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Che ci faccio su
questo treno?
Cosa mi ha spinto a varcare il pericoloso confine che separa le parole
dalle azioni?
Guardo fuori dal finestrino il rassicurante paesaggio emiliano: case
dai camini fumanti
punteggiano la campagna avvolte da una nebbia non troppo fitta.
Le immagini che catturo con gli occhi scorrono via velocemente. Mi
cullano, mi
stordiscono.
Devo percorrere soltanto poche decine di chilometri ancora e poi sarò
arrivata.
Ma gli attimi sembrano interminabili ore, sento il peso dell’attesa
che mi opprime.
Ho il cuore che mi
scoppia. Mi sforzo di distogliere il pensiero da lui, cosa che mi
riesce
solo in parte. Le persone che ho attorno hanno l’aria assorta o
incredibilmente distratta…
qualcuno legge, qualcuno giocherella con il cellulare, poi c’è un
tizio che mi fissa con
insistenza le caviglie.
Precipito di nuovo nell’abisso dei miei pensieri. Ripenso a tutte
quelle missive virtuali, alla
potenza che scaturiva dalle nostre parole.
Tutto era avvenuto
molto velocemente o forse ci eravamo soltanto fatti prendere la mano.
Ho la certezza che, ad un certo punto, non so dire con esattezza
quando, ciò che la nostra comunicazione aveva inaspettatamente
generato abbia preso il sopravvento, diventando qualcosa di più grande
di noi.
Devo scendere. Forse
non avrei dovuto accettare questo appuntamento folle. Ho paura ma
sento che non posso tornare indietro. Ho molti dubbi. Ma la mia
curiosità li uccide tutti. Si aprono le porte, scendo di corsa e mi
abbottono nervosamente il cappotto.
Respiro la nebbia d’ Ottobre. Respiro la mia incertezza.
L’albergo dista poche centinaia di metri dalla stazione, tutto è stato
pianificato nei minimi
dettagli. Lui è bravissimo in questo.
Attraverso la piccola
hall e lascio il mio nome, poi inizio a salire le scale. Il corridoio
è
ampio ma poco illuminato, pochi passi e mi fermo davanti ad un numero
metallico appeso
un po’ storto. Appoggio la testa alla porta, tendendo l’orecchio.
Nessun rumore. Busso due volte, la maniglia si muove, la porta ora è
socchiusa. Aspetto qualche secondo, fin quando la luce del corridoio
si spegne. Entro piano e chiudo la porta alle mie spalle.
Vengo inghiottita dal buio.
Butto lo zaino sul
pavimento.
Penso a cosa direbbero di me mio padre o mio fratello se sapessero
dove mi trovo in
questo momento. Mi mordo le labbra per non violare quel silenzio
perfetto.
Assaporo il buio con le gambe tremanti, attendo la sua voce che quando
arriva
inevitabilmente mi fa sussultare.
Squarcia il silenzio, anche se è soltanto un sussurro…
“Ho avuto paura che non venissi…”
Mentre parla si avvicina, lentamente. Ne avverto il respiro, vicino al
mio viso.
“Se non fossi venuta qui, l’avrei rimpianto per tutta la vita…” Riesco
a dire tutto d’un fiato.
E lui intanto è più
vicino e con la mano sinistra chiude a chiave la porta. Mi sfiora il
viso
con le labbra, con lentezza disarmante. Cerca le mie mani per
intrecciarle alle sue sopra
alla mia testa ed intanto mi spinge contro la parete.
E’ dolce ma risoluto, percorre il profilo del mio corpo con le mani,
indugiando lungo la
curva dei miei fianchi, senza lasciarmi scampo. Mi accarezza, mi
studia, assapora ogni
centimetro del mio collo mentre sussurra il suo desiderio al mio
orecchio. Le parole
prendono vita e calore.
Un vortice di emozioni mi investe. Mi sciolgo in quell’abbraccio e
bacio labbra che non ho
mai visto.
I gesti ora traducono alla perfezione l’intensità che prima
apparteneva soltanto alle parole e ai pensieri. Non so più se ho
paura, di certo so che voglio restare.
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