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Scendo
dal taxi con la netta sensazione di aver sbagliato strada, di non aver
capito bene dove dovevo andare, forse finanche di aver attraversato
un’altra dimensione, ma poi mi vengono in mente le sue parole e, mentre
rassicurato mi avvicino alla porta a cui devo bussare, sento un sussulto
misto di paura ed eccitazione trattenermi la mano.
Mi volto indietro. Osservo la strada, la campanella del convento di fronte
che per il momento tace. Osservo da fuori la sua casa, il roseto
rampicante, il cespuglio profumato di lavanda. Assaporo curioso quell’aria
che sa di fresco e di eterno. Vedo tutto intorno e sento dentro per la
prima volta, e di nuovo, quello che Lei mi aveva raccontato. La verità è
meno vera delle sue parole che, ora inizio a capire, riescono a dar vita
agli oggetti e alle sensazioni astraendole a dimensione surreale. Un
vortice mi scava dentro e quasi mi fa crollare al pensiero di quello che
sto iniziando in questo momento a realizzare.
È come se Lei riuscisse a guardare dritto negli occhi delle cose e ne
ritraesse e manipolasse l’anima. È come se Lei potesse governare con un
incantesimo tutte le cose. D’altra parte è riuscita a vedere dritto nei
miei occhi, senza avermi mai visto, e me li ha indirizzati verso dove
voleva che io potessi, senza esitazione, guardare. Ora capisco quanto di
quello che mi ha raccontato possa essere reale e ne sono impaurito, e
confuso, ed eccitato.
Fino a
quel momento e anche oltre, fino a quando non avessi attraversato quella
porta, non avrei saputo cosa aspettarmi: mi aveva detto che sarebbe stato
tutto vero, sincero e, allo stesso tempo, una magnifica finzione. Mi aveva
detto, subito al principio, che mi aveva contattato per poter “investigare
nei meandri dell’esperienza erotica”, anzi, si era definita ella stessa
“una ricercatrice”. Da come era riuscita a descrivere con spontaneità e
precisione sensazioni eterne e sempre nuove, e da come era riuscita a
rendere erotiche sensazioni “normali” non avevo messo in dubbio la
pertinenza di quella definizione, né il fatto che la sua “ricerca” prima
di giungere a me fosse partita da molto lontano.
Non si aspettava niente di particolare da me, se non che facessi quello
che avevo dato prova di saper fare. Mi aveva parlato delle mie foto e di
come Lei le aveva volute interpretare. Mi aveva detto che la incuriosiva
il fatto che in quelle che considerava le più riuscite, tra le mie foto,
le modelle sembravano “ingannate”, come se io riuscissi a incantarle e far
fare loro qualcosa di cui non fossero neanche coscienti. Mi disse che le
piacevano quelle grosse pennellate di colore, in post produzione, che
rendevano la composizione vivida e allo stesso tempo irreale.
Mi aveva
incuriosito e affascinato quel suo modo di fare, quell’essere schietta e
brutale, sfuggente e intransigente, assente e vigile, sinuosa e pungente,
ironica e seria, imprevedibile. Sembrava essere tutto e il suo contrario e
riusciva a rendere piacevole sia l’una che l’altra cosa.
Mi aveva sedotto e percosso con le sue parole, mi aveva lusingato e offeso
e, stranamente, non ero riuscito a reagire. Lei aveva fatto molto per
provocare una mia reazione ed era stata anche sul punto di ritirarsi
perché non sembravo, a suo dire, voler cogliere le sue esplicite
allusioni.
Devo ammettere che non riuscivo a replicare, impantanato in una sorta di
limbo di orgoglio, imbarazzo e timore. Aspettavo di vederla, di usare su
di Lei l’obiettivo come Lei aveva usato su di me le parole. Avevo voglia
di sedurla e in questo modo quasi umiliarla. L’avrei resa bellissima e poi
l’avrei violata. In fondo, me lo aveva chiesto Lei. Aveva detto che
l’unico motivo per cui avrebbe posato per me sarebbe stato per poter
essere usata. “Come un oggetto”, aveva detto, “vorrei da te essere usata,
plasmata. Vorrei essere interpretata come cera nelle mani di un bambino o
forse anche fraintesa e storpiata, come bronzo nelle mani di un’artista…”.
