C’era passata altre volte da quell’invisibile cancello
di sguardi in livrea, indagatori ed esperti, che precedono di qualche
secondo l’aprirsi automatico delle porte del Four Seasons. Non
molte volte, in effetti, ma quanto basta per riconoscere quell’ambiente
sospeso ed incerato, uguale in tutti gli alberghi di lusso, che diventa
familiare e rassicurante già dopo il primo, seppur fugace o distratto,
soggiorno.
E Lei, al Four Seasons, c’era già stata. C’era
stata una volta, formale tailleur scuro, per una cena di lavoro con una
delegazione Turca. C’era stata un’altra volta, vestito informale, leggero
e scollato, per una cena romantica con quello che allora era ancora un
amante incerto, eppure premuroso. C’era stata un’altra volta, come cliente
della Spa, per una giornata di benessere e lusso che doveva fugare dalla
testa brutti pensieri e spiacevoli sensazioni accumulati in un difficile e
lungo inverno.
Ora, invece, ci tornava come aveva immaginato tante
volte di fare, durante quegli interstizi segreti tra chimere, programmi e
elaborazioni oniriche che ogni tanto le rapivano i pensieri, senza mai
chiedere un riscatto. Ci tornava, ora, da Troia, anzi, da Gran Troia.
A convincerla era bastato quel lieve tono di sfida in
quella richiesta semi-seria interrottasi un attimo prima di essere
formulata. Era bastato un attimo e, come sempre le succedeva, la decisione
era già presa, e divenuta definitiva, e ovvia, come fosse stata discussa e
vagliata per intere settimane, invece di quell’unico, profondo,
imperscrutabile secondo.
Allo stesso modo con cui Lui non si era mai spinto a
formulare quella richiesta esplicita, Lei non si preoccupò di spiegare
come e perché fosse arrivata a quella decisione.
Gli disse solo di aver scritto a quel loro “Amico”, che
sarebbe stato per il Venerdì successivo, che Lei avrebbe prenotato una
seduta accurata dall’estetista, mentre Lui avrebbe dovuto comprarle un
completo nuovo, adatto alla situazione.
Lui fu, nell’ordine, incredulo, incerto, sorpreso e poi
man mano emozionato, fiero e raggiante. Sapeva che Lei lo faceva anche per
Lui, per Loro, per un equilibrio di coppia ricercato e raggiunto su
dimensioni sempre diverse e altezze vertiginose anche solo da immaginare.
Lui avrebbe voluto fare piani, concordare discorsi e
situazioni.
Lei non ne voleva parlare. Diceva, maliziosamente, che
non c’era nulla di cui parlare; che sarebbe stata una “professionista”
come entrambi sapevano che potesse essere, crudele e generosa, secondo
l’istinto del momento.
Lui la spiava in ogni momento, attento a cogliere ogni
sguardo distratto, ogni risposta evasiva, per cercare di capire se stava
ripensando o semplicemente pensando a quella decisione.
Lei ripeteva che non ci stava pensando affatto, che non
c’era bisogno di nessuna specifica preparazione, semmai di qualche nuovo
acquisto che valorizzasse il corpo che avrebbe prestato a quell’ “altra” e
provocatoria Lei.
Il giorno dopo andarono in centro, tra facoltosi
turisti Russi e Giapponesi. Comprarono un paio di scarpe, con un
vertiginoso tacco a spillo e strass, e un completo intimo di pizzo nero,
balconcino e perizoma, talmente sottile e morbido che una volta infilato
si sarebbe detto disegnato sulla pelle, invece che indossato.
Lei volle che fosse Lui a scegliere e a pagare quella
lussuosa licenziosità, perché potesse avere un assaggio di quanto altera e
crudele potesse diventare la sua donna, perché, se Troia doveva essere,
tanto vale che iniziasse a farlo da subito, con suo marito.
Fino al venerdì la settimana scorse normale. Lui si
consumò d’impazienza e avrebbe fatto di tutto pur di cancellare quell’attesa.
Lei rimase calma e naturale, apparentemente distratta da quelle mille
trame invisibili che quasi nessuno, neanche Lui, riusciva a identificare;
poi. di tanto in tanto. lo sorprendeva con battute inaspettate, a
rimarcare il suo imminente status di “cornuto”.
Non modificò le sue abitudini, né i suoi ritmi e solo
all’estetista, il mercoledì precedente, invece di essere la solita cliente
distratta e accondiscendente, chiese un particolare riguardo nella
depilazione intima e controllò il risultato prima di alzarsi dall’ormai
appiccicoso lettino.
Quella stessa sera , non mancò di far ammirare al
marito la sua nuova intima acconciatura, invitandolo ad accertare dapprima
con le mani e immediatamente dopo con la lingua quanto fossero lisce le
sue labbra completamente depilate, e quanto fosse facile penetrarle, la
sua voglia già liquida spalmata a mo’ di balsamo su quell’inguaribile
ferita.
Il venerdì tornò a casa un po’ prima dal lavoro. Lui
era già lì ad attendere quell’attesa che sarebbe davvero iniziata solo con
la sua partenza e che si sarebbe protratta per un tempo che non sapeva
immaginare, e che già non sopportava.
Lo vide da fuori prima di entrare, ombra inquieta che
riaccostava le tende, proprio accanto alla porta di ingresso a piano
terra. Non suonò il campanello, ma aprì la porta con le sue chiavi,
entrando rapida e sfilando trench, borsa, casco e accessori in pochi,
rapidi e misurati gesti. Lo sfiorò con le labbra “Ciao Amore”, e si
arrampicò veloce su per le scale tanto che l’eco del suo “Vado su a
prepararmi” si confuse con il rumore dei tacchi che già si sfilavano e
delle ante dell’armadio che già si spalancavano alla sua vista in camera
da letto.
