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Oggi
avrei voluto chiamarti. Sono quasi due anni che non sento più la tua voce,
lontana e metallica nei rimbombi del telefono, eppure sempre così calda.
Sento
ancora i tuoi respiri profondi. Sento ancora i sospiri con i quali
risucchiavi in dentro tutte le preoccupazioni che non riuscivi ad
esternare, e quelle parole dolci e affettuose talmente grandi e intense
che ti si bloccavano dentro e non riuscivano quasi mai a uscire. Quelle
parole, quei sentimenti, che ti facevano brillare gli occhi di orgoglio,
timido e impacciato.
Sento
ancora la tua voce stanca, dopo un anno di intenso lavoro che si fermava
ad agosto solo per poche ore. Vedo ancora la tua faccia arrossata dal
calore, sopra un corpo ancora atletico e stranamente candido sotto la
camicia di lino che solo nei giorni di festa sostituiva le tue impeccabili
camicie di cotone, stirate, chiuse fino al collo da qualche insostituibile
cravatta. Vedo la faccia di qualche anno prima, non ancora incipriata di
sfumature grigie sopra gli occhi, ma già intristita al pensiero di tutto
quello che non era stato e che forse, ormai, non sarebbe stato.
Sento
la tua voce agitarsi ed incresparsi nel racconto di una delle tante
disavventure nei meandri della pubblica amministrazione e di un italietta
paesana e meridionale alla quale non ti sei mai adeguato.
Sento
il tuo respiro, proprio dentro le mie orecchie, un respiro che viene dal
passato, che è sempre stato e che sempre sarà. Poi quel respiro si fa
recente, si fa attuale, cambia volto e forse qualche espressione. È più
giovane di venti anni. Sembra quasi che il tempo sia andato avanti solo
per me, non più bambina, e le due figure si confondano e combacino, come i
contorni di un’immagine durante la messa a fuoco. Quel respiro da passato
diventa futuro, da storia diventa speranza e richiama alla pelle
vibrazioni di un amore diverso, ugualmente intenso, che da pensiero
diventa oggetto, da parole sospese diventa abbraccio.
Avverto
la stessa vibrante e incontrollabile gelosia pervenire a me, oggetto di
amore profondo e incondizionato, da quelle due figure distinte, lontane,
che ciononostante sembrano sovrapporsi. Sento di essere quell’unico grande
pensiero, al di sopra di ogni preoccupazione, costante, quasi opprimente,
che blocca il respiro e poi viene assorbito attraverso ancora un altro,
profondo, rassicurante sospiro.
Sento
quella passione passata, ancora viva, immutabile, eterea, trascendentale,
che è amore assoluto, talmente puro che non diventa neanche parole, ma
solo pensieri che corrono veloci e costanti, anche dopo quell’ultima
telefonata.
Sento
la passione recente, attuale, fisica, fatta di umori quotidiani, che
riempie, soddisfa, arricchisce eppure non colma la perdita della prima.
Oggi
avrei voluto chiamarti, papà, ma sono quasi due anni che mi hai lasciato,
oramai donna, nelle mani di quell’uomo che avevo scelto, che non avevi
nemmeno ancora conosciuto ma al quale mi consegnavi, nei tuoi pensieri,
perché si prendesse cura della tua bambina, con quell’ultimo, immenso e
interminabile sospiro.

I Racconti di Serendipity
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