Mi vergognavo ad ammetterlo, anche solo a me stesso, ma avevo voglia di
farle esattamente quello che mi chiedeva, avevo voglia di possederla, e di
farle male.
Forse per
quella sua ritrosia a mostrarsi, forse per non accrescere ulteriormente le
mie illusioni, me la immaginavo brutta e allo stesso tempo provocatoria e
sensuale. Forse per questo motivo provavo sensazioni concomitanti così
intensamente contrapposte: una forte attrazione e un istinto di
distruzione, non so bene se verso lei o verso me stesso.
Ho sempre rifuggito il brutto, non ho mai avuto problemi ad allontanare (
e allontanarmi da) quello che non mi piaceva. Alla sua stessa prima
richiesta avevo risposto che non potevo prometterle di fotografarla, se
prima non avessi avuto conferma che ne sarebbe valsa la pena.
Contrariamente alle altre richieste di scattare, infatti, quella strana,
anonima, Lei non aveva allegato neanche una foto, un link o altro
riferimento a sé.
Mi aveva scritto che non era una modella e che non lo voleva diventare, ma
che aveva voglia di vivere un’esperienza erotica attraverso la fotografia,
attraverso me. In tal senso, mi aveva scritto, avrebbe voluto che le
dicessi se potevano interessarmi le sue idee, prima ancora che la
rotondità del suo culo.
Contrariamente a quanto pensavo, le due foto che, dietro mia richiesta, mi
aveva comunque inviato ritraevano una ragazza in forma e sicuramente
sensuale. Il volto era stato grossolanamente mozzato e la composizione
iniziale della foto stravolta, quasi a rimarcare il suo scarso interesse
per le foto in sé.
Avevo
deciso di cogliere quella provocazione e avevo accettato di fotografarla,
anche se non immaginavo quale groviglio di sensazioni, quale confusione,
avrei provato qualche settimana dopo, di fronte a questa porta alla quale
non ho ancora bussato.
Fu solo dopo che dissi di essere pronto ad ascoltare le sue idee che mi
descrisse nei dettagli quello che prima di allora aveva solo accennato. Mi
descrisse cosa era per lei l’erotismo e in che modo avrebbe giocato. Mi
disse cosa le piaceva, e perché. Mi disse che le piaceva osservare gli
effetti di ogni situazione su ciascuno dei suoi nervi, su ognuno dei suoi
muscoli. Descrisse il tutto in modo unico, lascivo, elegante e sensuale.
Descrisse l’accelerarsi del battito e il suo rimbombo sordo nelle
orecchie, il prosciugarsi della saliva, il calore farsi liquido tra le
cosce, i brividi lungo la schiena. Descrisse diverse sensazioni, conscia
del suo potere, sapendo che in quel modo le stava in effetti ricreando, e
che le stava ricreando apposta per me, per farmi eccitare.
Mi
illustrò tutti i modi in cui una donna, Lei, poteva essere usata. Mi
invitò a seguirla, ricorrendo i suoi pensieri e quelle immagini che allora
mi apparivano semplicemente oniriche e che ora, invece, intuisco e
desidero poter essere, nella loro lubrica assurdità, reali. Fu in quell’occasione
che mi inviò una foto, non richiesta, inaspettata. Una foto “vera” mi
disse, lasciando ancora una volta a me l’imbarazzo e il divertimento di
dare un senso univoco alle sue ambigue, precisissime, parole. Potevo
infatti scegliere se interpretare come “veritiero” il contenuto artistico
della foto (notevole, specie se comparato ai due sfregi che mi aveva
precedentemente mandato) o delle immagini che essa ritraeva, ovvero un
dettaglio di una presunta, splendida, Lei che procacemente si offriva e si
serviva di un’altra donna. Il mio “prolungamento di maschile cerebralità”,
come Lei stessa l’aveva ironicamente definito, rispose per me, in maniera
silente e dolorosamente esplicita. Non mi chiedevo e quasi non mi
importava già più se fosse bella o meno, bastavano le sue parole a
stuzzicare la voglia di poterla possedere e immortalare. Quella foto mi
impressionò proprio perché ritraeva i miei pensieri, quelli che ero ancora
indeciso se formulare.
