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Sono le 11.18 quando arriva il mio treno per Zurigo, da poco ha
cominciato a nevicare su Milano, oggi è il 12 Dicembre: ho completato
il mio lavoro con un giorno di anticipo. Il tempo di sorridere
compiaciuto che devo affrettarmi a salire su moderno convoglio
dinnanzi a me: prima classe, per me solo il meglio. Raggiungo il mio
posto, sistemo la mia valigetta in pelle nera da uomo d'affari, dentro
non ci sono contratti, ci sono una decina di passaporti, l'equivalente
di 50.000 euro in diverse valute, quattro caricatori, un silenziatore
e alcune chiavette usb. Mi siedo togliendomi il cappotto ma non i
guanti: non voglio lasciare impronte, io sono invisibile. Apro il
Corriere della Sera di oggi, allargando le braccia la fondina con la
mia Glock mi punge sotto l'ascella sinistra, devo sopportare il
fastidio, non posso far vedere che sono armato. Un piccolo sussulto,
il treno è partito, contemporaneamente sento la vibrazione del mio
cellulare: il lavoro a Zurigo dovrà essere portato a termine entro
sera, non ho mai sbagliato, farò anche questo. Chiudo il giornale, non
ho voglia di leggere della crisi economica, della squadra di governo
di Obama o della situazione in Grecia, non mi riguardano: io sono il
mio lavoro. Guardo fuori dal finestrino alla mia sinistra, la coltre
di neve inizia ad avvolgere con insistenza tutta la città, mi volto
lentamente e la vedo, davanti a me, mi stava osservando; ora invece
legge una rivista.
Lei fa’ finta di leggere, ne sono
sicuro, se guardo altrove mi sento addosso i suoi occhi. E’ un gioco
che mi piace, che rompe la noia del viaggio. Mi volto di scatto per
non lasciarle il tempo di distogliere lo sguardo. La costringo a
guardarmi negli occhi. Ora che è stata scoperta mi fissa con aria di
sfida, poi accenna un sorriso. E’ bella la donna che ho davanti, di
una bellezza forse un po’ troppo sobria per attirare la mia attenzione
se non fossimo l’uno di fronte all’altra su questo treno che corre
veloce. Ma siamo qui…lei con la sua rivista di moda, io con un lavoro
da portare a termine.
Decido di farmi coinvolgere, in fondo su
questo treno non corro rischi, ho controllato bene i volti e i
movimenti in stazione. I miei occhi sono sulle sue gambe, sulle sue
scarpe, unico dettaglio che mi fa capire che dietro la sua sobrietà
può esserci altro: tacco dodici, in acciaio, alta classe, artigianali.
Per me solo il meglio. Capisce che la sto guardando, accavalla
lentamente le gambe, vuole farsi ammirare; è una buona distrazione per
le ore di viaggio che mi aspettano. I suoi occhi diventano brevemente
come una droga, di un verde cristallino, quasi smeraldo, li perdo di
vista solamente per osservare per brevi istanti altre parti del suo
corpo: il collo, i polsi, le mani, i capelli e il seno lasciato
lievemente scoperto da una generosa scollatura a V del suo vestito. La
donna continua a tenere in mano la sua rivista di moda, ma ormai i
suoi occhi sono solo su di me, noto tre cellulari al suo fianco,
normalmente mi terrebbe in allerta questo particolare, ma oggi voglio
distrarmi, voglio non pensare, almeno per qualche ora, su questo treno
mi sento sereno; anche la mia emicrania cronica ha deciso di darmi
tregua.
“Ho sempre amato la neve, il potere che ha di nascondere le cose,
senza ferirle”
Dice queste parole guardando fuori dal finestrino, come ipnotizzata
dalla danza frenetica di fiocchi sempre più grandi.
“Questo senso di pace è solo apparente. La neve è ingannevole, rende
uniforme ed uguale ciò che in realtà non lo è affatto” riesco a dirle
annegando di nuovo in quegli occhi sconosciuti.
“Anche tu sei diretto a Zurigo?” mi chiede scostandosi una ciocca di
capelli dal viso
“Sì…” le rispondo quasi sottovoce. Mi sfugge un sorriso forse troppo
compiaciuto che lei inaspettatamente contraccambia con la stessa
intensità.
“Sono contenta” aggiunge senza esitazione “sarà bello avere qualcuno
con cui conversare…”
“Che cosa ti porta a Zurigo?” le chiedo tradendo una certa curiosità.
Ma prima che lei possa rispondermi uno dei suoi cellulari inizia a
squillare…
Guardo quale dei tre sta squillando: un Samsung di nuova concezione.
Mi faccio curioso, risponde alla chiamata, ascolta la voce all'altro
capo ma non parla, solo alla fine dice “Certo!”. Ho un lieve senso di
inquietudine. Ripone il cellulare al suo fianco, mi sorride, “Cosa mi
porta a Zurigo? Beh lavoro e spero anche piacere.”, l'ultima parola la
dice con un sorriso che tradisce sensualità e voglia di lasciarsi
andare, finalmente ho individuato il suo accento, assolutamente
inglese; “E tu cosa farai una volta arrivati?” Il mio viso si
indurisce, ma è solo un attimo “Lavoro e anche io spero piacere!”.
