompe. Io interdetta gli chiedo “A cosa ti riferisci?”
“Io non lo so cosa ci sia tra di voi, ma lui mi ha detto chiaramente
di starti lontano.”
“Non c’è niente fra di noi. Niente.” Gli rispondo con sincerità.
“E’ evidente comunque che lui ha messo gli occhi su di te” mi dice
alzando le spalle.
Sono un po’ sorpresa da quelle parole, sono confusa dalla situazione
in cui mi trovo e stordita dalle sensazioni nuove ed impreviste che mi
attraversano.
“Qui abbiamo finito” gli dico mentre lo prendo per mano. Ci dirigiamo
verso l’uscita senza parlare.
La nebbia ci avvolge, lui guarda di fronte a sé, non lascia la mia
mano, anzi, la stringe forte, quasi mi fa male. Poi d'un tratto si
allontana, fa qualche passo, estrae una sigaretta e la accende, il
fumo si perde fra la nebbia, gli vado vicino, lo abbraccio da dietro,
sento il suo corpo abbandonarsi a me. Vorrei guardarlo, avrà gli occhi
chiusi? Sarà serio? Cosa starà comunicando il suo viso ora? Parlami ti
prego, parlami! “I sogni si pagano cari a volte, io volevo scrivere
d'arte, mio padre mi ha presentato al tuo capo, lui mi ha procurato
questo lavoro, mi ha messo vicino a te, ma mi ha detto che se voglio
continuare a scrivere non devo piantare grane, soprattutto non devo
mettermi in mezzo e io so che si riferiva a te. Vorrei avere risposte
che oggi non ho.”
Lo volto, voglio guardarlo negli occhi.
Ci avviciniamo di nuovo. Adesso però siamo soli, non più al centro di
una stanza piena di gente sconosciuta. Soltanto io e lui e questa
nebbia che sale. In sottofondo il rumore della strada, di macchine che
sfrecciano troppo veloci. E’ a un centimetro dalle mie labbra, forse
mi bacerà. Avverto il suo respiro sul viso, annego nei suoi bellissimi
occhi. Restiamo così per un po’, non so dire per quanto. Poi lui si
ritrae, ma continua a guardarmi. Saliamo in macchina, senza dire una
parola. Mette lo stereo a tutto volume, fissa la strada con occhi
immobili. Ho la testa che mi scoppia, ho bisogno di restare sola.
Arriviamo a Bologna alle 19, molto prima del previsto. “Ti lascio in
redazione o vuoi che ti porti a casa?” mi chiede con la sua voce
gentile “In redazione va benissimo, devo salire un attimo prima che
chiudano”
Parcheggia davanti all’ingresso e poi finalmente mi guarda di nuovo
negli occhi “Ti aspetto?” “Sì, torno subito”
Le luci sono ancora accese ma a quest’ora sono andati via quasi tutti.
C’è solo il capo, con gli occhiali sulla testa e la cravatta
allentata. E’ sorpreso nel vedermi ritornare così presto. Ci salutiamo
senza parlare, solo con un sorriso. Non riesco più a guardarlo nello
stesso modo. Lui si accorge che qualcosa è cambiato. Viene verso di
me, lentamente, una mia mano è sulla maniglia, una sulla chiave della
porta, ho poco tempo per decidere cosa sarà di me, prima che lui sia
troppo vicino, prima che...
(FINE)
Gli
Autori

Paolo Panzacchi
Francesca Panzacchi
Le pagine di Francesca su Liberaeva |
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