Mi dissi che era una coincidenza, ora inizio a realizzare che potrebbe non
essere solo tale. Mi chiedo se il suo intento sia solo stupire o anche
provocare, un esercizio stilistico o anche una sfida a osare.
Sono
ancora immobile, di fronte i miei pensieri, davanti a una porta chiusa, e
un varco che devo ancora decidere di superare.
Troppe sono le immagini che mi vengono in mente, tutte le sue parole che
già pulsanti ed ingrossate in emozioni mi privano della ragione e mi
sottopongono a continue sollecitazioni. Mi rendo conto di averla già in un
certo senso posseduta, che mi si è già offerta lasciva e carnale. Non so
quanto di tutto questo io possa o Lei voglia ora replicare.
“Mi piace chiudere gli occhi e diventare solo il mio naso, inseguendo un
profumo che mi inebria o anche un odore che mi ripugna, dal quale mi
lascio violentemente frustare. Mi piace chiudere gli occhi e diventare
solo le mie orecchie, mentre una voce, sussurrata da dietro, mi fa
inarcare e tremare. Mi piace sentire sui fianchi mani ladre e decise, che
immobilizzano e scuotono e poi lasciano andare verso nessun luogo in cui è
possibile scappare. Mi piace sentire lingue ingorde, che rendono schiava
la testa affossata contro le lenzuola e le gambe spalancate per agevolare
il piacere.”
Avevo allora ammirato la musicalità di quelle indecenti parole. Solo ora
mi rendo conto di esserne anche turbato. Mi diceva orecchio delle sue
spontanee confessioni e poi pubblico di una studiata rappresentazione. Mi
aveva fatto sentire donna, che incita ad osare, e allo stesso tempo mi
aveva reso uomo che deve possedere, pretendere, violare. Mi aveva detto
che per Lei era solo un gioco, e che io ero il fotografo e in fondo avrei
dovuto solo fotografare, ma ora ho di nuovo il cazzo duro ed non riesco
più a pensare.
È stato un gioco prima, o il gioco deve ancora incominciare?
Fisso la
porta bianca, smaltata, e temo che da un momento all’altro possa aprirsi e
scoprirmi così indifeso, e animale. Immagino che l’uscio sveli una donna
completa, già nuda, già pronta a farmi entrare.
Immagino labbra generose, lucide che scandiscono nuovamente quelle parole
“Non sono una modella, e non lo voglio diventare”.
Immagino seni duri gonfi delle sue emozioni “Mi interessa la tensione
erotica che c’è dietro un servizio fotografico non commissionato. Mi
interessano le mie e le tue sensazioni, mi interessano le sfide cerebrali
alle quali tutti e due saremo sottoposti”.
Immagino occhi scuri, rapidi e indagatori, e una mano esperta e crudele
che costruisce le sue convinzioni “Se non avessi la certezza che nel
fotografarmi tu mi veda come un oggetto incredibilmente erotico, già
pronto da usare, e che tutto te stesso si convogli in un membro che chiede
solo di potersi soddisfare, perderei ogni interesse a lasciarti entrare”.
Immagino
una pelle ambrata, che si lascia accarezzare. La vedo terribilmente bella
nel compiacere un marito geloso, sé stessa, e tutta la sua femminile,
cosciente, acuta e Troia istintività. Immagino mille scene che si
sovrappongono veloci e le sue parole che dettano il copione. Le parole dei
suoi racconti che non so ancora se, e fino a che punto, siano reali.