Rimaniamo qualche istante in silenzio,
guardando la neve, mi sistemo la cravatta, mi scopro a guardarla con
desiderio sempre crescente, i suoi occhi li sento nuovamente nei miei,
rompo la magia delle nostre mute emozioni: “Alla carrozza ristorante
fanno sempre un ottimo caffè, gradirei tu fossi mia ospite”. Entrambi
ci alziamo, lei inclina lievemente il capo, “Gradirei molto essere tua
ospite, portami dove vuoi”. La sua voce. La sua voce è come se
scivolasse sulla mia pelle, come un olio, come acqua, come neve. Mi
prende una mano, ci sorridiamo, “Seguimi” le dico, sento l'odore della
sua pelle, sto perdendo lucidità, forse perchè voglio perderla, in
queste ore voglio dimenticarmi chi sono e perchè.
“Hai l’aria di chi nasconde un segreto…”
mi dice d’un tratto giocherellando con il cucchiaino.
“Sei una buona osservatrice…ma del resto tutti hanno segreti, più o
meno inconfessabili”
Faccio una pausa per vedere la sua reazione, ma lei rimane
impassibile, così aggiungo “Se tu mi dirai il tuo segreto, io ti
rivelerò il mio”
Lei mi guarda con occhi diversi, più attenti. Sorseggia il caffè e poi
sospira. Si vede che adesso è nervosa, come chi vorrebbe condividere
un peso troppo grande ma non trova il coraggio.
“E’ una domanda pericolosa..” mi dice in un sussurro
“Lo so ma non devi mentirmi, se lo farai me ne accorgerò, perché
conosco la natura delle persone, so analizzarne i gesti e le parole…”
“Non mentirò” mi dice con un filo di voce e io sento che è sincera.
“In fondo confidare i propri segreti ad uno sconosciuto è più facile,
o almeno dovrebbe esserlo…”
Prende fiato, la guardo, vuole davvero
rivelarmi il suo segreto? Ma soprattutto io voglio veramente rivelarle
il mio? La mia mano è sulla sua, ci sorridiamo timidamente,
all'improvviso la vibrazione di due cellulari interrompe il nostro
gioco: uno è il suo Samsung e l'altro è il mio telefono. Entrambi
imbarazzati dedichiamo uno sguardo al nostro strumento tecnologico, ci
scambiamo un altro timido sorriso. Apro il messaggio di posta
elettronica, è del Servizio Informazioni: è il mio obiettivo a Zurigo,
sarà il mio centesimo incarico. La foto del soggetto impiega qualche
istante ad aprirsi, quando è nitida chiudo gli occhi, li riapro, li
richiudo, li sollevo e guardo la splendida donna dinnanzi a me e non
scorgo differenze con chi è stato ritratto nella foto che mi è stata
inviata. Entrambi ci stiamo guardando, ora il segreto è stato svelato,
senza parole, solo dallo sguardo glaciale e dalla tristezza che cresce
al di là della nostra correttezza professionale. Riponiamo i telefoni,
ci stringiamo le mani, finiamo di bere il caffè in silenzio, poi
decidiamo di alzarci, passeggiamo per il treno, dalle casse esce la
triste musica di Yann Tiersen. Siamo fermi uno di fronte all'altra, mi
avvicino alle sue labbra, le sfioro con le dita, poi stringo il suo
corpo al mio, dolcemente, senza forzare, senza farle male, solo per
sentirla mia per qualche istante, lei mi fa appoggiare alla parete
della carrozza, la desidero.
Entrambi sappiamo di non avere scelta.
Entrambi abbiamo paura. La bacio con tutta la passione di cui sono
capace. Come se fosse il primo bacio, come se fosse l’ultimo. Lei si
abbandona fra le mie braccia, mi stringe più forte. Passione e
disperazione si mescolano fino a diventare la stessa cosa.
Non ce la faccio a staccarmi da lei. O forse non voglio. Non riesco a
portare a termine il mio lavoro, non mi era mai successo prima. Più
indugerò nella passione e più sarà difficile premere il grilletto.
Devo staccarmi da lei. Non ci riesco. Devo ucciderla. Adesso.
Più penso al lavoro meno riesco a mettermi nell'ordine di idee di
eseguire il mio compito, lei mi schiaccia contro il muro, le mie mani
si fanno curiose su di lei, le sollevano la gonna, il mio corpo si fa
audace, entro dentro di lei, la sua schiena si inarca, i nostri
respiri si fanno da subito affannosi, particolarmente il mio, cosa
questa che mi da un certo senso di inquietudine.
Chiudo gli occhi per concentrarmi su di
lei, sul suo corpo che mi schiaccia, che mi possiede, ma non riesco,
apro gli occhi e improvvisamente non ho più fiato; lei si sfila dalla
mia presa, mi aiuta a rivestirmi, sto barcollando, mi sento
annebbiato. “Ma...ma cosa...”, la mia voce è flebile, lei mi sorride,
la mia mano scatta veloce verso la mia inseparabile Glock, o meglio
vorrebbe scattare, il mio corpo non risponde più, ho capito, lei è
consapevole della mia comprensione, “Mio caro, tu ora hai provato ad
uccidermi, ma io l'ho fatto venti minuti fa, con il caffè.”, sorrido,
tossendo, “Rien ne va plus, ma chère, adieux!” dico, tradendo la mia
origine francese, cado a terra sperando che nei nostri baci e nelle
nostre carezze non ci fosse solo lavoro, ma anche quel sottile affetto
che lega vittime e carnefici. Poco dopo gli ultimi secondi della mia
vita mi regalano alcuni suoni: un altoparlante annuncia la stazione
Centrale di Zurigo, poi sento i tacchi d'acciaio della mia carnefice
percorrere qualche metro sulla banchina, ad un tratto un tonfo,
un’esclamazione “He's poisoned me!”. L'ultimo respiro, chiudo gli
occhi, “Abracadabra, les jeux sont fait”.
Gli
Autori

Francesca Panzacchi
Paolo Panzacchi
Le pagine di Francesca su Liberaeva |
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