Lui aspettò qualche secondo prima di raggiungerla al
piano di sopra. La trovò, ma non la sorprese, quasi nuda che stendeva sul
letto il mini abito nero, di seta, accanto al balconcino e perizoma, già
predisposti e maliziosamente offerti allo sguardo di Lui. Lui cercò di
stringerla a sé, ma Lei scivolò via, come saponetta tra le mani bagnate, e
sorridendo gli disse “questa sera sarò crudele, sfuggente e
irraggiungibile, almeno per te… almeno fino quando non deciderò di tornare
e, ….forse…, raccontarti tutto”. Sparì in bagno, portandosi dietro il
senso di quelle parole.
Lasciò la porta aperta, solo un poco accostata, a
quarantacinque gradi. Aprì l’acqua della doccia e si liberò degli ultimi
indumenti e dei suoi anelli mentre il vapore aleggiava già tutto intorno
alla stanza.
Entrò infine nella doccia e ci rimase per un po’. Si
lasciò accarezzare dall’acqua, a occhi chiusi, e poi dalle sue stesse mani
che, nell’accompagnare il doccia-schiuma, era come se dessero vita in quel
preciso istante ai contorni del suo personaggio, donandogli movimento e
colore, come la penna del fumettista sul touch screen del suo PC.
Anche fuori dalla doccia continuò a massaggiarsi con creme leviganti ed
essenze profumate.
Lui rimase dietro la porta al buio, fiato sospeso, e
solo di tanto in tanto si affacciava per dare un’immagine ai movimenti e
alle sinuosità che il suo cazzo, ricettivo, intuiva e anticipava.
Lei gli sorrideva, di spalle, e lasciava che fosse il
suo culo e non lei ad accompagnare quelle realistiche fantasie.
Solo alla fine torse viso e busto un po’ verso di Lui e
lo invitò a colmare quella immaginaria distanza chiedendogli di spalmarle
la crema sulle spalle. Lui si servì dal flacone e ne versò una noce sul
palmo della mano sinistra che poi avvicinò al viso per sentire di cosa
avrebbe odorato la sua donna quella sera, ad un olfatto altrui. Da una
mano la passò anche all’altra e poi fece scivolare entrambe sulla schiena
di Lei e poi oltre, in mezzo alle rotondità che così bene conosceva.
Lei lo lasciò fare, solo per un po’, sapeva di non
essere bagnata, non del suo stesso trasparente liquore. Sapeva che Lui
voleva verificare solo quello e che sarebbe stato allo stesso tempo felice
e irritato di quella scoperta. La voleva bagnata, indecente, all’idea di
donarsi a Lui, il suo uomo, per tramite di un cazzo altrui.
Le chiese perché non lo fosse.
Gli disse “non è ancora il momento”, si chiese
per un attimo sgomenta“lo sarà mai?”, accelerando nel mentre i suoi
gesti, cercando di confondere e camuffare quell’unico, assorbente,
pensiero.
Lei finì di truccarsi allo specchio del bagno e osservò
di sbieco, solo un attimo, il quadro nel suo complesso prima di sottoporsi
al più benevolo, seppur intransigente, giudizio di Lui.
Lui avrebbe voluto gli occhi più neri, le guance più
ombrate e le labbra lucide e brillanti esattamente in quel modo. Lei usò
il solito make up, naturale ed elegante, solo un po’ più marcato
per l’occasione. Regina dei contrasti, si spruzzò addosso un tocco di
essenza di gelsomino e thè verde che avrebbero dato una punta di asprezza
e frescore all’ambrosia arsura della sua muliebre intimità.
Infilò il vestito, si arrampicò agile ed esperta sui
tacchi sottili, facendo ondeggiare l’immagine completa allo specchio una
sola giravolta in avanti, e una indietro. Al collo aveva un filo di perle;
le dita, altrimenti delatrici, le aveva lasciate maliziosamente prive di
anelli, così come prive di accessori erano le orecchie, libere così di
accogliere sussurri e lingue insolenti.
Lui non perdette un passaggio di quella meticolosa
preparazione, anche se apparentemente era impegnato a mettere ordine al
suo archivio, nella stanza accanto.
Più volte pensò che fosse pronta ed ebbe l’istinto di
allungare la mano a coglierla, salvo poi doverla ritirare quando Lei,
distrattamente assorta, dava mostra di doversi ancora completare.
Diceva che si sarebbe offerta, senza fretta e senza
deduzioni, sia a Lui sia a quell’altro, ma in ogni caso Lui avrebbe dovuto
aspettare, come “quando nei negozi di lusso il commesso sottrae al tuo
impaziente tocco il pacchetto che hai appena acquistato affinché possa
attaccarci fino all’ultimo nastrino o forse solo perché tu possa soffrire
ancora un po’ prima di poterlo possedere…”.
Poi Lui si distrasse, pensando al suo destino, e Lei si
fece trovare già davanti alla porta di casa, statuaria e luccicante, lo
spolverino e la borsa in mano, senza muovere un ulteriore passo perché
fosse Lui ad aprirle la porta di casa e la portiera della macchina. E che
poi le facesse pure da autista, e solo quello.
Fu mezz’ora dopo che attraversò le porte del Four Seasons e
quell’invisibile cancello di sguardi dai quali non si lasciò trafiggere,
ma solo lusingare.