Racconti di situazioni comuni, quasi banali, nei quali riesce a inserire
qualche dettaglio incredibilmente erotico, in maniera quasi sbadata,
incidentale. Oppure racconti decisamente e volutamente erotici nei quali
narra in prima persona, con ritmo serrato e linguaggio lineare.
Mi ero perso mille volte nelle sue parole, nelle immagini che sapevano
evocare, e ora è in quelle immagini che la vado a ripescare.
La vedo presentarsi a me come in un messaggio che non riesco a
dimenticare, ovvero “vestita solo del suo bicchiere”.
Era stato
nella breve stringa di un SMS che era riuscita ad evocare quell’immagine
così deliziosamente erotica di sé: una cena; una coppia di amici; una
discussione approdata sul terreno scivoloso delle “presunte” differenze
tra infedeltà maschile e femminile; la tesi sostenuta, a suo dire in
maniera poco credibile e infondata, dal marito della sua amica; “si può
governare l’istinto di tradire, anche in presenza di una donna nuda, e
disponibile”. Mi disse che Lei aveva lasciato che la discussione
evaporasse da sola in altri temi e che, approfittando della richiesta di
qualcosa di alcolico da bere, si era allontanata dalla sala da pranzo per
ritornare dopo qualche minuto “vestita solo di due bicchieri”. Aveva
citato “la bambolina” di Ligabue. Non si dimenticava mai di menzionare la
fonte delle sue citazioni. Mi aveva spiegato che era arrivata in sala
nuda, più alta sui tacchi sottili, solo per vedere quale reazione avessero
avuto i suoi ospiti, e suo marito. Non mi disse se e come fosse poi
evoluta la serata. Mi disse che le era piaciuto recitare quella
provocazione e che si era scoperta inaspettatamente bagnata.
D’altra
parte parlava sempre e solo in prima persona, sia che parlasse di sé, sia
che parlasse di me, e di quello che, secondo lei, avrei provato. Lo faceva
in maniera talmente puntuale che era difficile ignorare o dimenticare i
suoi messaggi. La scena di Lei “vestita solo del suo bicchiere” mi
ritornava in mente ogni volta che la pensavo.
Ora immagino di fronte quella stessa bambolina aprirmi la porta e
lasciarsi ammirare. Me la immagino sicura, e a suo agio, in bianco in
nero, come le uniche due foto che mi ha mandato. Me la immagino elegante,
porca e intellettuale, con una mano sull’uscio della porta e l’altra a
sfiorare il bordo degli occhiali sottili, poggiati su un naso lungo e
sottile, come se stesse mettendo a fuoco la mia immagine, e stesse ancora
valutando la decisione di farmi entrare.
La
immagino elastica, curvarsi e leccare. Sento il calore che sale dalla sua
bocca, che prima avvolge e stringe e poi libera e lambisce. La sento sulla
punta del sesso e tutto attorno. Sono di nuovo uomo e sono donna e anche
io vorrei succhiare rumorosamente, inginocchiarmi ai suoi piedi e
finalmente lasciarmi innaffiare.
Sento accrescere questa sensazione di emozione, e di disagio, mentre il
sangue pompa forte un istinto che si allunga verso la porta e che non
permette più di indugiare. Aveva anticipato anche queste sensazioni, e ora
mi chiedo se avrei pensato e provato tutto questo se Lei non me lo avesse
così minuziosamente descritto e anticipato.
Rincorro le sue parole e le sue terga snelle e generose che mi indicano
dove andare. Sento le gambe molli e mi tiro su per non crollare. Ho ancora
una porta chiusa di fronte, ma sento dentro una soddisfazione nuova, al
contempo vergine e puttana.
Sento che tutto questo è Lei: vergine e puttana, ma non so più chi sono
io. Non so cosa è vero e cosa è immaginato. Non so dove finisce il gioco,
e dove inizia la finzione.
Non so chi è, non so come è fatta, non so neanche se la riuscirò a
fotografare, ora ho in mente solo il titolo che avevo deciso di usare
“Wearing a crystal glass”. Stringo la mia Canon e decido finalmente di
suonare.
I Racconti di Serendipity
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